Segreto inviolato
Ancora un romanzo cattolico militante dal quale è stato tratto in tempi davvero sorprendenti un film. Die Tat des Abbé Montmoulin, produzione tedesca del 1922, prende la sceneggiatura da un romanzo del 1898, Segreto inviolato (qui Paoline 1958), opera di Joseph Spillmann (1842-1903), gesuita svizzero di lingua tedesca, autore di molti racconti e di una decina di romanzi, al tempo così noto che da ben due sue opere sono stati tratti film. Interessante, se si pensa che si tratta di letteratura scopertamente edificante.
La storia inizia la prima domenica di Quaresima, un tempo di Passione che subito ci fa pensare che un’altra passione si sta preparando. È quella di don Francesco Montmoulin, prete di Aix en Provence, santo oltre ogni sospetto. Nel vecchio chiostro di Santa Vittoria, in cui vive, una buona donna, grande benefattrice, viene accoltellata e muore.
Si tratta della sorella nubile del segretario comunale, uomo anticlericale, insofferente a tutta la beneficenza che la donna dispensava, sottraendola alla futura eredità dei figli di lui, e giusto la sera del delitto qualcuno ragiona col sindaco e gli altri amici suoi all’osteria La Rosa d’oro che sarebbe utile assai, in vista delle elezioni vicine, uno scandalo fresco fresco, su un bravo prete per confondere le anime ingenue e pie pronte a votare i clericali.
In questo clima descritto con piccole grandi finezze che permettono di non passare la soglia del fastidio per la partigianeria del narratore, s’accumulano gli indizi che portano a sospettare dell’omicidio proprio il buon parroco. Noi sappiamo che in realtà il colpevole è il sacrestano, un uomo senza qualità alcuna e avido, che architetta il delitto per rubare un’ingente somma di denaro destinata a un ospedale per i poveri. La costruzione del suo alibi è degna di un giallo classico ben architettato e si vive la notte del delitto con sdegno e tensione fino al momento angoscioso in cui il colpevole inscena una confessione funzionale al silenzio del prete, che non lo assolve ma sa di non poter parlare in virtù del segreto cui è tenuto.
Dal coro sgangherato degli accusatori, si distacca qualcuno che conserva il giusto di razionalità ed è il dottor Corbillard, medico del paese e anche medico incaricato delle indagini. Un paradosso interessante, perché proprio lo scienziato non credente è scettico verso la frettolosa accusa che viene mossa al buon prete. Arriva dopo tutti gli accusatori di mestiere sul luogo del delitto e al sindaco che lo rimprovera per questo risponde: «È la mia massima: prima i vivi che si possono ancora aiutare, e dopo i morti che aspettano con più pazienza di lei, per esempio, signor sindaco» (114). Un po’ di buonsenso nel mezzo delle partigianerie agitate che si fronteggiano.
Il primo interrogatorio è molto istruttivo. Non si sa trovare un movente, ovviamente, dal momento che don Francesco Montmoulin è universalmente riconosciuto come un buon prete, dedito ai poveri e di sicuro uomo di fede. E allora ecco, il movente principale, unico, diventa la povertà: «Mio Dio! Come mai avrei dovuto commettere un sì orribile delitto?». «Come mai? Si spiega facilmente. Ella è povero... inoltre: voleva preparare delle camere a sua madre. Anch’essa, a quanto si dice, è povera. L’è capitato di poter aiutare a un tratto sé e lei e forse qualchedun altro, e la tentazione l’ha vinta» (119).
La povertà come colpa. I poveri scivolano più facilmente nella delinquenza. I poveri sono naturalmente inclini al male.
La rappresentazione dell’arresto è un ricalco della Passione. Il popolo che, trascinato dalla chiacchiera, dileggia e l’innocente che non si oppone al pubblico ludibrio. Ancora, solo il medico gli è vicino: «Signor curato, io non sono mai stato alle sue prediche e non le ho mai dato fastidio in confessionale, ma l’ho sempre stimata per un gran filantropo e non posso ritenerla capace di un tale delitto. Sollevi il capo: se c’è un Dio l’aiuterà» (121).
In un crescendo di tensione, per quattro settimane l’indagine avanza fino a che il venerdì precedente la domenica di Passione il giudice istruttore rimette gli atti al procuratore generale e tutto dice che il curato è l’assassino. Il processo conferma i pregiudizi dei colpevolisti, gli innocentisti sono confusi e poco efficaci e il verdetto è la condanna a morte.
La parte più pedagogicamente interessante ai fini della edificazione è data dai momenti in cui il difensore, che ha intuito che l’unica spiegazione possibile è che il prete protegga il segreto della confessione, prova a sostenere questa tesi con argomentazioni indirette e l’accusato storna sistematicamente l’attenzione da questa possibilità, ma insieme si dichiara innocente di fronte a Dio. Nessuna ingenuità, c’è la complessità del caso, di ogni caso di questo tipo.
Il curato Montmoulin vede suo malgrado commutata la pena in ergastolo e lo seguiamo sulla nave che lo porta in Nuova Caledonia in compagnia di «ladri, truffatori, assassini, anarchici... putredine morale» (235).
Il resto è come deve essere. Pentimento e confessione del colpevole, riabilitazione e glorificazione della figura del curato. Il romanzo appartiene a un tipo di letteratura strenuamente militante e pedagogicamente blindata, popolare in modo accorto, fatta di cattolicesimo eroico e «selvaggi» da convertire. Di grande successo popolare evidentemente, se si pensa che Spillmann venne tradotto nel corso dei primi decenni del secolo scorso in 14 lingue per 1 milione di copie vendute.