Italia - La guerra di Putin. Se la sinistra è antiamericana
Intervista al prof. Biagio De Giovanni
Biagio De Giovanni è filosofo e politico. Accademico dei Lincei e docente emerito di Filosofia politica presso l’Università L’Orientale di Napoli, di cui è stato rettore dal 1987 al 1989, dal 1981 al 1986 ha diretto Il Centauro. Rivista di filosofia e teoria politica. Nel 1989 e nel 1994 è eletto al Parlamento europeo prima nelle file del Partito comunista (PCI) e poi del Partito democratico della sinistra. Affrontiamo con lui i recenti eventi di guerra in Ucraina e di come essi si stanno interpretando in Europa, segnatamente in Italia.
Biagio De Giovanni è filosofo e politico. Accademico dei Lincei e docente emerito di Filosofia politica presso l’Università L’Orientale di Napoli, di cui è stato rettore dal 1987 al 1989, dal 1981 al 1986 ha diretto Il Centauro. Rivista di filosofia e teoria politica. Nel 1989 e nel 1994 è eletto al Parlamento europeo prima nelle file del Partito comunista (PCI) e poi del Partito democratico della sinistra.
È stato presidente della Commissione per gli affari istituzionali, membro della Commissione per la gioventù, la cultura, l’istruzione, i mezzi di comunicazione e lo sport, della Delegazione per le relazioni con l’URSS, della Commissione giuridica e per i diritti dei cittadini, della Delegazione per le relazioni con la Repubblica popolare cinese, della Delegazione per le relazioni con i paesi del Mashrek e gli stati del Golfo.
Tra le sue recenti pubblicazioni, ricordiamo: Libertà e vitalità. Benedetto Croce e la crisi della coscienza europea (Il Mulino 2019), Kelsen e Schmitt. Oltre il Novecento (Editoriale Scientifica 2018), Marx filosofo (Id. 2018), Fatto e valutazione nella teoria del negozio giuridico (ESI 2016). Per Il Mulino sta per uscire il volume Figure dell’Apocalisse. La potenza del negativo nella storia d’Europa e, nel prossimo annale Chiesa in Italia 2022 curato dalla rivista Il Regno, che porta gli atti della Scuola di Camaldoli 2021, sarà presente anche il suo saggio intitolato «Berlino 1989. Alla fine della storia».
Affrontiamo con lui i recenti eventi di guerra in Ucraina e di come essi si stanno interpretando in Europa, segnatamente in Italia.
– Professor De Giovanni, lei è tra gli intellettuali europei di maggior rilievo e nella sua esperienza culturale e politica ha attraversato gran parte della vicenda storica della sinistra italiana. Di fronte all’attacco di Putin all’Ucraina verrebbe da chiedersi se davvero siamo mai usciti dal Novecento.
«Distinguerei tra la motivazione e le modalità con le quali Putin ha assunto questa tragica decisione d’aggredire l’Ucraina. La crisi della globalizzazione in atto dal 2008, a motivo della crisi finanziaria, ha ridestato la ricerca d’identità, determinando la richiesta di un ritorno dei confini, delle frontiere, e suscitato un po’ ovunque movimenti sovranisti o populisti. Putin – in sfregio alla complessità della storia, compresa quella russa – ha ridestato la nostalgia di un passato considerato migliore – quello precedente al 1989-1991 –, nel quale la Russia era una grande potenza mondiale, e ha espresso la volontà di potenza nel cercare di riprendersi qualcosa che considerava suo. In questo c’è ancora una struttura novecentesca della vicenda, soprattutto nel modo nel quale è avvenuta, ma in una condizione mondiale diversa e che sarà ulteriormente diversa ancora dopo questa guerra».
L’antiamericanismo come eredità
– Lei proviene dalle file della sinistra italiana. Come giudica le reazioni di una parte della sinistra alla guerra di Putin?
«Devo confessarle tutta la mia amarezza e il mio sconcerto di fronte a questa guerra. In se stessa, naturalmente, e per le reazioni che vedo in Italia. Nella sinistra italiana, in particolare, vi è di risulta un antiamericanismo diffuso. Essa ha ereditato il peggio di quel che è rimasto del vecchio PCI. Sta emergendo nelle reazioni di un pezzo importante del popolo italiano qualcosa delle tesi che hanno brillato in tempi passati, quando si pensava che l’Unione Sovietica avrebbe avuto un ruolo mondiale significativo e per lungo tempo.
