«Il padre e la madre»
Nel commento che Ben Sira fa di questo testo viene ribadita l’importanza di «onorare» i propri genitori.
Santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
Sir 3,3-7.14-17a; Sal 127 (128); Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23
La prima lettura di questa domenica è un brano tratto dal Siracide, un testo scritto intorno al II secolo a.C. da un saggio di Gerusalemme di nome Gesù Ben Sira, e di cui fino al 1896 si conosceva solo la traduzione in greco fatta dal nipote ad Alessandria una cinquantina di anni dopo.
Ben Sira è uno studioso della Torah, che considera l’essenza della Sapienza, e il brano che la liturgia presenta è di fatto una spiegazione della quinta parola (secondo la numerazione ebraica) del decalogo, che nel testo biblico troviamo nelle due versioni più o meno identiche di Es 20 e Dt 5: «Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà».
Nel commento che Ben Sira fa di questo testo viene ribadita l’importanza di «onorare» i propri genitori. Vorrei allora soffermarmi proprio su questo verbo «onorare»; né nelle due versioni del decalogo né in Siracide, infatti, si parla di «amare» i propri genitori, ma s’insiste, invece, sul fatto di onorarli.
Dietro a questo piccolo particolare c’è di fatto una profonda consapevolezza di come non sempre ci possano essere le condizioni per amare i propri genitori, e anche del fatto che, proprio per questo, non si può neanche chiedere di amare qualcuno «a comando». Per fare un esempio molto concreto e al limite, se un figlio o una figlia è il «frutto» di uno stupro, come si può chiedergli o chiederle di amare il proprio padre? E di questi esempi, con gradazioni diverse, se ne possono fare tanti.
Il testo biblico rispetta e rispecchia l’esperienza umana, concreta, in cui non sempre i genitori sono dei modelli da imitare, o dove non sempre i genitori sono davvero capaci di essere tali nei confronti dei loro figli. Chiedere, in questi casi, di amare i propri genitori significherebbe escludere a priori la possibilità per questi figli di vivere concretamente quanto la Torah, la parola di Dio (in questo caso Es 20 e Dt 5), prescrive; il tutto, magari, con un’aggiunta di senso di colpa per non essere all’altezza delle aspettative di Dio.
Ma con una sapienza profondamente umana, e quindi divina, il testo biblico e il suo commento − in questo caso del Siracide − non parla di «amore», ma di «rendere onore». Che significa, dunque, l’espressione «onora»? Il verbo nell’originale ebraico deriva dalla radice kabed, che ha come significato primo l’essere pesante, l’essere consistente, e, nella forma qui utilizzata, il significato è quello di «onorare» e persino «sostentare» i propri genitori.
Il senso è che i propri genitori sono il punto d’intersezione nella storia tra ciò che precede e la nuova vita che nasce, ovvero la continuazione di questa storia. Senza genitori, chiunque essi siano o siano stati, non si viene al mondo; i genitori rappresentano le nostre radici, la nostra storia, e il futuro della nostra vita non può prescindere da questo. Fuggire dalle nostre radici, da «quel punto d’intersezione», bello o brutto che sia, significa rinunciare a divenire noi stessi, rinunciare a vivere la nostra vita. Come in ogni altra cosa, cancellare la storia significa perdersi, vivere di fantasmi ed essere in balia del «momento» senza saperlo guardare, riconoscere, decifrare.
Così, allora, come dice la Torah e ribadisce il Siracide, non solo è importante, ma è irrinunciabile ponderare, considerare, avere a cuore la nostra origine, i nostri genitori, perché solo così è possibile vivere pienamente e liberamente non la loro, ma la nostra vita ed essere parte della storia che di passato in passato si protende verso il futuro.
Tutti questi elementi, forse non in un modo immediatamente evidente, sono presenti anche nel Vangelo di questa domenica. Gesù, con la sua nascita, entra in una storia concreta fatta di difficoltà e di memoria. Se da una parte la sua esistenza è subito minacciata da Erode − il potere di turno che teme la fragilità e l’impotenza di un bambino appena nato −, dall’altra la fuga in Egitto e il ritorno nella «terra d’Israele» − definizione che oggi sembrerebbe di stampo sionista — indicano l’immissione di questa nuova vita nella storia, la storia dei suoi genitori ebrei, la storia del suo popolo, Israele, la storia di Dio con questo popolo e con i suoi profeti: «E andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: “Sarà chiamato Nazareno”».
Sebbene l’espressione «per mezzo dei profeti» rappresenti ancora oggi una «crux interpretum», dato che non si trova un preciso passo profetico di riferimento, vi è la possibilità che dietro a tale frase si riferisca a Is 11,1 e cioè al «virgulto (in ebraico nezer) di Iesse» , alla stirpe davidica a cui, mediante Giuseppe, Gesù appartiene.
Celebrando il Natale siamo quindi invitati, come credenti, a «ponderare», considerare, onorare, le nostre radici «cristiane», ovvero le nostre radici ebraiche, perché è solo così che si «prolungheranno i nostri giorni» (cf. Es 20,12).
Harry Siddons Mowbray, La fuga in Egitto, 1915. Washington (USA), Smithsonian American Art Museum.
