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Attualità
Attualità, 18/2016, 15/10/2016, pag. 513

Le presidenziali 2016 e noi: un vento di reazione

Gianfranco Brunelli

Dopo la Brexit, Trump. La vittoria di Donald Trump nelle presidenziali americane e la sconfitta di Hillary Clinton vanno in primo luogo lette con occhiali americani (cf. qui a p. 514). Ma c’è qualcosa di più generale e pervasivo in quel che è accaduto negli Stati Uniti e che riguarda anche noi. Qualcosa che si dovrebbe chiamare crisi della democrazia.

Dopo la Brexit, Trump. La vittoria di Donald Trump nelle presidenziali americane e la sconfitta di Hillary Clinton vanno in primo luogo lette con occhiali americani (cf. qui a p. 514). Ma c’è qualcosa di più generale e pervasivo in quel che è accaduto negli Stati Uniti e che riguarda anche noi. Qualcosa che si dovrebbe chiamare crisi della democrazia.

Una crisi che sancisce la rottura dell’equazione storica tra progresso e civiltà. Che affidava a élite illuminate il timone della storia. Quell’aristocrazia che da noi un impareggiabile Scalfari rimpiange. Le «magnifiche sorti e progressive» sono per pochi. Erano state promesse a molti. La globalizzazione ha messo in crisi, mostrandone l’insufficienza, le istituzioni di governo, di mediazione e di gestione tradizionali. Le democrazie occidentali non hanno saputo riformarsi e coagulare a livelli internazionali e plurinazionali i processi di decisione e di governo. Il caso del fallimento dell’Unione Europea è emblematico.

L’esito è un vento di rivolta che soffia forte in Occidente. È un vento reazionario. Contro la globalizzazione. Contro gli effetti che l’ultima rivoluzione occidentale ha prodotto. Una rivolta contro sé stessi, le proprie istituzioni, gli establishment a diversi livelli, le élite, accusate di viverci bene dentro.

È un vento di paura culturale e sociale per gli effetti che la globalizzazione comporta: per la disoccupazione, la precarietà, la perdita o la mancanza di futuro (a seconda delle generazioni); per i processi di desocializzazione e di dissolvimento delle comunità tradizionali; per l’immigrazione, la violenza e la perdita d’identità; per la finanziarizzazione dell’economia e l’immaterialità dei processi produttivi; per la comunicazione incontrollabile e gli effetti della rete; per la morte del prossimo inteso come il mio vicino, non uno estraneo.

Ci sono molte ragioni in questa protesta. Anche se essa spesso si esprime – è il caso di Trump, ma potremmo trovare altri significativi esempi anche in Europa e in Italia – attraverso figure improvvisate e impresentabili.

Ed è fuorviante rinchiudere tutto questo dentro la categoria di «populismo», perché queste manifestazioni, prima che diventino violente, sono ancora interne ai processi democratici: sono fenomeni di popolo e chiedono di essere compresi e rappresentati. Sono la febbre che dice della malattia.

Cosa sarà nei prossimi quattro anni (speriamo non otto) del paese leader mondiale non lo sappiamo. Certo il Partito repubblicano e il sistema istituzionale americano proveranno a controllare quello che sin qui è stato percepito e descritto come un barbaro. Ma non sappiamo quali saranno le scelte di questa nuova America. Non sappiamo che cosa sarà l’America. È un’incognita globale. L’elenco delle incertezze è impressionante, a cominciare dalle relazioni internazionali: Cina, Russia, Europa, Medio Oriente, terrorismo; e poi le scelte economico-finanziarie e i trattati commerciali; le politiche ecologiche e quelle sui diritti civili.

Per l’Europa e per noi tutti questo non sarà senza conseguenze. Avremmo bisogno di un paese stabile, di un sistema politico solido che dia garanzie d’affidabilità e tenuta su un piano internazionale, per provare a governare quel vento di reazione che soffia anche da noi e per dare risposte dimensionate su un piano internazionale a problemi globali.

Con il referendum del 4 dicembre rischiamo invece, grazie a una strumentale battaglia politica, tutta giocata oramai a cavalcare la tigre dell’antirenzismo, oltre ogni merito, di dare un contributo decisivo alla radicalizzazione della crisi del nostro paese e di quel che rimane dell’Unione Europea. Se la vittoria del «sì» ha l’incertezza delle scelte politiche del premier, quella del «no» ha la certezza di una crisi profonda del sistema politico, di una crisi economica ancora più «cattiva», di un arretramento di anni rispetto alla transizione istituzionale.

Chi immagina che ci si possa prendere la libertà di fare fallire questo governo, perché tanto non accadrà nulla, perché tutto in fondo è sempre uguale, e ce la caveremo con una crisi di governo e qualche balletto rituale, non ha da offrire al paese se non il proprio cinismo o la propria incompetenza.

 

Gianfranco Brunelli

 

Tipo Articolo
Tema Vita internazionale Politica
Area EUROPA AMERICHE
Nazioni

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