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Attualità
Attualità, 6/2026, 15/03/2026, pag. 134

Dibattito - Sinodalità: oltre il seminario

Il Sinodo invita a ripensare la formazione dei preti e osare sperimentazioni

Marco Vitale

Il 3 marzo scorso, la Segreteria generale del Sinodo dei vescovi ha pubblicato il rapporto finale del Gruppo di studio n. 4, istituito da papa Francesco nel 2024 dopo la prima sessione della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi.1 Il documento, intitolato La revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria (bit.ly/4aX52GU), è stato lo stimolo principale per la redazione del presente articolo.

La pubblicazione del rapporto ha suscitato in me una riflessione sul carattere paradossale e, al contempo, profondamente umano, del modo in cui la Chiesa affronta oggi la questione della formazione sacerdotale. Negli ultimi dieci anni abbiamo prodotto documenti su documenti, linee guida su linee guida, ratio su ratio. Eppure, a guardare bene, la sensazione che s’avverte in chi lavora sul campo – nei seminari, nelle diocesi, nelle comunità ecclesiali – non è quella di un sistema in trasformazione. È piuttosto quella di un sistema che parla molto di se stesso e cambia poco. Come se le parole, moltiplicandosi, avessero finito per sostituire la realtà che avrebbero dovuto descrivere.

Il modello tridentino del seminario – quella realtà separata, recintata, pensata per proteggere i futuri preti dal contagio del mondo – è entrato in crisi da decenni. Tutti lo sanno. Molti lo dicono. Ma quando si tratta d’immaginare un’alternativa strutturata, credibile, praticabile, ci si ferma. Come davanti a un precipizio di cui non osiamo guardare il fondo.

Non ho la pretesa di colmare quel vuoto. Vorrei però fare qualcosa di più semplice: mettere a confronto tre voci che oggi definiscono il perimetro del possibile: la Ratio fundamentalis del Vaticano (2016), che esprime il quadro universale della formazione presbiterale, la Ratio della Conferenza episcopale italiana (2025), più recente e più attenta alle specificità del nostro contesto e, infine, le istanze di riforma avanzate dal Gruppo di studio n. 4 del Sinodo (2024-2026), la voce forse più coraggiosa – e più scomoda – di questo decennio.

Per leggere tutto questo, però, serve cambiare lenti. Se continuiamo a pensare alla formazione come a un processo lineare dentro a un contenitore chiuso, continueremo a girare in tondo. Il pensiero di Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, ci offre invece un’altra prospettiva: il futuro prete non cresce in una provetta, cresce in un ecosistema aperto, caotico, imprevedibile, vitale. Riconoscerlo non è una resa al relativismo, è semplicemente la constatazione della realtà.

Chi è il prete?

Se c’è una domanda che attraversa tutti questi documenti come una corrente sotterranea, è questa: chi è, davvero, il prete? Non in senso astratto, ma in senso profondamente esistenziale. Da dove viene la sua identità? Che cosa la fonda? Che cosa la mette in pericolo?

La Ratio fundamentalis del 2016 (cf. Regno-att. 2,2017,16) risponde con un linguaggio dogmatico, denso di ontologia: il prete è configurato a Cristo, separato a motivo del ministero, identificato con una realtà che lo trascende. Ovviamente c’è qualcosa di bello e di vero in questa risposta. Ma essa porta con sé un rischio: quello di costruire un’identità che si regge su se stessa, indipendentemente dalle relazioni in cui quella identità deve incarnarsi.

In questa stessa scia s’inserisce la recente Ratio della Conferenza episcopale italiana (2025; cf. Regno-doc. 3,2025,81). Benché tenti di calare i principi universali nel nostro contesto – introducendo preziose aperture alla corresponsabilità laicale e femminile nell’opera formativa – la sua impalcatura teologica rimane speculare a quella vaticana. I due documenti, di fatto, dicono sostanzialmente la stessa cosa: propongono un rinnovamento delle tappe, ma faticano a smarcarsi dall’idea di un percorso lineare e, in un certo senso, ancora protetto.

Il Gruppo di studio n. 4, al contrario, risponde alla domanda in modo radicalmente diverso: l’identità presbiterale non può prescindere dalla relazione con la comunità. Non nasce nel silenzio dei chiostri e poi si esercita nella parrocchia. Nasce nella comunità, con la comunità, per la comunità. Un prete formato in isolamento – sostiene – rischia di diventare un prete clericale: capace di gestire riti, incapace di abitare vite.

Sembrano due visioni opposte. E invece no. La teologia trinitaria ci offre da secoli una chiave che forse non abbiamo ancora avuto il coraggio d’applicare fino in fondo: in Dio, l’essere è relazione. La pericoresi – quell’abitarsi reciproco delle persone divine – non è una pia metafora. È un’ontologia. Significa che non c’è contraddizione tra il fondamento interiore dell’identità sacerdotale e la sua realizzazione relazionale. Le due polarità non si escludono: si esigono reciprocamente.

