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Attualità
Attualità, 2/2023, 15/01/2023, pag. 20

Francesco - Congo e Sud Sudan: un viaggio necessario

Territori mai pacificati sperano in una ricaduta per la pace

Giusy Baioni

Dopo il rinvio dello scorso anno, dovuto ai problemi al ginocchio, papa Francesco ha caparbiamente voluto trovare un’altra data per il viaggio in Repubblica democratica del Congo (RDC) e Sud Sudan: due paesi tormentati e dimenticati, che già lo scorso luglio ne attendevano la visita come manna dal cielo, come un segnale forte di vicinanza e sostegno a processi di pace che non decollano e anzi spesso fanno passi indietro. Così, dal 31 gennaio al 3 febbraio papa Bergoglio sarà a Kinshasa, capitale congolese, per poi spostarsi a Juba, in Sud Sudan, fino al 5 febbraio.

 

Dopo il rinvio dello scorso anno, dovuto ai problemi al ginocchio, papa Francesco ha caparbiamente voluto trovare un’altra data per il viaggio in Repubblica democratica del Congo (RDC) e Sud Sudan: due paesi tormentati e dimenticati, che già lo scorso luglio ne attendevano la visita come manna dal cielo, come un segnale forte di vicinanza e sostegno a processi di pace che non decollano e anzi spesso fanno passi indietro. Così, dal 31 gennaio al 3 febbraio papa Bergoglio sarà a Kinshasa, capitale congolese, per poi spostarsi a Juba, in Sud Sudan, fino al 5 febbraio.

Unica tappa che salterà, rispetto al programma di luglio, è Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu, nuovamente vicinissima a scontri cruenti. Impossibile andarci. Ma papa Francesco incontrerà una delegazione che da Goma verrà a Kinshasa, in rappresentanza di tutte le vittime di quest’interminabile conflitto.

Il travaglio del Congo

Per due volte in pochi mesi, i miliziani del Movimento 23 Marzo (M23) hanno infiammato il Nord Kivu, una delle regioni orientali più instabili e più ricche di risorse della Repubblica democratica del Congo. Il M23, dotato di armi sofisticatissime, era giunto a minacciare il capoluogo Goma proprio a ridosso del primo annuncio della visita del papa: il 3 marzo 2022, la Sala stampa vaticana rendeva noto che a inizio luglio il pontefice si sarebbe recato a Kinshasa e Goma e il 27 – dopo quasi 10 anni d’inattività – ricompariva dal nulla l’M23, con un’offensiva che dal confine col Ruanda nei mesi successivi si era via via allargata fino a minacciare Goma.

A giugno la tensione era altissima: l’M23 prendeva la cittadina strategica di Bunagana, sita proprio all’incrocio dei confini di Congo, Uganda e Ruanda, e da lì si espandeva verso Sud, provocando morti e moltissimi sfollati.

Il rinvio del viaggio papale, ufficialmente per i problemi al ginocchio del pontefice, in Congo era inevitabilmente stato collegato anche alla drammatica situazione della sicurezza. Tanto più che poco tempo dopo l’annullamento del viaggio, il pontefice si era recato in Canada. Da notare che nella tappa di Goma era prevista la celebrazione di una messa in una spianata poco fuori dalla città, proprio lungo la route nationale n. 2, vicino a Kibumba, località divenuta tristemente nota agli italiani perché luogo dove persero la vita Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo (cf. Regno-att. 6,2021,187). Una zona – va precisato – a 3 km dal confine con il Ruanda, paese che da tempo i rapporti delle Nazioni Unite indicano come il maggior responsabile del caos nella regione.

Dopo l’escalation e dopo il rinvio del viaggio papale è seguito un periodo di relativa calma, con i miliziani non più minacciosi verso Goma, anche se arroccati nelle loro posizioni e decisi a non lasciarle. Ma è durata poco: il 15 settembre, sul volo di ritorno dal Kazakistan, il pontefice annunciava che stava valutando la possibilità di mettere nuovamente in calendario il viaggio per febbraio 2023. E il 20 ottobre riprendevano i combattimenti, anche con aviazione e armi pesanti. I miliziani occupavano la grande base militare di Rumangabo, una delle più grandi dell’Est, poi Rutshuru fino a Kibumba, proprio dove si era pensato di celebrare la grande messa papale. Fino a che la tappa è saltata.

