Ramadan
Tempo di digiuno e di rivelazione
Tra febbraio e marzo alcuni sedicenti difensori della civiltà occidentale e dei suoi valori hanno alzato lamenti: tutti parlano del «loro» ramadan e ben pochi si preoccupano della «nostra» Quaresima. Una prima risposta sorgerebbe spontanea: «loro» digiunano per davvero, anche se poveri operai impegnati in duri lavori; «noi» continuiamo a favorire l’incrocio tra prolungate frittelle carnascialesche e anticipate colombe e uova pasquali.
Il dato empirico non è falso, ma è lungi dal presentarsi come un commento sufficiente. Per rendersene conto basta far notare quanto sia rara la coincidenza di quest’anno tra il Mercoledì delle ceneri e l’inizio del ramadan. Per spiegarlo occorre occuparsi di calendari. Sole e luna ci accomunano ma i calendari ci distinguono.
L’alternarsi del dì e della notte e il susseguirsi delle stagioni sono eventi esperiti immeritamente da tutti, lo sono perché dipendono dalla natura e non dalla società. Un conto è l’arrivo della primavera, altro celebrarlo con apposite feste. Ogni «sacre du printemps» è una risposta culturale a un mutamento stagionale. Non c’è festa che non implichi una riunione, sia essa liturgica, civile, familiare. Ogni forma di aggregazione esige, oltre al come e al perché, anche il quando.
Correre spontaneamente su prati fioriti è altra cosa che ritrovarvisi per celebrare la festa del villaggio, evento quest’ultimo che presuppone, per forza, una modalità condivisa di misurare il tempo. Le piante e gli animali s’accorgono della primavera, ma non se il giorno è festivo o feriale. Il cane di casa non fa gli auguri di buon compleanno al suo padrone, ricorrenza legata solo al calendario e priva d’ogni riferimento stagionale.
Il calendario islamico
Vi sono varie altre feste, ben più importanti dei compleanni, slegate dai mutamenti stagionali. Tra esse vi è il ramadan, la cui osservanza è però anche connessa all’alternanza naturale del dì e della notte. Per comprenderlo occorre occuparsi del calendario islamico.
L’aggettivo conferma che le misurazioni del tempo differiscono da luogo a luogo, da civiltà a civiltà. La natura si presenta uguale per tutti, le culture si differenziano reciprocamente. Il calendario gregoriano (introdotto nel 1582) si è imposto in Occidente ed è diventato universalmente egemone; a esso però sfuggono tuttora molti terreni del sacro. Il papa e i gesuiti del Collegio romano hanno conquistato il nostro pianeta senza occupare tutti gli spazi di Dio. Quasi ogni religione continua, infatti, a misurare il tempo a modo suo.
Ogni calendario ha a che fare con moti di corpi celesti che accomunano tutti. Gli esseri umani vivono sotto lo stesso sole e nelle notti sono illuminati dalla medesima luna. Eppure, le misurazioni del tempo sono diverse. «Egli è Colui che ha fatto del sole uno splendore e della luna una luce e ne ha fissato le case in cielo affinché voi conosceste il numero degli anni e il calcolo del tempo» (Corano 10,5).
È un linguaggio molto simile a quello che risuona nel primo capitolo della Genesi: «Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per feste, giorni e anni”» (Gen 1,14). «Segni» è un termine introdotto per indicare una differenza e una discontinuità in qualcosa che altrimenti sarebbe omogeneo. Siamo nel cuore della dimensione semantica. Un segno riferito unicamente a se stesso perde ogni significato. Il suo scopo è di rimandare ad altro. In questo caso, sono «feste, giorni e anni». In ebraico mo‘adim («feste») ha in sé l’idea di raduno, assemblea.
Come operano questi «segni» nella civiltà islamica sunnita? Il calendario musulmano si articola in 12 mesi lunari di 29 o 30 giorni; un anno dura quindi 354 giorni: «Il numero dei mesi, presso Dio, è di dodici mesi, scritti nel libro di Dio nel giorno in cui creò i cieli e la terra, e quattro sono sacri. Questa è la religione retta (…) E quanto al mese intercalare, è un sovrappiù di miscredenza con il quale i miscredenti sono indotti in errore. Essi lo dichiarano non sacro e sacro ad anni alterni per accordarsi sul numero dei mesi che Dio ha dichiarato sacri, e così dichiarano non sacro quel che Dio ha dichiarato sacro» (Corano 9,36s).
Nell’ambito delle comunità religiose, le feste si collocano su un doppio registro a seconda se il fenomeno è visto da dentro o da fuori. Nel primo caso si celebra la festa perché si crede che quel tempo sia sacro, ossia differente in se stesso dagli altri; mentre, dall’esterno, si ritiene, nel migliore dei casi, che quel tempo sia sacro soltanto per le comunità che lo festeggiano o, peggio, che le feste altrui siano empie in quanto confondono il sacro con il profano e viceversa.
