Buddha, Mosè, Asoka
Il racconto è noto. Quanto lo precede è meno conosciuto, anzi largamente inconoscibile. Alle spalle del venire alla luce di Siddhattha (in lingua pali; in sanscrito, Siddharta) c’è un lungo ciclo di nascite e morti. Solo in virtù dei meriti accumulati nelle esistenze precedenti, il futuro Buddha nacque infine a Kapilavatthu, capitale di un piccolo principato aristocratico ai piedi dell’Himalaya. Siamo nel VI secolo a.C. Il nome che gli fu imposto significa: «Colui che ha raggiunto lo scopo»; il suo patronimico era Gotama.
Siddhattha ricevette un’educazione conforme al suo rango di nobile guerriero. Venne istruito nel leggere e nello scrivere, nelle arti marziali, nella lotta, nella musica e nel canto; imparò a cavalcare elefanti e cavalli e a guidare carri. Della propria abilità nel tiro con l’arco e nel gioco dei dadi diede prova a sedici anni per ottenere in sposa la cugina Yasodhara, la quale solo dopo tredici anni gli avrebbe dato un figlio: Rahula.
Il padre Suddhodana, volendo Siddhattha come suo erede, cercò di contrastare la profezia, ricevuta al momento della nascita del figlio, che prevedeva per quest’ultimo il raggiungimento della perfetta illuminazione. Fatica vana, è impossibile opporsi al volere degli dèi. Un giorno Siddhattha è preso dal desiderio (instillato dagli dèi) di uscire nel parco e qui s’imbatte in tre simbolici, successivi incontri: un vecchio prostrato dagli anni, una persona gravemente ammalata e un cadavere.
Interrogò il cocchiere e solo allora sembrò prendere coscienza che la decadenza fisica, la malattia e la sofferenza rappresentano un destino comune ai viventi, tutti destinati, prima o poi, ad andare incontro alla morte. Il turbamento da lui provato fu prodromo al «grande abbandono».
Il padre colse l’inquietudine del figlio e aumentò la sorveglianza per impedirgli di uscire. Non ci riuscì. Il quarto incontro fu con un eremita mendicante di cui il cocchiere esaltò la perfetta vita ascetica. La notte successiva, Siddhattha abbandonò definitivamente il palazzo per intraprendere la via che lo avrebbe condotto a diventare il Buddha, l’illuminato.
Dal buddhismo al cristianesimo
Chi accredita di valore storico la vicenda di Mosè, la colloca, in genere, nella prima metà del XIII secolo a.C., dunque in un’epoca in cui il futuro Buddha era ancora preso nelle spire di precedenti cicli di rinascite. L’inizio della storia richiama vari «miti di esposizione» di eroi, primo fra tutti quella di Sargon d’Accad (circa alla metà del III millennio).
Secondo il libro dell’Esodo, il bimbo venne alla luce quando un decreto del faraone imponeva di uccidere ogni neonato ebreo. Per salvarlo da morte, il bimbo fu deposto in una piccola arca (in ebraico tevah, come quella di Noè) spalmata di bitume ed esposta tra i canneti del Nilo. La figlia del faraone, scesa a fare il bagno, scorse il cestello, l’aprì, vide la creaturina; comprese che era ebrea, si commosse e la salvò.
Allevato da una nutrice, che in realtà era sua madre, il bimbo ormai svezzato fu condotto alla figlia del faraone che lo chiamò Mosè, dicendo: «L’ho tratto dalle acque» (Es 2,10). Si tratta di un’etimologia popolare che maschera l’origine egizia di un nome che richiama quello di faraoni come Tutmosi o Amosi, privato però del riferimento a una divinità. Siamo davanti a un’onomastica dai due volti.
Il libro dell’Esodo avvolge molti anni nel silenzio (così come i Vangeli faranno per la vita di Gesù a Nazaret). Dal canto loro gli Atti degli apostoli propongono una versione più dettagliata, affermando che «Mosè fu educato in tutta la sapienza degli egiziani ed era potente in parole e opere» (At 7,22). Giunto a quarant’anni, inizia un’altra storia.
Secondo il racconto biblico, per Mosè l’esistenza dei lavori forzati degli ebrei fu scoperta improvvisa. Di fronte alla prepotenza di un egiziano che colpiva un ebreo, il salvato dalle acque per opera della figlia del faraone avvertì in se stesso una fratellanza che lo rese vindice. Uccise l’egiziano e ne nascose il corpo nella sabbia. Il giorno dopo uscì di nuovo, questa volta osservò due ebrei litigare furiosamente tra loro. Intervenne verbalmente chiedendo a chi stava percuotendo l’altro ebreo perché lo facesse; la risposta fu tagliente: nessuno l’aveva costituito giudice tra loro, voleva forse uccidere di nuovo come aveva fatto con l’egiziano? Mosè si accorse che il suo omicidio era stato scoperto; il faraone aveva intenzione di metterlo a morte. Fuggì allora e raggiunse il territorio di Madian (cf. Es 2,11-15).
