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Attualità
Attualità, 14/2021, 15/07/2021, pag. 475

Lectio bibliche da remoto

I vantaggi e le perdite

Luigi Accattoli

Dalla didattica a distanza alla telemedicina, in cento modi il digitale ha portato rimedio al distanziamento della pandemia e qualche volta, oltre al rimedio, ne abbiamo avuto degli acquisti. È successo anche ai gruppi biblici e simili, ovvero a quelli tra loro che hanno continuato a incontrarsi via Zoom o con altre piattaforme.

Ne ho esperienza e provo a dirla segnalando le perdite e i vantaggi del nuovo modo di leggere le Scritture e di farne conversazione. Anche porrò la domanda sul che fare, ora che si torna agli incontri in presenza. Abbiamo avuto il modo tradizionale, poi questo della teleconferenza: che arriverà domani?

Il numero dei partecipanti
qualche volta raddoppia

Un vantaggio sicuro – con il gruppo riunito da remoto – è stato l’ampliamento del numero dei partecipanti, che si è raddoppiato, o anche più. Eravamo una ventina e ora siamo sui 40. Può collegarsi chi vive fuori Roma o è fuori quel giorno. Chi in quell’orario non può uscire di casa. Chi dispone solo di un’ora e mezza e non delle tre necessarie per l’incontro in presenza.

Un altro acquisto lo vedo nella novità, o diversificazione, delle presenze. Prima eravamo quasi sempre gli stessi: poteva esserci un ospite nuovo ogni sei mesi. Ora l’arrivo dei nuovi è frequente e in esso trova buona spinta l’idea di allargare la cerchia. Una spinta di qualche pregio, che sfiora la missione.

Forse anche la modalità di conduzione e d’intervento ha avuto qualche miglioria con le teleconferenze: maggiore concentrazione, brevità delle prese di parola, attenzione espositiva a presenze nuove.

Ma detti i vantaggi dirò delle perdite sul piano dei rapporti tra le persone: non per nulla il gruppo che da 18 anni si riunisce a casa mia si chiama «Pizza e Vangelo». Ora il programma è dimezzato e la mancanza della pizza si fa sentire, perché quello è un nome scherzoso ma reale. Alle 20,30 ci si metteva a tavola per una cena leggera – appunto una pizza, con qualche aggiunta portata dagli ospiti – e alle 21,30 si passava alla lectio.

Con la pizza si festeggiavano onomastici e compleanni, si condividevano gli eventi delle famiglie coinvolte. Si svolgevano i discorsi a tavola, che da Platone a Lutero sappiamo di quanta umanità siano portatori. Si festeggiava l’amicizia che sorella Maria dell’Eremo di Campello indicava come il sacramento più possente, fondandolo sulle parole di Gesù «vi ho chiamato amici» (Gv 15,15).

Siamo sempre stati attenti a tenere fuori dalla politica le conversazioni sulla Scrittura. A questo aiuta la lettura continua che abbiamo scelto fin dall’inizio e abbiamo mantenuto negli anni percorrendo, lento pede, il Vangelo di Luca e gli Atti degli Apostoli. Ora siamo al capitolo 4 di Marco.

Il motivo primo di questa scelta sta nella convinzione che la lettura tematica, o rapsodica, dei testi biblici è più esposta – rispetto a quella continua – alle tentazioni dell’attualità. Ma eravamo tutti cristiani comuni, qualcuno anche impegnato in politica e dunque la conversazione sui fatti del giorno trovava posto nel momento, appunto, della pizza.

Aspettiamo dunque di recuperare la pizza alla ripresa d’autunno, ma speriamo di poterlo fare senza perdere i vantaggi della modalità da remoto. Bisognerà combinare le due forme di partecipazione e già i più versati – tra noi – nel digitale vanno studiando quella combinazione: ci vorranno forse un paio di Webcam nella sala dell’incontro, che inoltrino ai collegati da remoto le facce del gruppo in presenza.

Collaborano
nipoti e nonni

C’è chi la combinazione della presenza e del collegamento l’ha già sperimentata. Tra gli altri il prete e teologo romano Giampaolo Centofanti, animatore presso il Santuario del divino amore degli incontri biblici di un gruppo denominato In cammino con Maria e Gesù, che raccoglie un centinaio di partecipanti. In pandemia è stata attivata la possibilità del collegamento da remoto e anche una forma di rilancio degli incontri tramite YouTube, ma don Giampaolo non favorisce questi ampliamenti e guarda con perplessità a nuovi innesti nel gruppo senza l’opportuna gradualità.

Il mio parroco, don Francesco Pesce, appare più ottimista sull’apporto del collegamento da remoto almeno per quanto riguarda la catechesi: «Ho notato che a distanza sono diventate protagoniste anche le persone più riservate che in presenza solitamente non parlano. E spesso si aggregano altri componenti della famiglia motivati o incuriositi dal trovarsi nello stesso luogo».

Don Francesco non teme la mezza partecipazione di chi attiva la modalità «no schermo» e intanto fa altro: «Ricordo alcune mamme che al catechismo on-line dicevano: “Aspetti un attimo che vado a girare il sugo”. Questo per me è un valore aggiunto perché dà alla catechesi un senso di normalità e di presa sul reale». Altro aspetto buono è la collaborazione tra nipoti e nonni: «I nipoti erano i tecnici e i nonni erano messi in grado di raccontare adattandosi molto bene al mezzo tecnico».

