I domenica di Avvento | Più breve è la notte
Is 2,1-5; Sal 121; Rm 13,11-14; Mt 24,37-44
Più breve è la notte
Al di fuori del contesto liturgico, «avvento» non è parola tra le più frequenti. Comunque, quando la si impiega, indica una realtà già presente: «l’avvento del cristianesimo ha mutato la storia del mondo», o per essere più profani: «con l’avvento dell’automobile l’isolamento dei piccoli paesi è cessato», «con l’avvento di Internet si è rivoluzionata la comunicazione», e così via. Lo specifico della fede sta invece nell’associare questo termine non solo a qualcosa di già avvenuto, ma anche a un’attesa: quale?
Nel senso più comune, si tratta di attendere la festa di Natale. Il più delle volte, è un atteggiamento legato all’infanzia. Tutti gli adulti ricordano i tempi passati, in cui si aspettava che giungesse il regalo tanto desiderato. Allora si contavano i giorni che ci separavano da quella gratificante data. Una consuetudine propria dei paesi di lingua tedesca, conosciuta – almeno fino a non molto tempo fa – anche dalle nostre parti, è quella dei calendari dell’Avvento. Si tratta di una versione più infantile e quotidiana delle quattro candele accese in progressione. Ogni giorno il bambino apre una finestrella in attesa di giungere a quella grande e doppia della vigilia di Natale.
Se ci si riflettesse, da ciò si ricaverebbe un insegnamento da non sottovalutare: conosciamo la meta (tutti sanno che l’ultima finestra rappresenterà una Natività), ma ignoriamo che cosa esattamente ci capiterà lungo la strada (non sappiamo quale disegno troveremo nella finestrella del giorno dopo). Ignoriamo che cosa ci riserverà la vita, ma chi ha fede è certo dell’incontro definitivo, anche se non della data in cui esso avverrà.
La liturgia nel corso di quattro settimane prepara i fedeli alla solennità di Natale. Quanto le è proprio è farci rivivere un’attesa antica, insegnandoci di nuovo ad attendere. La sintesi di questi due atteggiamenti si chiama speranza. L’Atteso è già giunto, tuttavia si è chiamati non solo a ricordare, ma anche a sperare. Anche noi, come i bimbi, conosciamo la meta mentre restiamo all’oscuro delle sorprese, belle, ma non di rado anche dolorose, nascoste dietro le finestrelle del nostro immediato domani.
L’analogia tra lo spirito dell’Avvento e il calendario che lo ricorda è molto parziale. Anzi in un punto qualificante essa è del tutto assente. Sappiamo che cosa c’è dietro la grande finestra del 24 dicembre, perché quel giorno è ritornato già molte volte. Non a caso con l’Avvento inizia il ciclo liturgico, espressione legata per forza di cose alla ripetizione. La meta del nostro definitivo domani è invece posta sotto l’insegna della novità di Dio, che nessun calendario sarà mai capace di scandire: «Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza» (Rm 8,24). L’ultimo approdo è certo, ma non è ancora rappresentabile. Solo Dio sa con precisione che cosa ci riserva la finale, duplice finestra.
Nella seconda lettura, Paolo ci presenta uno stile di vita legato all’anticipazione. La notte è avanzata e il giorno si avvicina. Che dobbiamo fare? Non già vivere facendo proprie le abitudini dei nottambuli (orge, ubriachezze, lussurie); al contrario occorre adottare, quando si è ancora nella notte, i comportamenti che saranno propri del giorno. La notte si è abbreviata, però non è ancora finita. Secondo l’Evangelo, vivere all’insegna dell’anticipazione di quanto dovrà avvenire comporta un’esistenza trascorsa nell’orizzonte del regno di Dio. Il suo sigillo si trova nelle Beatitudini (Mt 5,3-12). La fede e la speranza ci dicono che nella finestrella, anche angusta, del nostro oggi e del nostro immediato domani, brilla già la luce di una Presenza.