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Attualità
Attualità, 20/2021, 15/11/2021, pag. 654

Parlami di Dio | La Chiesa che non ascolta la domanda

Mariapia Veladiano

C’è un pretone «con una corporatura e una faccia alla Falstaff» (20) ormai vecchio. Oggi non lo si direbbe proprio, ma in tempi a noi vicini a sessant’anni davvero si stava vicini al gran passaggio. E anche il luogo contribuiva di suo, il paese di Montelice, sull’Appennino, che il progresso del mondo lasciava indietro senza darsi pena: «Sette case addossate e nient’altro: più due strade di sassi, un cortile che chiamano piazza, e uno stagno e un canale, e montagne fin quanto ne vuoi» (19). La Seconda guerra mondale è finita da poco, ma quassù niente è cambiato e non s’intravvede speranza che qualcosa possa cambiare.

Poi c’è una vecchia, stessa età del prete più o meno, si chiama Zelinda, lava cose terribili al fiume, tutto il giorno, non frequenta. Non solo la Chiesa, non frequenta niente, vive per conto suo, in compagnia di una capra, che l’accompagna dalla casa al fiume e dal fiume alla casa. Esattamente perché non ha trovato il suo piccolo posto nel piccolo mondo murato in cui si trova a vivere, diventa per il prete un punto di domanda. Il vero solo punto di domanda. Dal giorno in cui la vede. Erano quattro gatti, probabile che l’avesse vista anche altre volte. Ma un giorno sente la sua presenza. Lei lo guarda, lui la guarda. E lei gli entra dentro.

Niente è quello che sembra in questo piccolo pazzesco romanzo di Silvio D’Arzo (Casa d’altri, Corsiero editore 2013; riproposto nel 2020 anche da Marietti). Le pietre di Montelice sono tali e quali a quelle di Cerreto Alpi, luogo di nascita della madre di Silvio D’Arzo. Si chiamava Rosalinda Comparoni, e Silvio D’Arzo nella verità dell’anagrafe si chiamava Ezio Comparoni, perché il padre non si sapeva chi fosse e la madre aveva avuto da sola questo figlio, dopo aver sconfinato nella vergogna il paese, e lo aveva allevato in obbligata crudele povertà evangelica.

La vecchia Zelinda/Bellinda, porta il nome di «Zelinda e il mostro», versione montalese della Bella e la Bestia, quella scelta da Calvino per le Fiabe italiane; è la donna che sa vedere oltre le apparenze, legge il cuore. Il mostro forse è questo Falstaff grande e grosso che non sa in che cosa crede, non si trova a proprio agio con la morte che pure deve professionalmente accompagnare: «I commiati non sono mai stati per me. Specie quelli» (18). È lui la voce narrante, il Falstaff fanfarone, millantatore come con le comari dell’opera. Cosa millanta? Il suo ruolo lo copre, ma forse millanta la fede. Il peccato che non può essere perdonato.

Intorno a lui ci sono persone che conosciamo nelle nostre modeste parrocchie. La Melide che prepara i morti, perpetua servizievole, che tutto vede, niente sa e tutto tollera finché il suo servizio la lascia in cima a una piccola catena di potere, anche se i pensieri del prete sono lontani da lei, pazienza.

Ma è pronta diventare ferocemente gelosa, se questi pensieri da un certo giorno si rivolgono alla vecchia. Allora no e lo fa capire a lui che registra preciso: «A suo modo era quasi gelosa di me: come i servi e i bambini, mi spiego» (35). Servi e bambini. Dipendenza e infantilizzazione. Possiamo metterli fra i mali più seri della Chiesa, anche ora? Mali non solo consentiti ma anche ben coltivati. Ai bambini si possono dare risposte sempliciotte e se chiedono troppo si risponde che troppe domande vengono dal demonio, a chi di noi non è capitato. Ai servi addirittura non si risponde, non c’è bisogno di
dar conto.

Ma una sera la vecchia sale alla casa del prete in parrocchia e mentre lui percorre il corridoio «più buio di un forno» che lo porta alla stanza dove lei lo aspetta, si sente «come uno che è in debito: il creditore è là ad aspettarlo, e lui intanto non sa come fare, perché il suo lo ha già speso da un pezzo e tutto quel che ha è un po’ di rame e in una mano ci sta» (35).

Ha paura di non saper cosa dire se la vecchia ha qualcosa di importante da chiedere, questa è la verità: «Sagre, olii santi, un matrimonio alla buona, ecco il mio pane ormai» (39).

Perché le domande sono pericolose e la consapevole, malinconica, spaventata voce di questo prete d’Appennino subisce il fascino della vecchia come davanti a un quadro che spalanchi l’abisso del vero, e per questo ne ha anche terrore, perché sa di non essere attrezzato, accomodato come si trova nel dondolare quieto di giorni uguali.

Quella sera la vecchia non parla e l’ossessione cresce. Ma è giusto così, eccome se è giusto: «Se il tuo mestiere è interessarti di tutti, comincia intanto a interessarti di uno: non più che uno solo. Fino in fondo, però, fino alla radice a dir poco. Non c’è mezzo migliore così per interessarsi sul serio anche di tutti quegli altri. Se no, galantuomo, risparmiati pure il sapone: tutto il resto non è che paesaggio» (57).

Un trattato di teologia in quattro righe. Una Chiesa che si sciacqua le mani nel paesaggio di piazze reverenti e non sa ascoltare la domanda. Che arriva alla fine, così immensa che nemmeno la sa formulare la vecchia, dolcissima e tremenda nella sua ostinazione, e potrà farlo solo quando lui, il prete, le andrà vicino, così vicino da poterglielo dire: «In due si cerca meglio, ecco tutto» (78).

E dovrà anche voltarsi, proprio voltarsi «verso il muro, come quando qualcuno si sveste» (84). L’anima a nudo. La miseria materiale di una vita uguale, senza speranza, senza futuro, senza. La grande domanda non è una bestemmia. E la fede allora?

Immenso dono della letteratura che parla a Dio.

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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