Quella “spinta propulsiva” che il PCI dichiarò esaurita soltanto nel 1981. Anche qui ci sono tuttavia differenze dal passato: è venuto meno lo scontro ideologico, l’URSS non c’è più, ma quel residuo ideologico si è trasformato in una forma di pacifismo antiamericano.
Lo vedo anche in gran parte delle trasmissioni televisive. Si parla molto più di Biden che di Putin. Come se la colpa fosse dell’America. E l’invasione di Putin, una reazione alla presenza della NATO. Tutto questo esprime in realtà un forte sentimento antiamericano».
– Come se lo spiega? Come mai nella sinistra? È una sinistra che non è mai uscita dalla fine della fase storica precedente?
«Il PCI era un grande partito, così come la Democrazia cristiana (DC), non solo perché aveva un grande consenso di massa, ma perché aveva una grande classe dirigente. Si trattava di classi dirigenti colte, persino aristocratiche, e – nonostante limiti e difetti – responsabili per il paese. Queste classi dirigenti, nella struttura dei partiti d’allora, governavano il popolo, cercando di superare e d’educare le zone di plebeismo.
Quando sono finite queste classi dirigenti e il sistema dei partiti è venuto meno, il popolo è rimasto solo. Sorgono così i Cinque stelle. Nei quartieri popolari di Napoli dove il PCI prendeva il 70% dei consensi, nel 2018 i Cinque stelle hanno preso il 70% (cf. Regno-att. 8,2018,193). I temi della protesta – “la casta”, “sono tutti disonesti”, la palingenesi sociale, con l’aggiunta dell’“uno vale uno” e così via – trasformavano rozzamente, fino a renderle irriconoscibili, pulsioni presenti nella massa aderente al PCI, perché lì c’era una classe dirigente che li mediava, magari in chiave moralistica, disinnescandone tuttavia la carica eversiva o qualunquista, in favore della differenza morale».
– E Salvini?
«Salvini è Salvini e si comprende in una chiave di lettura più modesta».
La democrazia
fa sempre la differenza
– E tuttavia rimane aperta la domanda, assieme allo stupore, su come mai l’adesione convinta all’Europa dei nostri partiti e dei loro leader non ha culturalmente mediato in maniera sufficiente l’antiamericanismo.
«Ciò che qui non è mai davvero passata è l’idea di Occidente composto da America ed Europa assieme. Noi consideriamo l’Europa un’altra cosa dall’America. L’America rappresenta un di più che non viene accolto. Certo l’America è un impero, una leadership mondiale che ha fatto molte guerre, alcune delle quali erano infondate (penso alla Seconda guerra del Golfo), il cui interventismo politico non sempre è stato fondato e motivato. Talora per eccesso, e talora per difetto. Come non menzionare la recente fuga da Kabul (cf. Regno-att. 16,2021,481)?
Ha avuto presidenti pessimi, ma il sistema democratico li ha cambiati, ha ricompreso in se stesso gli effetti negativi. Nella spinta americana ad affermare materialmente, anche con la violenza, la propria leadership nel mondo c’era qualcosa di più rispetto alla vicenda attuale di Putin, che è paradigmatica dei sistemi autocratici.
Anzitutto le motivazioni e la ricerca d’agire entro il diritto internazionale, con il consenso dell’ONU. Nella prima Guerra del golfo, l’Iraq aveva iniziato a invadere il Kuwait; l’Afghanistan fu la risposta all’11 settembre. L’America è stata un impero e certamente la componente della violenza è stata presente. Ma nelle democrazie è comunque una violenza mediata. Ogni civiltà la contiene in sé, ma bisogna distinguere.
Qui la violenza espressa da Putin sta assumendo toni “metafisici”, assoluti. Negli Stati Uniti sono stati possibili la nascita di movimenti di protesta di massa. La libertà di stampa è sempre stata garantita e ha svolto un ruolo critico fondamentale. Ha fatto dimettere presidenti. La partecipazione statunitense alla guerra del Vietnam è crollata sulle proteste interne, più che sulle sconfitte esterne.
Nelle dittature, nelle autocrazie no. In Russia se oggi pronunci la parola “guerra” finisci in carcere perché, per la verità di regime, la questione ucraina è un problema interno alla nazione russa. Come lo fu la Cecenia. Un’“operazione speciale”, quasi fosse un’operazione di polizia. Non si possono mettere sullo stesso piano. La democrazia fa sempre la differenza. Anche se i morti sono sempre i morti e sono uguali ovunque e comunque».
