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Attualità
Attualità, 8/2026, 15/04/2026, pag. 254

Abramo

Un nome, una discendenza

Piero Stefani

Abramo1 è innanzitutto un nome. Ebrei, cristiani e musulmani sono uniti da questo nome «astorico». Di Abramo non sapremmo nulla se non ci fossero, dapprima, i racconti biblici e coranici che ce ne parlano e, poi, il flusso enorme di commenti e interpretazioni da essi derivato. La figura del patriarca è priva di ogni documentazione archeologica. A commemorarla non c’è alcun antico reperto. Nessuna stele antica riporta il suo nome.

A Ur dei Caldei (il luogo di origine del patriarca; cf. Gen 11,31) vi è una ziggurat sumerica, ma essa non ha nulla da spartire con Abram figlio di Terach. Letto sotto questa angolatura, Abramo, più che padre, è figlio dei credenti; se questi ultimi non ne avessero trasmesso il nome, nulla si saprebbe di lui. Siamo di fronte a un nome potente solo perché creduto tale. Tuttavia, proprio per questa ragione, è esposto al rischio di essere storpiato, frainteso, strumentalizzato, esattamente come Martin Buber affermava per il nome di Dio.2

«E farò grande il tuo nome e sarai una benedizione (…) in te si benediranno tutte le famiglie della terra (adamah)» (Gen 12,3s). Rendendo il verbo con la forma riflessiva (consentita dall’ebraico), si coglie meglio il nesso che sussiste tra il nome e la benedizione. «In te»: non è forzato – o comunque è possibile – intenderlo «nel tuo nome». Le stirpi si benediranno reciprocamente riconoscendo in Abramo un nome accomunante. Ciò diverrà pienamente possibile solo se si attribuisce al patriarca la capacità di uscire da un’originaria identità chiusa e vincolante.

Filone di Alessandria individua in Terach, il padre di Abramo, non già un generico idolatra bensì un astrologo che riteneva che i corpi celesti determinassero, oltre al corso del mondo, anche «quanto di bene e di male capita a ciascuno».3 Abramo spezza questo cerchio; in virtù della chiamata del Signore e della sua risposta (cf. Gen 12,4ss), egli compie una fuoruscita verso la libertà e la responsabilità.

In relazione al nome di Abramo si tocca un livello ancora più alto. È un punto, però, che segna una differenza radicale tanto tra l’orizzonte biblico e quello islamico quanto con la filosofia occidentale. È possibile evocarlo attraverso il Memoriale di Pascal, brano in cui al «Dio dei filosofi e dei dotti» si contrappone «il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Abramo qualifica, oltre a coloro che si rivolgono a Dio (ciò vale anche per l’islam), pure il Signore stesso che si rivela. Al roveto, dopo averlo accostato a quello dei patriarchi, il Signore disse: «Questo è il mio nome per sempre: questo è il titolo in cui sarò ricordato di generazione in generazione» (Es 3,15). Secondo la rilettura evangelica, è il Dio dei vivi e non dei morti (Mt 22,32).

Strumentalizzazione del nome

Quello di Abramo è anche un nome storpiato e strumentalizzato. Lo è nel suo essere retoricamente individuato come riferimento comune per ebrei, cristiani e musulmani. Un esempio recente di tale abuso è costituito dagli Accordi di Abramo, terminologia ideologica individuata dall’amministrazione americana. Gli Accordi, stabiliti tra Israele e gli Emirati Arabi e il Bahrain nel 2020 e, in seguito, sottoscritti dal Marocco e dal Sudan, nel novembre 2025 sono stati firmati anche dal Kazakistan, paese che aveva già rapporti diplomatici con lo Stato ebraico; la stipula, quindi, è spiegabile solo in funzione anti-iraniana. In definitiva, in questo caso, il nome di Abramo viene strumentalizzato per fomentare una divisione intra-islamica fra sunniti e sciiti.

La promessa della terra fatta ad Abramo è stata abusivamente richiamata in epoca recente per tentare di giustificare politiche espansionistiche mediorientali. L’attuale ambasciatore statunitense in Israele, il pastore battista Michael (Mike) Huckabee, ha sostenuto che Israele ha il «diritto biblico» di possedere vaste aree del Medio Oriente. Posto di fronte alla domanda su come intendere le promesse fatte ad Abramo, in base alle quali alla sua discendenza sarà data una «terra, dal fiume di Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate» (cf. Gen 15,18), Huckabee ha risposto di non essere sicuro che Israele «l’avrà in modo così esteso, ma sarà comunque un ampio settore di quella terra (…) Israele è una terra che Dio diede, attraverso Abramo, al popolo da lui scelto».4

Discendenza

Abramo, il capostipite, è legato in modo peculiare al tema della discendenza. Si potrebbe affermare che anche qui la Parola si è fatta carne. Lo è anche per il segno che scandisce il succedersi delle generazioni: «Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e la tua discendenza dopo di te: sia circonciso tra voi ogni maschio» (Gen 17,10). Da un lato vi è la rimozione del prepuzio, dall’altro il giuramento divino di dare la terra ai discendenti del patriarca (cf. Gen 26,3).