Ecosistemi formativi aperti

Un eventuale progetto pilota dovrebbe avere il coraggio di partire da qui. Non scegliere tra contemplazione e immersione nel sociale. Non formare preti che sanno stare in silenzio ma non sanno stare tra la gente, né il contrario. Ma formare uomini capaci di reggere la dialettica di base, quella tensione feconda che è il cuore stesso della persona.

C’è un merito che va riconosciuto alla recente Ratio della CEI, il suo realismo. La Chiesa italiana ha finalmente preso atto di quello che chi lavora sul campo sa da anni, che, cioè, in formazione non entrano più ragazzini usciti dal liceo, ma uomini adulti, spesso over 30, con storie già scritte alle spalle. Professioni esercitate, relazioni vissute, ferite affettive che non si cancellano con un anno propedeutico.

Da questa consapevolezza nasce il passaggio, dichiarato nel documento, dalla pedagogia all’andragogia. Non è solo un cambio di termine: è un cambio di paradigma. La pedagogia è un metodo pensato per bambini e adolescenti, direttivo, normativo, dall’alto verso il basso. L’andragogia è un metodo pensato per chi è già adulto, costruttivista, esperienziale, fondato sulla storia personale del soggetto come risorsa e non come ostacolo.

Fin qui, tutto condivisibile. Ma qui subentra quello che, a mio avviso, è uno dei cortocircuiti più insidiosi dell’intero sistema. Prendere un uomo di 35 anni, con la sua storia, la sua autonomia, il suo modo di stare al mondo, e inserirlo in un regime residenziale chiuso, iper-normato, con orari rigidi, spazi condivisi e decisioni prese da altri: questo non produce maturità. Produce, molto spesso, regressione.

Le scienze umane lo affermano con una chiarezza che fa quasi paura: un ambiente autoreferenziale nutre il sé grandioso. Più il sistema protegge, più il sé si gonfia. Non perché i seminaristi siano persone patologiche – spesso sono persone di grande valore – ma perché il contesto li mette nelle condizioni di non fare quasi mai i conti con la propria vulnerabilità. I test psicologici all’ingresso non bastano. Servono ecosistemi formativi aperti, che espongano costantemente il candidato all’esercizio sano della propria fragilità relazionale. Perché la fragilità, in fondo, è dove la persona vive davvero.

I due silenzi: sulla Rete e sui conflitti

Ci sono silenzi che parlano. E nei documenti ufficiali sulla formazione presbiterale degli ultimi anni ce ne sono almeno due che, a mio avviso, pesano come macigni.

Il primo riguarda il digitale. I testi ufficiali continuano a trattare Internet come uno strumento esterno, qualcosa da usare con prudenza. Ma chiunque lavori con giovani adulti oggi sa che questa è una descrizione distorta della realtà. Il digitale non è uno strumento: è un ambiente. Non si usa il digitale come si usa un martello. Si abita il digitale, come si abita una città.

Luciano Floridi, filosofo e docente di Sociologia della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna, ha descritto questo passaggio con il concetto di «on-life»: siamo esseri che vivono simultaneamente on-line e off-line, in uno spazio ibrido che modifica la nostra neuroplasticità, il nostro senso del tempo, la nostra capacità di silenzio e d’attenzione.

Formare preti per il XXI secolo senza fare i conti con questa realtà non è prudenza: è cecità. Non si tratta di insegnare una sorta di galateo dei social. Si tratta d’elaborare una spiritualità e, insieme, una neuro-pedagogia capace di restituire ai candidati la profondità interiore che l’iper-stimolazione digitale tende a erodere.

Il secondo silenzio è forse ancora più assordante perché riguarda il momento in cui il sacerdote è più vulnerabile: il passaggio dal seminario alla parrocchia. Il Gruppo di studio n. 4 ha il merito di nominare questo abisso con onestà: c’è una distanza enorme tra il «laboratorio» protetto della formazione, dove tutto è comunione, dove i conflitti vengono mediati dai formatori, dove nessuno è mai davvero solo, e la realtà concreta del ministero parrocchiale. Quella solitudine, quel non-senso, quella fatica, quei conflitti che esplodono all’improvviso, senza preavviso, senza arbitri.

I documenti parlano molto di comunione. Quasi nulla dicono sulla pedagogia del conflitto. Eppure il conflitto non è una patologia del ministero: è il suo habitat naturale. Un prete a cui non è stato mai insegnato ad abitare il conflitto vero, a vederlo come un luogo teologico di crescita, non come una minaccia da evitare, è un prete impreparato. E quella impreparazione, negli anni, si chiama spesso burnout.

L’effettivo ruolo dei laici (cambiare il diritto canonico)

C’è una domanda sulla quale i documenti ufficiali tendono a glissare, ma che chi vuole fare sul serio non può eludere: come s’arriva a decidere d’ammettere un candidato all’ordinazione? Quali materiali ha il vescovo per fare una sintesi sull’idoneità di un candidato al sacerdozio?