– Sta dicendo che non esiste l’età dell’innocenza e che la democrazia è l’unico sistema che può contenere e limitare la violenza. Una lezione che Putin non accetta!
«Tutte le civiltà – dicevo – contengono in sé stesse un seme di violenza: pensiamo alla stessa Europa. Le idee che le formano hanno una visione espansiva, che tende anche alla sopraffazione. Non parliamo degli imperi che si sono formati dalle diverse civiltà e che hanno esercitato costantemente la violenza. Che cosa è stata l’Europa quando era il centro del mondo con le interminabili guerre interne, fino ad Auschwitz? Noi non possiamo dirci innocenti. Non c’è innocenza nella storia.
Ma l’Europa ha conosciuto dopo la Seconda guerra mondiale l’elaborazione di Costituzioni e sistemi istituzionali democratici che le hanno garantito, nel rispetto del diritto internazionale e nell’alleanza con gli Stati Uniti, quella pace che non aveva mai sperimentato prima.
Il fatto clamoroso, inaccettabile nell’inaccettabilità di questa guerra, è che Putin abbia rotto arbitrariamente l’ordine internazionale con una guerra nel cuore dell’Europa, invadendo uno stato sovrano, togliendogli il diritto alla pace e all’autodeterminazione, agendo contro il diritto internazionale.
Trovo sconcertante che questo aspetto sia scomparso velocemente dal dibattito. Si è trattato di un gesto di violenza inaudita compiuto nel cuore dell’Europa. Pura prepotenza violenta. La rottura dell’ordine internazionale pone il problema della riduzione all’insignificanza delle grandi istituzioni internazionali e il problema della sua affidabilità domani di fronte a un nuovo tentativo d’ordine che non sia quello che lo vede egemone. Per questo motivo – che è il motivo decisivo – Finlandia e Svezia hanno interrotto una lunghissima tradizione di neutralità e hanno chiesto d’entrare nella NATO. Di Putin non ci si può più fidare. Chi rompe l’ordine internazionale mette a rischio la pace mondiale, dato il carattere mondiale dei suoi effetti».
Putin teme l’unità dell’Occidente
– Lei crede che il problema sia la NATO o la democrazia? Che cosa teme di più Putin?
«La democrazia. Questa guerra va letta anche in relazione all’ulteriore involuzione delle istituzioni democratiche in Russia, un immenso continente che mai ha conosciuto la democrazia politica. Un minimo sviluppo degli istituti democratici si era aperto dopo il 1991, ma si sa com’è andato a finire. Quando Putin motiva l’attacco all’Ucraina come risposta ai fatti del 1989 e rimette in campo la questione della grandezza del passato, anche quello imperial-zarista, significa che ha chiuso definitivamente per la Russia ogni prospettiva di sviluppo democratico.
Ma c’è poi in questo anche la volontà d’evitare che ai confini della Russia, nei territori che erano stati Russia, si sviluppi l’occidentalizzazione del sistema politico, motivazione forse centrale. Infatti il sistema politico ucraino andava decisamente in questa direzione. Nei confini che lui considera ex suoi non può entrare l’Occidente, non si può sviluppare un sistema democratico rappresentativo. Più che la NATO è l’Europa che fa paura. Ma soprattutto l’unità dell’Occidente, che peraltro la guerra pare stia provocando.
L’unità dell’Occidente è la sola risposta possibile al declino dell’Occidente, al suo indebolimento, al suo “suicidio”, com’è stato detto. Non a caso Putin stigmatizza un Occidente in preda al degrado etico, di contro a una Russia che mantiene vivi i propri millenari valori morali. Naturalmente non è vero. Ma è vero che l’Occidente appare, in molti aspetti della sua vita, una civiltà in declino, in difficoltà, e l’unità delle sue componenti su alcuni principi di fondo è la sola risposta.
Pensiamo a che cosa si sta sviluppando negli Stati Uniti con i movimenti ispirati alla cancel culture, a quell’atteggiamento di colpevolizzazione di sé che giunge alla negazione di un’intera civiltà, dove l’Occidente è descritto come un mostro violento, autore di genocidi nel passato e oggi nella totale anarchia e decadenza anche morale».
