Il cardinale
Se si ha l’età, diciamo, adeguata, è impossibile vedere il film Conclave (in sala dal dicembre scorso, tratto dal best seller di Robert Harris, cf. in questo numero a p. 103) senza tornare a un altro film d’argomento rigorosamente ecclesiastico a sua volta tratto da un romanzo di successo.
Il film è Il cardinale (1963) del grande regista Otto Preminger, cast strepitoso che mette insieme Raf Vallone, una giovane incantevole Romy Schneider, John Huston. Il libro ha lo stesso titolo ed è opera di Henry Morton Robinson. Pubblicato nel 1950 (qui i riferimenti sono all’edizione Garzanti del 1963) fu tradotto in tutto il mondo e salutato come un capolavoro dall’ortodossia cattolica. È un romanzo straordinario.
Più di 600 pagine nei caratteri lillipuziani propri delle edizioni economiche del tempo, una competenza eccezionale intorno al mondo ecclesiastico americano, vaticano, alla formazione religiosa e teologica dei preti, alla diplomazia fra le due sponde dell’Oceano.
Il protagonista è il giovane Stephen Fermoyle, figura ispirata a quella di Francis Joseph Spellman, cardinale statunitense, conservatore, primo ordinario militare USA, sostenitore di McCarthy. Fermoyle è prete consacrato da poco che incontriamo nel 1915 mentre torna in nave a Boston da Roma dove ha compiuto i suoi studi. Si sa fin dal titolo che l’assassino è il maggiordomo. Fermoyle sarà cardinale, malgrado sia americano (al Conclave per l’elezione di Benedetto XV i cardinali americani erano 2, gli italiani 35) e malgrado le umilissime origini.
Lo seguiamo nella sua vocazione precoce e sicura: «Da sempre – Stephen Fermoyle ricordava – aveva desiderato di essere un sacerdote». E negli anni del Collegio nord-americano di Roma si era innamorato del «punto di vista romano! Che cos’era esattamente? Stephen aveva cercato di definirlo, ma non ci era riuscito; ed altri non avevano avuto successo nel tentativo di esprimere quel composito senso di consapevolezza universale e di pacata assunzione di centralità» (21).
Stephen Fermoyle viene da Boston, primo figlio di una famiglia irlandese che è culla della fede e insieme porto sicuro, anche se qualcosa nel padre fin troppo forte e sicuro non va. Il disegno della famiglia è un modello che l’autore replica per la società e anche per la Chiesa cattolica.
E il riassunto potrebbe essere più o meno così: non tutto va bene, ma nel complesso assolutamente tutto rema verso il bene. Dei tanti figli, una è irrimediabilmente arrabbiata, una non può tollerare che l’amore per un bravo ragazzo ebreo le venga impedito in nome della fede, uno sarà irrimediabilmente solo e leggerissimo, per così dire, un altro sarà a sua volta solo anche se impegnato seriamente dalla parte giusta della storia. Solo una sorella sarà felicemente sposata e formerà una bella famiglia.
Si chiedono, a un certo punto del romanzo, i fratelli, perché la maggior parte di loro non abbia poi saputo replicare la famiglia così perfetta che idealmente avevano sperimentato, e le rispose sono belle e anche piuttosto vere. Questo perché il romanzo costruisce un’architettura solidissima intorno all’ideale di fede cattolica, ma lascia entrare la vita così com’è impossibile negare che sia, piena di questioni difficili da mettere nella casella giusta e risolta.
Fermoyle è tutto tranne che in malafede. La statua della Madonna che sgocciola lacrime rosso sangue in una notte prodigiosa, attirando l’intero quartiere in cerca di miracoli, viene aggiustata la mattina dopo da un saldatore che lui manda a sigillare la perdita d’acqua rugginosa da un tubo difettoso del soffitto (cf. 93).
Quando la sorella Mona, incinta del suo innamorato ebreo, è in pericolo di vita perché il bambino non riesce a nascere e il cesareo non è possibile lui, il fratello, non autorizza l’ospedale a sacrificare il bambino. Ne è devastato ma poi la figlia Regina, che nascerà e crescerà in salute, diventerà una pianista meravigliosa e quando lo zio ormai cardinale la ascolta da adulta una felicità particolare lo riempie: «Regina, seduta al pianoforte, era qualcosa di più della figlia di Mona, era Mona stessa, più bella, più dotata, di un’anima evidentemente capace di intendere la bellezza, amandola ed elevandosi nella sua luce. La bimba che il dottore avrebbe voluto sopprimere. In diciotto brevi anni il ciclo di Dio si era rivelato» (589). Ci vengono in mente molte serie obiezioni oggi a un impianto morale tutto sommato così semplificato, eppure l’architettura, per così dire, la maestosità dell’impianto stesso ci affascina.
La vita di Stephen Fermoyle incrocia eventi formidabili della storia del Novecento. La Prima guerra mondiale, Hitler, Mussolini, la crisi americana del 1929, i rapporti fra l’eterno cattolicesimo romano e quello nuovo americano, impiantato nella democrazia e nella pluralità religiosa delle origini. E poi anche Darwin e Freud.
Qualunque cosa sia, il punto di vista romano di cui si parla nelle primissime pagine del romanzo, è quello che Stephen Fermoyle sente suo e, malgrado i molti momenti di crisi che vive, gli rimarrà fedele e anche questo lo sappiamo fin dall’inizio.
Eppure il romanzo afferra l’emozione come una modernissima serie di Netflix. Incontriamo un vortice di buoni sentimenti, di tempeste furiose, di questioni politiche e morali di oggi. Incontriamo un colpo di scena (spirituale) dietro l’altro e sappiamo che tutto troverà pace nel mare quieto della fede cattolica, eppure lì restiamo, a leggere pagina dopo pagina fino alla fine. E a riconoscere che si tratta di letteratura, grande letteratura.