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Attualità
Attualità, 22/2021, 15/12/2021, pag. 722

La paura ci degrada

Mariapia Veladiano

Il «primo caso di polio quell’estate si verificò agli inizi di giugno, subito dopo il Memorial Day, in un quartiere italiano povero all’altro capo della città rispetto al nostro». La città è Newark, nel New Jersey, costa orientale degli Stati Uniti. L’estate è quella del 1944, 11 anni prima che Jonas Salk mettesse a disposizione il vaccino contro la poliomielite. Il quartiere «nostro» della voce narrante è il quartiere ebraico di Weequahic, dove vive e lavora Bucky Cantor, il protagonista. Il romanzo è Nemesi, di Philip Roth (Einaudi, Milano 2011). Un incipit perfetto, che spalanca la voragine intorno alla quale i personaggi si muovono cercando di non finirci dentro. Oppure provando a finirci con uno scivolo morbido, una qualche sapienza che dia ragione di quel che accade, una speranza qualsiasi.

Bucky Cantor è un giovane americano ebreo che non è in guerra perché ha un grave problema di vista. Tutti i suoi amici sono a combattere e lui si vergogna profondamente di non poter fare quello che considera giusto per la sua patria. Ma è sportivo, niente basket o football o baseball per via degli occhi, ma un eccezionale lanciatore di giavellotto sì, allenato, forte. È profondamente etico in ogni suo gesto e pensiero, e così lavora come animatore di un campo estivo per bambini e ragazzi.

Ogni estate ci sono casi di polio e i ricchi portano le famiglie al mare sulla Jersey Shore, oppure sulle Pocono Mountains, dove si trova quell’estate anche la sua amatissima Marcia, la fidanzata, che fa l’animatrice di un campo per ragazzi e lo vorrebbe con lei al sicuro dal contagio. Perché della polio non si sapeva quasi niente, ma «tutti ritenevano che le aree urbane, con i loro marciapiedi luridi e l’aria stagnante, facilitassero il contagio» e nel dubbio intanto si sospettava di tutto, dei piccioni, dei cani e si sterminavano i gatti randagi. «Però si sapeva per certo che la malattia era estremamente contagiosa e poteva essere trasmessa ai sani attraverso la mera prossimità fisica con chi ne era già infetto» (6s).

Bucky Cantor mette tutta la sua intelligenza e le sue energie nell’obiettivo di preservare la salute dei bambini. S’interroga continuamente su quel che è meglio fare. Giocano a softball e l’attività fisica fa certamente bene, ma il caldo è torrido e sudano e allora li fa fermare spesso e riposare, e quando una banda di ragazzi del quartiere italiano viene spavalda a fare quello di cui la chiacchiera cattiva li accusa, cioè a spargere la polio sputando abbondantemente sul marciapiedi che corre intorno al campo, lui si interpone fra loro e i suoi ragazzi, li convince ad andarsene, disinfetta il marciapiede con acqua bollente e ammoniaca, rassicura, rasserena. È l’adulto responsabile che tutti vorremmo per i nostri figli.

Ma la polio avanza e uccide più di quanto abbi mai fatto nelle estati precedenti. Anche i suoi ragazzi, anche i migliori fra loro. C’è una pagina straordinaria. Mister Cantor attraversa il quartiere per andare a trovare i genitori di un suo ragazzo colpito dalla polio. Lo fermano i padri e le madri dei ragazzi che allena, lo stimano, chiedono rassicurazione e lui con metodo risponde a tutti senza mai mentire, aiuta tutti a essere adulti, a non lasciarsi andare all’irrazionalità e al pregiudizio: certo che possono giocare i bambini, anche con il caldo, controllerà che non si affatichino; no no, non sono stati gli italiani a portare la polio al campo, non si sono nemmeno avvicinati ai bambini.

E quando lo circondano affastellando ipotesi, è il latte, le vacche sono sporche, bisogna disinfettare tutto, bisogna legare al collo dei bambini palline di canfora, bisogna spandere prodotti chimici per le strade, e poi accusando il servizio sanitario «sempre occupato... lo lasciano apposta sempre staccato il telefono», Cantor interviene con autorevolezza: «E un’altra cosa importante è che voi tutti vi calmiate, non perdiate l’autocontrollo e non vi facciate prendere dal panico. E non trasmettiate il panico ai figli» (26). Perché «meno abbiamo paura meglio è. La paura ci rammollisce. La paura ci degrada. Far sì che si abbia meno paura... questo è il tuo compito, e il mio». Sono parole del padre di Marcia queste ultime, bellissima figura di medico che nel romanzo rappresenta l’umanissimo realismo di una scienza che sa i propri limiti e li condivide con il prossimo con onestà ma senza spargere terrore.

Durante quella passeggiata, Cantor si sente rivolgere anche la domanda delle domande: «Perché la polio sta attaccando i nostri bei bambini ebrei?». «Non so perché attacca quelli che attacca», risponde Cantor. «Ecco perché tutti cercano di scoprire di chi o di cosa sia la colpa. Cercano di scovare un responsabile in modo da poterlo eliminare» (25s).

Ma la domanda è un tarlo. E quando muore Alan Michaels, il più bravo e amato dei suoi ragazzi, alla cerimonia comunitaria del Kaddish in lode al Signore, sotto il sole rovente di quell’estate apocalittica, si chiede come possa esserci perdono per un Dio che infligge la polio ai bambini.

Intanto il tempo trascorre straziato dal suono delle sirene delle ambulanze che «si sentivano giorno e notte» (59), dai bollettini quotidiani trasmessi dalla stazione radiofonica locale, con la conta crudele, dalle conversazioni ossessive su precedenti pandemie e contagi, un raccontarsi l’un l’altro la speranza di un vaccino che spazzi via la polio, com’era accaduto per la difterite e il vaiolo, e c’è chi lo può testimoniare mostrando la traccia sul braccio.

Infine Bucky Cantor cede alle preghiere di Marcia e la raggiunge al Campo estivo di Indian Hill, amenissimo luogo di ricreazione estiva, sulle Pocono Mountains, così pure, luminose e lontane dal contagio. Eppure.

Dieci anni dopo, Jonas Salk arruola quasi 2 milioni di bambini per la sperimentazione del vaccino che verrà somministrato per la prima volta su larga scala in Russia. Una storia da conoscere. Roth chiude il romanzo sull’immagine perfetta di Bucky Cantor che con mosse perfette lancia alto nel cielo il giavellotto, che, perfettamente controllato da un corpo perfetto, dopo lunghissima traiettoria nell’aria, atterra, e l’acuminata punta di metallo infilza obliqua la profondità del suolo.

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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