– Mi sembra una forma infantile di negazione della storia. Torniamo quindi al tema dell’innocenza, della neutralità della vita.
«Temo che l’eccesso di dominio della tecnica stia distruggendo il linguaggio delle tradizioni storiche. Mi viene da definire quello della tecnologia digitale un “non-linguaggio”, perché i linguaggi storici sono come dimenticati. Ma questi ultimi portano con sé un principio narrativo che può comprendere e rappresentare le contraddizioni. Senza di essi le cose sembrano stare tutte sullo stesso piano».
– Semplificando: democrazie da una parte e autocrazie dall’altra? In questo senso è dirimente l’alleanza tra Putin e la Cina.
«Non è detto che Russia e Cina vadano all’unisono. Ci sono molti motivi storici e molti interessi attuali perché non accada. È utile ricordare che le relazioni sino-russe sono sempre state storicamente delicate non soltanto al tempo dell’Unione Sovietica, ma anche dopo il 1989, con la progressiva transizione dei due ex colossi comunisti verso sistemi di altra natura politica, accomunati da un ricorso pervasivo a forme di capitalismo di stato. Entrambi sono governati da regimi autoritari.
Però mi ha molto colpito la Dichiarazione congiunta tra Putin e Xi Jinping del 4 febbraio 2022, 20 giorni prima dell’attacco russo all’Ucraina, nella quale si dichiara finito il liberalismo e si afferma che non esiste un modello unico per guidare i paesi nella creazione della democrazia e che spetta alle singole nazioni scegliere le diverse forme e metodi di governo. Entrambi i paesi sono oggi uniti nella loro rivalità con gli Stati Uniti. Entrambi i paesi non interferiranno nei rispettivi piani espansionistici. Il messaggio è inquietante se la tesi è: il futuro siamo noi».
– Non le pare che la guerra di Putin abbia almeno sortito un recupero di unità dell’Europa?
«Non so. Forse questa iniziativa tragica di Putin sta ricompattando almeno in parte una sezione delle classi dirigenti europee. L’Europa continentale, che corrisponde in gran parte all’Unione Europea, e sulla quale Putin ha tentato il massimo di pressione politica, reagisce bene nel suo insieme.
L’Italia è un po’ l’anello debole anche per un’opinione pubblica che più che altrove, per le ragioni accennate, reagisce in modo assai vario. Ma al momento c’è. Debbo dire per fortuna che c’è Draghi e c’è Mattarella. Con Conte sarebbe stata una tragedia, un andirivieni incomprensibile di decisioni e di affabulazioni.
In secondo luogo vorrei osservare la ripresa del ruolo della Gran Bretagna, che ha recuperato un ruolo di potenza politica, proprio per la Brexit: gli effetti delle scelte storiche sono sempre complessi.
L’America rischia sempre di debordare. Per questo giudico estremamente positiva la posizione espressa da Draghi nel suo viaggio americano, nel quale ha posto l’Europa e l’America assieme in questa vicenda, ma sullo stesso piano. In questa fase l’Europa sembra esserci nonostante qualche tentennamento. È fondamentale. La sfida per l’Unione Europea è quella di diventare una potenza politica. Non abbiamo la potenza. Come qualcuno dice: “siamo una potenza erbivora”. Pensi solo a quello che accade nel Mediterraneo, dove rischia di non esserci più nulla di europeo, se non forse Israele, che rimane un’isola, mentre s’amplifica il ruolo e la presenza di Russia, Turchia e di dispotismi vari».
Pesa in Italia la storia incompiuta del PCI
– Vorrei tornare alla sinistra italiana. Come mai in Italia l’antifascismo si è prolungato ben oltre il fascismo, fino a essere assunto come categoria esplicativa dell’intera realtà politica? È come se la sinistra italiana, non potendo più essere qualcosa, fosse «anti»: anti-americana, anti-fascista…
«Questo tema esiste solo in Italia. In paesi come la Germania, che hanno vissuto in maniera più tragica la vicenda del totalitarismo, l’esito è stato diverso. Lì si è pensato che le istituzioni democratiche avessero assorbito una tendenza demoniaca del potere che si era manifestata col nazismo. Da noi è mancata una determinazione forte nei confronti della democratizzazione. Scarseggia una convinzione matura e attiva per le istituzioni democratiche. È sempre prevalso in zone larghe della società il tema della sfiducia nei confronti delle istituzioni. Ci possono essere manifestazioni minoritarie, resti sentimentali legati al fascismo, ma il fascismo come fenomeno politico in Italia non c’è più, per cui “l’anti” non ha senso. È una trappola ideologica.