La risposta, nella Ratio vaticana del 2016 come in quella CEI del 2025, è sostanzialmente la stessa. I laici – psicologi, famiglie, donne che hanno vissuto accanto al candidato – possono offrire pareri, segnalare preoccupazioni, contribuire con competenze specifiche. Ma nulla di tutto questo è obbligatorio, nulla è prassi strutturata: il discernimento definitivo appartiene al vescovo e, nella misura in cui questi lo consente, anche al rettore. Il Codice di diritto canonico non lascia spazio a interpretazioni creative su questo punto.

Il Gruppo di studio n. 4 ha il coraggio di dire che questo non basta più. E non per ragioni ideologiche o per un vago riflesso democratico. Per ragioni teologiche, coerenti con le premesse del Sinodo stesso: se l’identità presbiterale si costruisce nella relazione con la comunità, se il prete si definisce come servitore del popolo di Dio, allora quel popolo non può essere semplicemente il pubblico dell’ordinazione. Deve essere parte attiva del processo, nel rispetto, naturalmente, delle prerogative che il diritto canonico riconosce al vescovo.

Dietro a questa prospettiva c’è qualcosa di molto concreto: coppie di sposi, religiosi e religiose che siedono nei consigli dei formatori non in veste decorativa, ma con voce reale. Professioniste e professionisti laici che contribuiscono non come consulenti occasionali, ma come corresponsabili riconosciuti.

È un cambiamento radicale. Nessuno s’illude che sia semplice, ma non è nemmeno impossibile. Senza questo passaggio, però, il rischio è che la sinodalità resti una bella parola nei documenti, e che nei corridoi dei seminari continui a funzionare, indisturbato, il vecchio sistema.

Come si può tradurre l’ontologia relazionale, questa pericoresi nelle strutture di oggi? Il tempo della sola manualistica è finito. Non perché i documenti siano inutili: molti di essi contengono intuizioni preziose, frutto di riflessione seria e onesta; ma perché le intuizioni, da sole, non cambiano i sistemi. I sistemi cambiano quando qualcuno ha l’audacia di sperimentare.

Se le istanze del Gruppo di studio n. 4 verranno prese sul serio fino in fondo, una conseguenza s’imporrà quasi naturalmente: quella che qualche diocesi italiana chieda alla Santa Sede l’autorizzazione a lanciare progetti pilota ad experimentum, della durata di 7 o 14 anni, verificabili, replicabili, capaci di diventare modello se funzionano.

Tre pilastri

Tre pilastri, in particolare, sembrano utili per tradurre questa teologia in prassi:

Formazione a rete. Sostituire il seminario-edificio – o, almeno, affiancarlo – con piccole comunità formative diffuse nei quartieri, nei contesti ordinari della vita sociale. È il passaggio dalla provetta all’ecosistema: non come esercizio di povertà simbolica, ma come scelta strutturale. Il futuro prete deve imparare a vivere tra la gente, non solo a visitarla. Timidi tentativi ci sono stati ma sono rimaste esperienze marginali.

Laici, religiose e religiosi al tavolo dei formatori. Non come ospiti più o meno graditi, ma come corresponsabili effettivi. Coppie di sposi e operatrici pastorali, religiose e religiosi inseriti strutturalmente nei consigli dei formatori, con ruolo e responsabilità riconosciuti. Questo richiederebbe una disponibilità reale ancora prima di un’eventuale revisione delle norme canoniche.

Immersione secolare. Richiedere ai candidati di mantenersi, per un periodo significativo, con un lavoro ordinario. Non per occupargli tempo, non per riempire il curriculum di esperienze edificanti. Ma perché la fatica concreta del lavoro – la noia, la dipendenza economica, il confronto con chi non sa nulla di teologia – è forse la palestra d’umanità più efficace che esista.

Nessuno di questi cambiamenti è indolore. Tutti chiedono di rinunciare a qualcosa: a un’idea di controllo, a una certa idea di separatezza, a una certa idea di che cosa significhi formare un prete. Ma questa rinuncia non è un salto nel buio in quel precipizio che non osiamo guardare, è se mai una liberazione necessaria. È precisamente questo lo spazio nuovo che i documenti degli ultimi dieci anni sembrano invocare, a volte timidamente, a volte con una chiarezza che sorprende. Un futuro progetto pilota dovrà avere il coraggio di partire da qui.

Solo accettando la sfida della complessità, solo uscendo dalla logica dell’autoconservazione, queste intuizioni potranno finalmente incarnarsi.

 

Marco Vitale*

 

* Don Marco Vitale è prete della diocesi di Roma e si occupa d’accompagnamento e di formazione di presbiteri, religiose e religiosi.

1 Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, Gruppi di studio su questioni emerse nella prima sessione della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi da approfondire in collaborazione con i dicasteri della curia romana, 14.3.2024, bit.ly/4b8AvWW.

Tipo Articolo
Tema Ministeri - Vita religiosa Sinodo dei vescovi
Area
Nazioni