Del resto, le trattative non hanno avuto esito e forse anche per questo, in supporto alle forze armate congolesi e ai poco efficaci caschi blu, si è deciso l’invio di un contingente dell’East African Community, fatto del tutto nuovo e permesso dal recente ingresso della RDC in tale organizzazione: da dicembre presidiano Goma 900 soldati kenyoti e (paradossalmente) 750 sudsudanesi; truppe burundesi sarebbero invece nel Sud Kivu e anche l’Uganda ha annunciato l’invio di uomini sul terreno.

Nessuno si accorge del dramma

La presenza di queste truppe ha spinto l’M23 a lasciare almeno formalmente la zona di Kibumba, ma intanto si starebbero spostando verso Nord-ovest, come a volere stringere Goma in una morsa. L’M23 ha lasciato anche il campo militare di Rumangabo, ma solo a patto che l’esercito congolese non possa rientrarvi: a oggi, la zona è presidiata dai militari kenyoti. Alcuni temono che si vada verso la ventilata creazione di una zona tampone fra Congo e Ruanda…

«Qui stiamo pregando per la visita del papa, ma la gioia dell’arrivo si è un po’ smorzata. C’è delusione per il fatto che non vada più a Goma – spiega da Bukavu a Il Regno p. Franco Bordignon, missionario saveriano, una vita nell’est della RDC –. Si sperava che Francesco andasse proprio nella zona dove la povera gente è martoriata: non solo nella città di Goma, ma piuttosto a Kibumba e alle “3 antenne”, da dove l’M23 si sta ritirando ora e dove il papa avrebbe dovuto celebrare la messa.

Il papa è al di sopra di ogni politica, di ogni ideologia, per cui la sua presenza avrebbe potuto dare una spinta e far aprire gli occhi all’Occidente che è cieco su quello che stiamo vivendo qui all’Est. Il paese è largo 2.000 km, la capitale è lontana e qui è un massacro continuo, sotto gli occhi chiusi dell’Occidente: centinaia di migliaia di profughi in campi allagati perché è la stagione delle piogge e fa freddo (siamo a 2.000 m d’altezza); la gente è abbandonata a se stessa e anche dove ci sono organizzazioni umanitarie non c’è la sicurezza, possono arrivare di notte e ti tagliano la testa, ti bruciano le case, ti portano via donne, uomini e bambini… Sono 20 anni che va avanti e non c’è nessuna soluzione.

Il vantaggio di un caos controllato è la possibilità di sfruttare sempre meglio le ricchezze del paese da parte delle multinazionali che sicuramente sono dietro a tutto ciò, perché fa comodo avere i minerali a basso prezzo se non quasi gratuitamente, mentre la gente che vive e muore lì è quasi dimenticata. Ecco, la vista del papa avrebbe potuto imprimere una svolta al silenzio criminale dell’Occidente. Capisco che non si voglia esporre il papa in una zona in guerra, però è proprio lì che la sua testimonianza sarebbe preziosa! E non di un papa qualunque: ogni papa ha i suoi carismi, i suoi messaggi profetici alla Chiesa e al mondo, ma Francesco è diverso, quindi se veramente lui potesse essere lì sono sicuro che le cose cambierebbero agli occhi del mondo intero».

Sud Sudan senza pace

«Questo viaggio ha un’importanza storica», commenta a Il Regno p. Christian Carlassare, comboniano e vescovo di Rumbek, parlando della visita ecumenica che, dopo la tappa congolese, papa Francesco compirà insieme all’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, primate della Chiesa anglicana, e al pastore Iain Greenshields, moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia.