Buona anche la valutazione della nuova esperienza da parte di un gruppo di Azione cattolica di Ceccano, Frosinone, guidato da Pietro Alviti: «Con l’introduzione del collegamento da remoto da un incontro a settimana siamo passati a tre e abbiamo agganciato altre persone. Siamo arrivati anche a 60 con l’iniziativa I lunedì della Parola, per la presentazione del Vangelo della domenica successiva, durata da dicembre a giugno, senza pause. Molte le persone coinvolte nella discussione».

Il nuovo mezzo
costringe alle immagini

Don Angelo Ciccarese, di Ostuni (Brindisi), rettore della chiesa della Madonna della Stella e cappellano della Confraternita che ha questo nome, è stato spinto dalla pandemia a comunicare con brevi video le sue meditazioni ai confratelli che non potevano vedersi in presenza: «Ma da subito i video preparati per i confratelli sono stati inviati ad altri contatti e l’aspetto positivo della vicenda è stato questo: molti che hanno ricevuto il video si sono fatti ripetitori del messaggio, inoltrandolo ai propri contatti».

Don Angelo trova penalizzante la mancanza del confronto che caratterizza questa diffusione delle meditazioni per video: «In precedenza avvertivo che la parte arricchente degli incontri, anche per me, era la conversazione, perchè lì emerge il vissuto dei partecipanti e la proposta ideale può farsi concreta».

Anche nel dopo pandemia la confraternita utilizzerà «questo modo di comunicare» ma avendo cura di «mettere in guardia chi ne usufruisce che tale modalità non può sostituire la ricchezza dell’incontro che fa pienamente umana la comunicazione da persona a persona».

Don Angelo infine riconosce d’averne avuto un vantaggio in quanto emittente del messaggio: «Ho dovuto cambiare modalità comunicativa. Eliminare frasi fatte, espressioni da omelia, ricorrere a immagini, fare uso di modi di dire che sono entrati nell’uso comune».

Don Francesco Viscome, animatore di un’altra confraternita, quella romana di Santa Maria della Quercia dei Macellai, ha inviato per WhatsApp ai confratelli ogni domenica mattina della pandemia una mini-omelia di due minuti (che ha poi raccolto nel volumetto Parole di speranza. Per non arrendersi alla notte, pubblicato dalla confraternita) e anche lui riconosce l’utilità che gli è venuta dal nuovo medium, che l’ha costretto alla brevità e a «procedere per voci/parole suggerite dalla liturgia, cercando di far emergere per ognuna un segmento di realtà, una fessura di significato che apre un varco all’annuncio del Vangelo».

Quando il vescovo
si fa aiutare dai giovani

Ho interpellato un vescovo, tra i tanti che in questa stagione si sono avventurati nelle praterie del digitale: Gianni Checchinato, di San Severo (Foggia), che – facendosi aiutare dai giovani – ha realizzato il format «6 parole per 40 giorni» che proponeva alle ore 20 di tutti i giovedì di Quaresima una lectio sul Vangelo della domenica seguente.

I giovani hanno suggerito al vescovo d’accompagnare la presentazione del brano evangelico con «qualcosa che ne riprendesse i contenuti con altri linguaggi»: canzoni che avevano lo scopo di far pensare ancora (Gaber, Guccini, De Andrè, Battiato, Fabi) e – con lo stesso obiettivo – immagini di pittori che in qualche maniera echeggiassero parole e sentimenti del testo scritturistico (Kramskoj, Magritte, Arcabas, Lippi, Hunt, Chagall).

«Gli organizzatori sono stati molto abili nel convogliare le presenze così che tutte le volte c’erano almeno tre persone che ponevano domande o offrivano risonanze sulla lectio appena svolta. E il Signore ha benedetto questo impegno non solo perchè ci ha permesso di fare una buona esperienza comunitaria (i primi giorni della settimana servivano a programmare e il dopo-trasmissione forniva le necessarie verifiche) ma anche perché sono state raggiunte molte altre persone oltre al gruppo di partenza, grazie ad alcuni parroci che si sono dotati di uno schermo gigante sul quale proiettavano il nostro programma per la propria gente. I giovani poi non mancavano di offrire i loro feedback attraverso WhatsApp o attraverso la chat di YouTube».

Dire brevità
è andare a un’altra lingua

L’esperienza è stata buona e per il dopo pandemia il vescovo Checchinato immagina che «ogni attività diocesana possa e debba avere anche questa dimensione che permette di seguire appuntamenti del genere da casa o dalla parrocchia, a chi non può fruirne altrimenti».

Tutti i miei interlocutori hanno lodato l’apprendimento della brevità al quale li ha costretti il nuovo mezzo. Ma dire brevità è dire di più del conteggio dei minuti: è andare a un’altra lingua. Forse è qui la sfida maggiore che il digitale pone alla comunicazione ecclesiale, che sempre tende a farsi omelia.

 

www.luigiaccattoli.it

 

 

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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