Il Corano parla di 4 mesi sacri, senza specificarli, tranne nel caso del ramadan. Gli altri sono stati individuati dalla tradizione in 3 mesi consecutivi, 2 a fine anno (Dhu al-Qa’da; Dhu l-Hijja, il mese del pellegrinaggio) e 1 all’inizio (Muharram). L’empietà legata alla confusione tra sacro e profano è imputata al mese intercalare che, come avviene nei calendari lunisolari (compreso quello ebraico), fa sì che i 12 mesi lunari non siano totalmente slegati dalle stagioni.
L’anno lunare, essendo più corto di circa 11 giorni di quello solare, implica che, in un periodo di 36 anni, i mesi ruotino, progressivamente, lungo tutte le stagioni. Il ramadan non fa eccezione. La sacralità del mese è quindi slegata dall’andamento stagionale, mentre non lo è la sua osservanza: è palesemente più arduo digiunare dall’alba al tramonto, astenendosi anche dal bere, nelle lunghe giornate estive che nei brevi dì invernali.
La Pasqua cristiana
La fissazione della data della Pasqua cristiana fu, com’è noto, motivo di aspri contrasti. Come scrisse Eusebio di Cesarea, tra le varie comunità dei credenti in Gesù Cristo avveniva «che la diversità di giudizio riguardo al tempo di celebrare una stessa festa causò il più grande disaccordo tra coloro che la celebravano, alcuni affliggendosi con digiuni e austerità, mentre altri dedicavano il loro tempo al riposo festivo».1
La questione fu risolta al concilio di Nicea stabilendo che la Pasqua fosse celebrata la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera. Come si proclama nella liturgia della solennità dell’Epifania, da questa data derivano tanto le altre solennità mobili quanto l’inizio della Quaresima.
Può dunque capitare, com’è avvenuto in questo 2026, che la contenuta mobilità lunisolare del Mercoledì delle ceneri coincida con la più accentuata mobilità lunare dell’inizio del ramadan. Qualcuno, all’insegna del dialogo interreligioso, ha giudicato e vissuto la coincidenza in modo favorevole, altri l’hanno deprecata come una minaccia all’egemonia delle nostre tradizioni.
Quando si stabilì a Medina, Muhammad ordinò alla sua comunità di digiunare il 10o giorno dell’anno, evidente analogia con lo Yom Kippur ebraico che cade anch’esso il 10 del primo mese dell’anno. Tuttavia, una serie di versetti rivelati in seguito (cf. Corano 2,183-187) estendeva il digiuno a un intero mese. Questa prassi, però, non è l’unico tratto che caratterizza il ramadan.
La sacralità del mese è legata a filo doppio alla rivelazione coranica: «Il ramadan è il mese in cui è stato rivelato il Corano come guida per gli uomini, prove chiare di guida e di discernimento» (Corano 2,185). In base alla convinzione musulmana il Corano sarebbe sceso nella sua completezza in una volta sola per poi, in seguito, essere rivelato a seconda delle circostanze. Il Corano sarebbe dunque disceso per intero nella Notte del destino verso il cielo di questo mondo e fu poi rivelato «come pioggia di stelle» durante i 23 anni della predicazione di Muhammad (Ibn ‘Abbas).
Vivere in pienezza il ramadan, «mese di benedizione in cui Dio si avvolge della sua misericordia, perdona le colpe ed esaudisce le richieste»,2 comporta esaltare l’eccellenza della rivelazione coranica. Durante quei giorni le specifiche sessioni di preghiera serali sono prolungate al fine di consentire la lettura integrale del Corano entro il mese.
La Quaresima è un tempo di preparazione, di cammino verso il mistero fondante la fede in Gesù Cristo morto e risorto; il ramadan è invece un tempo di pienezza. Si digiuna di giorno per giungere alla notte, il tempo della rivelazione. Sarebbe ingenuo sostenere che tutti i musulmani vivono il mese sacro in questo modo profondo, analogamente non tutti i cristiani colgono il senso più autentico della Pasqua.
Con tutto ciò, resta vero che per i credenti in Gesù Cristo pensosi il nodo più arduo da sciogliere, anche in relazione al ramadan, è lo statuto teologico da riservarsi al Corano.3 Questione cruciale che certo non turba i sonni dei sedicenti difensori della civiltà occidentale e dei suoi valori.
1 Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, libro III, capitolo V: «Del disaccordo riguardo alla celebrazione della Pasqua».
2 Si tratta di un detto (hadith) attribuito a Muhammad.
3 Una spia di questa difficoltà sta nel fatto che il n. 3 della dichiarazione conciliare Nostra aetate dedicata alla religione musulmana non nomina affatto il Corano.