«All’inizio del suo ministero papa Francesco si è trovato con il paese più giovane al mondo, nato nel 2011, che a dicembre 2013 avviava un brutale conflitto interno. Dopo aver spesso menzionato il Sud Sudan nei suoi discorsi, aver pregato per il Sud Sudan, averne invitato a Roma i leader politici, coloro che hanno in mano le sorti del paese e che soli possono dare il via a un percorso di pace, ecco: dopo tutto questo, il viaggio papale pone ora al centro le persone, specie le più povere, messe da parte dagli interessi di alcuni gruppi.

Personalmente – prosegue il presule – mi aspetto che la visita del papa richiami la Chiesa a essere testimone di pace e riconciliazione con più energia, insieme alle altre denominazioni cristiane. Una Chiesa aperta e non chiusa nel proprio ovile. Una Chiesa che abbraccia tutti e conduce amorevolmente, senza lasciarsi conquistare dalle logiche di potere e prestigio che sono del mondo. Mi aspetto un rinnovamento vero e profondo, che ci faccia tornare all’essenziale del Vangelo, alla santità senza compromessi, al servizio dei poveri senza autocelebrazioni.

Allo stesso tempo prego per una conversione del cuore, perché tutti i cittadini capiscano che la pace deve trovare posto prima di tutto nei loro cuori, e che la società civile può costruire la pace una volta che si è liberata da manipolazioni fondate sull’ignoranza, sull’ideologia, sullo status quo e il timore della novità che ci viene dall’altro. Un momento molto importante – conclude – sarà l’incontro con gli sfollati: mi auguro che il governo sia seriamente interpellato a un’azione politica chiara e convincente, perché le persone possano tornare a casa nei propri territori e ci sia sicurezza e ripresa economica».

Oltre agli scontri, la fame

A oggi sono complessivamente oltre 2,3 milioni i sudsudanesi rifugiati in Uganda, Etiopia e Sudan. Più di 2 milioni gli sfollati interni. Nel solo 2022, sono stati decine di migliaia i civili fuggiti in diverse regioni a causa dei conflitti intercomunitari. «Sia le forze governative sia quelle ribelli stanno usando la fame come deliberata tattica per spingere i civili alla fuga», scrive in una nota la Global Rights Compliance Foundation: affermazione gravissima, se si considera che sarebbero oltre 8 milioni sugli 11 totali i sudsudanesi in grave insicurezza alimentare.

In base all’accordo di pace del 2018, nel 2020 è stato formato un governo di transizione, che riunisce Salva Kiir e il suo rivale Riek Machar. Ma, nonostante questa facciata d’unità, la guerra prosegue attraverso le violenze etniche. La cronaca degli ultimi mesi racconta di centinaia di donne e bambini nuer giunti lo scorso agosto a Old Fangak, nello stato di Jonglei, dopo essere fuggiti dall’attacco delle milizie shilluk ai loro villaggi lungo il Nilo.

Tale assalto segnava l’inizio di un conflitto intercomunitario, inizialmente riconducibile alle rivalità tra due generali, lo shilluk Johnson Olony e il nuer Simon Gatwech, ma poi degenerato: migliaia di pastori nuer della White Army si mobilitano a loro volta e lanciano una brutale offensiva contro gli shilluk, nel vicino stato dell’Upper Nile. A metà dicembre un’altra offensiva della White Army prende di mira i murle, popolazione della regione di Greater Pibor, provocando decine di migliaia di sfollati e almeno 50 vittime.

Il 4 gennaio, due donne nuer e un bambino sono stati uccisi «da giovani murle armati» nel Jonglei settentrionale, secondo un’associazione locale: una spirale di vendette che pare senza fine. Le popolazioni fuggite descrivono numerose violazioni dei diritti umani: omicidi, violenze di genere, rapimenti, saccheggi e incendi di villaggi. L’insicurezza ostacola l’accesso agli aiuti umanitari e gli sfollati mancano di cibo, servizi igienici e assistenza sanitaria.

Riuscirà Francesco a imprimere una svolta?

 

Giusy Baioni

 

Tipo Articolo
Tema Francesco Pace - Guerra
Area AFRICA - MEDIO ORIENTE
Nazioni

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