L’oltre dell’«io vi dico»
In questo brano Gesù Ben Sira fa riferimento a un passo del Deuteronomio, senza peraltro citare direttamente il testo e dando per scontato che i suoi lettori lo conoscano a memoria.
VI domenica del tempo ordinario
Sir 15,16-21 (NV) [gr. 15,5-20]; Sal 118 (119); 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37
La prima lettura di questa domenica è tratta dal Libro del Siracide, di cui si è già data una breve presentazione disponibile a questo link: https://ilregno.it/blog/il-padre-e-la-madre-ester-abbattista.
In questo brano Gesù Ben Sira fa riferimento a un passo del Deuteronomio, senza peraltro citare direttamente il testo e dando per scontato che i suoi lettori lo conoscano a memoria. Dato che non è così per noi, il testo a cui si riferisce è il c. 30 del Deuteronomio, e in particolare i seguenti versetti: «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Oggi, perciò, io ti comando di amare il Signore, tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi (...) ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità» (Dt 30,16.19-20).
Se ora leggiamo il testo di Ben Sira, ecco che l’eco di queste parole risuona anche a noi più familiare: «Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà».
Ben Sira, dunque, facendo riferimento alle parole del Deuteronomio, pone i suoi lettori di fronte a una scelta, una scelta fondamentale e allo stesso tempo costante, nel senso che non vale una volta sola per tutte, ma che è costantemente posta di fronte a noi. È la scelta tra ciò che produce, genera vita, e ciò che produce e genera morte.
Ma come si fa a distinguere ciò che è vitale da ciò che è mortale? La risposta di Ben Sira è oltremodo interessante: «Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai». L’idea che i «comandamenti del Signore» possano «custodire» chi li osserva è molto di più di una semplice osservanza, proprio perché l’accento non è posto su chi adempie il comandamento, ma sull’azione attiva che il comandamento ha su chi l’osserva, un’azione che è molto di più di una ricompensa o di un’assicurazione nel sentirsi «a posto», ma è il sentirsi «custoditi», avvolti, protetti.
E tutto ciò produce fiducia − «se hai fiducia in lui, anche tu vivrai» − una fiducia che genera vita, che è principio e fonte di vita. Una vita, a questo punto, qualitativamente diversa da quella semplicemente biologica, comune; una vita che è presenza, compagnia costante di Colui che solo può abitare la solitudine di ogni persona umana. E tutto questo è ribadito in quanto segue: «Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini», parole che richiamano il Salmo 139.
Ma il commento del Siracide al testo del Deuteronomio prosegue con un’ulteriore aggiunta, che sottolinea la libertà dell’uomo − al contrario di qualsiasi forma di determinismo −, una libertà «liberante», ma allo stesso tempo da prendere sul serio: «A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare». Sta alla persona decidere del suo futuro e decidersi sul suo operare.
Ed è proprio questo l’invito che Gesù presenta nel testo evangelico di oggi: la «Legge» (sarebbe molto meglio tradurre la «Torah») è veicolo di vita, è insegnamento, via, indicazione di libertà e nulla, neanche uno iota (una consonante ebraica che, graficamente, è più piccola di tutte le altre consonanti) va abolito; non solo, ma proprio come via, segno, indicazione apre alla libertà e alla creatività di risposta, invita sempre a un «oltre», a un «magis», un di più per usare un’espressione cara a sant’Ignazio.
Questo «più», questo «oltre» è la libertà dell’amore, che a partire da ciò che è «minimamente» indispensabile perché ci possa essere una convivenza pacifica, apre ed eleva l’essere umano nell’invito evangelico a esprimere e realizzare quella potenzialità di amore la cui creatività supera ogni «regola», perché non solo la contiene, ma l’amplifica, trasformandola in vita per sé e per l’altro, chiunque egli sia.
Sul Vangelo vedi anche il precedente commento «Ma io vi dico...».