La difficoltà profonda della storia del PCI, che è stata indubbiamente una grande storia, cui ho partecipato convintamente, e a cui oggi guardo anche in maniera autocritica, stava nella sua scelta originaria, c’è poco da dubitare.
Pesa il 1917 come evento identificativo della propria storia, come periodizzazione della storia stessa. Una periodizzazione che si è conclusa nel 1989. La democrazia politica nel grande PCI doveva sempre diventare un’altra cosa, più avanzata, doveva arrivare un altro mondo che la doveva inverare; era la cosiddetta “democrazia progressiva”. I limiti obbligati dalle scelte di fondo che aveva fatto il PCI hanno pesato in una parte d’Italia che chiamiamo sinistra e che, come si è visto, non aveva neppure confini rigidi e hanno innestato nel popolo un principio di sfiducia nel metodo democratico».
– L’altra categoria, assieme a «democrazia», credo che sia quella di «liberalismo». Quando Putin dice che la democrazia liberale non è l’unico sistema e che dunque esistono sistemi ispirati alle democrazie illiberali (tesi non troppo diversa da quella assunta da Orbán), esprime una visione contraria alla storia culturale dell’Occidente, ma va incontro al sentimento profondo di una parte della nostra opinione pubblica – penso ai populismi di destra e di sinistra – che proviene anche dai partiti di massa novecenteschi.
«Bisognerebbe qui delineare i confini tra liberalismo e democrazia (che sono importanti), ma anche le necessarie connessioni. Il liberalismo è forma, vive nelle istituzioni, e le istituzioni democratiche sono anche istituzioni liberali. Da noi la dimensione concettuale di liberalismo è stata sempre guardata con sospetto. Ha attecchito in élite minoritarie, le quali in certi momenti della storia sono state in grado d’influenzare le leadership dei grandi partiti e le loro decisioni; ma mai è entrato compiutamente nel profondo dei partiti di massa il rapporto tra libertà e istituzioni. Quel rapporto ha inciso in particolare in alcuni dirigenti più sensibili, soprattutto nella DC (De Gasperi per tutti), in misura ancora minore nel PCI. Che ha avuto certo meriti nel difenderla in ore difficili, ma con quel limite che si è portato dietro per tutta la sua storia».
– Non è un po’ un paradosso che la Germania ne sia uscita meglio?
«La Germania ha ripensato sé stessa in chiave liberal-democratica perché ha avuto una grande socialdemocrazia. Da noi il PCI non si è trasformato in socialdemocrazia. Il paradosso tedesco – come lo chiama lei – è che, avendo avuto un totalitarismo più tragico del nostro, ha poi saputo elaborare, per storia filosofica e politica, in maniera più approfondita la questione istituzionale. Noi no. Non pienamente. Il caos italiano deriva dalla carenza di liberalismo».
– Stiamo assistendo a diverse forme di pacifismo. Alcune organizzazioni sono seriamente impegnate su un piano umanitario e fanno del loro intervento anche il luogo del mantenimento di un canale di dialogo. Altri soggetti, più ideologizzati, mi sembra che chiedano agli ucraini la rinuncia alla legittima difesa e dicendo «pace», «pace», ne chiedano di fatto la resa. Che cosa ne pensa?
«Condivido fino in fondo la volontà di pace, così come auspico che si avvii una trattativa vera, ma a un certo pacifismo vorrei fare questa domanda: se oggi la bandiera russa sventolasse su Kiev, se a Kiev vi fosse un governo fantoccio, antidemocratico, e in tutta l’Ucraina fosse in corso la repressione, la “de-ucrainizzazione”, con la caccia, casa per casa, di tutti coloro che si sono opposti all’invasione, con persone imprigionate e torturate, secondo un vecchio metodo, questa per voi si chiamerebbe pace?
Perché la resa, teorizzata da qualcuno, avrebbe prodotto questo scenario materiale, visto quello che è stato fatto con la popolazione civile nelle zone occupate. Nessuno vuole la continuazione della guerra, ma non basta dire: “pace, pace”. Bisogna almeno aggiungere un aggettivo: “giusta”» (cf. in questo numero a p. 279).
a cura di
Gianfranco Brunelli