Quando Abramo stava percorrendo un territorio altrui, ricevette questa Parola: «La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, darò in possesso a te e alla tua discendenza dopo di te» (Gen 17,8). Circoncisione e terra sono peculiarità ebraiche. Il tema della discendenza è dotato però di influssi più vasti. La prima pagina del Nuovo Testamento elenca una discendenza che trova la sua origine nel patriarca: «Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco…» (Mt 1,1-17). Alle spalle del re che conquistò Gerusalemme, vi è il patriarca che il Signore chiamò a uscire dalla sua terra.

Il Vangelo lucano dell’infanzia contiene due celebri cantici, in entrambi compare il nome del patriarca. Il Magnificat proclama: «Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza per sempre» (Lc 1,54s).

Il Benedictus, cantico pronunciato in occasione di una circoncisione (rito già in se stesso abramitico), afferma: «Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo nostro padre di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore al suo cospetto per tutti i nostri giorni» (Lc 1,72-75). Riferendosi all’«alleanza della circoncisione», si chiama in causa un giuramento relativo alla liberazione e al servizio, non già alla terra. La discendenza vale più del suolo.

Il termine «seme» trova una robusta lettura cristologica nella Lettera ai Galati. Per comprendere un presupposto della grande affermazione «se appartenete a Cristo, allora siete seme (sperma) di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,29), occorre risalire a un versetto precedente che, reso alla lettera, suona così: «perché alle genti la benedizione di Abramo si facesse (verbo, ghinomai) in Cristo Gesù» (Gal 3,14).

I non ebrei, che non discendono carnalmente da Abramo, diventano compartecipi in Gesù Cristo della benedizione. Gesù Cristo, però, è parte di quella discendenza, anzi, per Paolo, è quella discendenza: «Ora appunto ad Abramo e al suo seme (sperma) furono fatte le promesse [cf. Gen 12,7]. Non dice “E ai suoi semi (spermasin)” come se fossero molti ma come per uno. E al seme di te che è Cristo» (Gal 3,16). Se così si potesse dire, è come se tutto il popolo ebraico fosse concentrato in Gesù.

Quando il concilio Vaticano II, richiamando Abramo, vorrà parlare in modo positivo del rapporto con gli ebrei, non sarà nelle condizioni di appellarsi alla parola «seme» diventata troppo marcatamente cristologica. Farà perciò ricorso a un altro termine: «stirpe» (stirps). All’inizio del quarto paragrafo della dichiarazione Nostra aetate si legge infatti che il Concilio, mentre scruta il mistero della Chiesa, fa memoria del vincolo con cui «il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo» (NA 4: EV 1/861).

Nel brano conciliare all’avverbio «spiritualmente» è affidato il compito decisivo di attestare un legame reale con la «stirpe» di Abramo (assai più che con la terra a lui promessa) che sussiste solo nella diversità. Cercare in Abramo ciò che accomuna ebrei, cristiani e musulmani senza passare attraverso le differenze è uno sforzo più infruttuoso che illusorio.5 Il legame tra credenti in Gesù Cristo provenienti dalle genti e stirpe di Abramo è radicato nella diversità.

 

1 Riprendo e rielaboro parte dell’intervento, tenuto presso la chiesa luterana di Venezia, organizzato assieme al gruppo SAE di Venezia, «Ebrei, cristiani e musulmani: in che cosa Abramo ci unisce?» (16.3.2026), con la partecipazione di Miriam Camerini e Adnane Mokrani.

2 Cf. M. Buber, L’eclissi di Dio, Edizioni di comunità, Milano 1983, 29.

3 Filone D’Alessandria, «De virtutibus», in K.-J. Kuschel, La controversia su Abramo. Ciò che divide e ciò che unisce ebrei, cristiani e musulmani, Queriniana, Brescia 1996, 93s.

4 Cf. The Washington Post 20.2.2026, in cui si fa riferimento a un’intervista concessa da Mike Huckabee a Tucker Carlson.

5 Distinguere, come propone di fare Kuschel in La controversia su Abramo, tra «abramico» (per indicare quanto unisce) e «abramitico» (per indicare quanto divide) appare un espediente concettuale e lessicale non molto convincente. Cf. Regno-att. 6,1997,184ss.

Tipo Parole delle religioni
Tema Ecumenismo - Dialogo interreligioso
Area
Nazioni

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