Mosè «cresce tra gli agi di un principe, ma quando, come un Siddharta semitico, esce dalla sua dimora dorata, vede inevitabilmente ciò che forse doveva essergli risparmiato».1 Le due vicende hanno sia somiglianze sia differenze.
Il rampollo di una stirpe guerriera, cresciuto nel piacere e nell’addestramento delle arti marziali, nella sua prima uscita scopre vecchiaia, sofferenza, morte e nella seconda l’ascetismo. Allora decide d’imboccare la via che lo condurrà a diventare capace d’insegnare le «quattro nobili verità» sulla sofferenza (dukkha), sull’origine della sofferenza, sull’estinzione della sofferenza e sulla via che conduce a quella estinzione.
Le uscite di Mosè rappresentano invece una specie d’anticipazione tanto dello scontro frontale con il faraone e in seguito con Amalèk (cf. Es 17,8-16), quanto dei violenti contrasti intra-ebraici che avrebbero costellato i quarant’anni di cammino nel deserto. La Bibbia, attraverso le vicende di una delle sue figure simbolo, conferma d’essere un libro impastato di violenza.
La convinzione che il buddhismo sia una religione integralmente nonviolenta la si deve, in larga misura, a una certa percezione occidentale, frutto di una comprensione selettiva concentrata, da un lato, su aspetti filosofici-etici e sulla pratica della meditazione e, dall’altro, propensa a trascurare varie componenti cerimoniali, dottrinali e socio-politiche.
Il fatto poi che il buddhismo possa essere impiegato come un’ideologia funzionale a nazionalismi violenti è comprovato pure da vicende recenti che in Sri Lanka e nel Myanmar hanno assunto dimensioni tragiche. Con tutto ciò, rimane vero che le due storie iniziali di Mosè e di Siddhattha sono contrassegnate da vettori per più aspetti antitetici: un rappresentante di una stirpe guerriera s’incammina verso l’ascesi e l’illuminazione, mentre un figlio di un popolo oppresso, destinato a vivere sempre in mezzo a contrasti esterni e interni, diventa omicida al fine di fare giustizia.
Un imperatore indiano
Asoka non è presentabile come sintesi delle due grandi figure religiose di cui si è fin qui parlato. Tuttavia l’imperatore, che nel III secolo a.C. governò su quasi tutto il subcontinente indiano, ci indica come bisogna agire quando, senza esserne sopraffatti, si prende coscienza dell’immensità della violenza che si è contribuito a scatenare. Nei nostri anni è un esempio a cui molti potenti dovrebbero ispirarsi o che quanto meno dovrebbero conoscere.
Otto anni dopo la sua incoronazione, il re iniziò, nell’India sub-orientale, una cruenta campagna di conquista contro i kalinga. Dopo la vittoria, Asoka si rese conto del disastro e dell’orrore prodotti dalla guerra. Allora fece scrivere sulla pietra un editto nel quale proclamava: «…deportate centocinquantamila persone; centomila furono uccise; molte centinaia di migliaia perirono (...) il re attende con fervore alla pratica della pietà (…) Tale è la penitenza del re caro agli dèi per aver sottomesso i kalinga: perché la conquista di un paese indipendente è strage, morte, cattività di uomini; e ciò è fonte di pena e deplorazione per il re caro agli dèi».2
La sua conversione al buddhismo risalirebbe a quel periodo. Asoka, dopo aver trascorso più di un anno in una comunità guidata da un anziano monaco, emanò una serie di editti con cui proibì la caccia e il ferimento di animali, favorì il vegetarismo, ridusse la gravità delle pene, concesse amnistie a prigionieri e condannati a morte, fece costruire ospedali per uomini e animali, ostelli gratuiti per i pellegrini, sistemi d’irrigazione e traffico fluviale, e ordinò di piantare alberi lungo le strade per proteggere dal sole esseri umani e animali.
Asoka s’impegnò intensamente a diffondere il buddhismo attivando molte missioni, edificando innumerevoli stupa e convocando un concilio con lo scopo di chiarire le discordanze sorte tra i vari gruppi. Questa ferma adesione al buddhismo, invece d’intaccarla, favorì la tolleranza religiosa del sovrano.
Nel dodicesimo editto si legge: «Chi dunque esalta la propria religione e denigra totalmente le altre per devozione alla propria religione e per glorificarla, agendo con tale eccesso fa danno alla propria religione».3 È un insegnamento che purtroppo sembra, in molte occasioni, conformarsi alla sorte del suo impero, sfaldatosi a causa della lotta tra i figli di Asoka e chiusosi con l’assassinio dell’ultimo sovrano.
1 S. Tarter, La ferita dell’onnipotenza, Mimesis, Milano – Udine 2025, 293; cf. Regno-att. 8,2026,221.
2 Editto n. 13, in Gli editti di Asoka, a cura di G. Pugliese Caratelli, Adelphi, Milano 2003, 66.
3 Editto n. 12, in Gli editti di Asoka, 64.