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Attualità
Attualità, 10/2023, 15/05/2023, pag. 337

Padre, perdona loro

Ma umanamente è sempre possibile?

Piero Stefani

Paolo [d’ora in poi P.]: «Secondo te è una scusante o un’aggravante?».

Simone [d’ora in poi S.]: «Come faccio a rispondere? Scusante o aggravante rispetto a che?».

P.: «Hai ragione. Ero sovrappensiero. Parlavo un po’ con me stesso».

S.: «Di che si tratta? Conoscendoti dev’essere qualcosa legato alla religione. Quando rimugini si va a cadere sempre lì».

P.: «È così. Pensavo a Gesù».

S.: «Siamo alle solite. Guarda che se continui così è un’aggravante. Ci sono tante persone di fede che quando pensano a Gesù ricevono conforto; tu invece non fai che sollevare questioni. Per te i problemi sono come le ciliegie, uno tira l’altro. Ma insomma, di che si tratta?».

P.: «Ti ricordi cosa il Vangelo di Luca mette in bocca a Gesù quando era già in croce?».

S.: «Mi cogli alla sprovvista». 

P.: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

S.: «Mentre sta morendo un uomo – lasciamelo definire così – perdona i suoi assassini perché non sanno quello che stanno facendo, cosa ci può essere di più nobile? Per venire alla tua questione mi sembra che la clausola “perché non sanno quello che fanno”, sia una palese scusante».

P.: «Ne sei proprio sicuro?».

S.: «Caspita! Ci possono forse essere dubbi? Ricordo ancora cosa, a suo tempo, mi insegnarono al catechismo».

P.: «Ebbene?».

S.: «Perché ci sia un peccato mortale occorre materia grave, e nel nostro caso certamente c’è, “piena avvertenza e deliberato consenso”, ma se “non sanno quello che fanno” manca una di queste condizioni».

P.: «Ehm. Vediamo se riesco a farti cambiare idea. Tu hai affermato che l’atto di Gesù di perdonare i suoi persecutori fu molto nobile».

S.: «Non è così?».

P.: «No. Non lo fu per il semplice fatto che Gesù non disse “vi perdono”. Egli era la vittima, si trovava nelle condizioni di perdonare i propri uccisori in prima persona. Eppure disse…».

S.: «“Padre, perdona loro”. Già, a questo non ci avevo pensato. Gesù non perdona ma prega. Si rivolse al Padre, non ai persecutori. Non ci fu l’atto umano attraverso il quale una persona perdona un’altra. Ma perché le cose andarono così?». 

P.: «Appunto “perché non sanno quello che fanno”».

S.: «Non capisco».

Un abbraccio incompiuto

P.: «Il perdono è paragonabile all’atto di essere predisposti ad accogliere un’altra persona a braccia aperte. Quando il gesto giunge a compimento?».

S.: «Quando l’altro si lascia abbracciare». 

P.: «Giusto. Nel caso del perdono, qual è l’equivalente d’accogliere l’invito a essere abbracciato?».

S.: «Dovrei pensarci». 

P.: «Se uno è fisicamente in un vicolo cieco, c’è un solo modo per venirne fuori, quale?».

S.: «Tornare indietro».

P.: «Esatto. Adesso ti dico una parola in ebraico: teshuvah. Alla lettera significa “ritorno”, ma in senso traslato vuol dire “pentimento”. Ti suggerisce qualcosa?».

S.: «Sì, ho capito dove vuoi andare a parare. Chi ha sbagliato deve tornare sui suoi passi; cioè pentirsi. Un’offerta di perdono che non incontra il pentimento altrui è unilaterale, è un abbraccio incompiuto».

P.: «È così. Ma per pentirsi occorre essere consapevoli di quel che si è fatto. Anzi, direi di più: si diventa pienamente consci del male compiuto solo quando ci si pente». 

S.: «Quindi vuoi dire che il “non sanno quello che fanno” è un’aggravante perché è come una porta di ferro che sbarra l’accesso al pentimento».

P.: «È proprio così. Gesù sa che il pentimento non può nascere nell’animo dei suoi persecutori appunto perché sono inconsapevoli di quanto stanno facendo. Perciò chiede al Padre di perdonarli per pura grazia. Lui è in grado di farlo».

S.: «Mi convinci fino a un certo punto. Penso che non ci sia sempre bisogno di “scomodare Dio”. Anche sul piano umano un’offerta gratuita di perdono è in grado di smuovere nel profondo il colpevole. Sei sicuro che se le parole di Gesù fossero state semplicemente: “Vi perdono”, il detto sarebbe stato incapace di toccare quegli animi induriti? Hai così poca fiducia nella natura umana da dover ricorrere sempre al divino?».

P.: «La tua è un’osservazione di peso, lo ammetto. Che il perdono muova al pentimento è certo una possibilità, ma appunto solo una possibilità. Tu però replicheresti dicendo che una frase come “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” è meno orientata a smuovere l’animo del carnefice di quanto non lo sia un semplice e diretto: “Vi perdono”. Sì, forse hai ragione. Resta il fatto che il “non sanno quello che fanno” è comunque un’aggravante sulla via del pentimento. In ogni caso, per chi crede, la preghiera dispiega le sue ali su orizzonti più larghi di quelli delle relazioni interumane».

I limiti del perdono

S.: «Dove vuoi andare a parare con questa immagine alata?».

P.: «Pensa a un caso tragico come quello di una strage terroristica. Da più parti sentirai innalzarsi preghiera per le vittime. Pregare per i morti ha senso soltanto se esiste un altro mondo. Aggiungi che è concesso pregare anche per gli autori delle stragi perché Dio muti il loro cuore, perché si pentano di quello che hanno compiuto o perché loro peccatori siano in ogni caso accolti nell’abbraccio di Dio: “Padre, perdona loro”». 

S.: «Ma i terroristi sapevano quanto stavano facendo. Lo avevano programmato. Temo che voi credenti siate troppo propensi a pensare al perdono come a una specie di panacea universale per i vivi e per i morti. E poi non tutto si risolve nel perdono. Mi torna alla mente l’episodio storico dell’assassinio di Walther Rathenau».

P.: «Certo, il ministro degli Esteri tedesco ucciso nel giugno del 1922 a opera di due ex ufficiali di estrema destra».

S.: «Non so di quale dei due si trattasse, ma è certo che Matilde, la mamma di Walther, si recò dalla madre di uno degli assassini per confortarla. L’azione sconcertò molti, ma in altri suscitò una profonda, commossa ammirazione».

P.: «Mi schiero dalla parte di questi ultimi».

S.: «Guarda però che il perdono qui non c’entra affatto. La signora Matilde non si rivolse ai terroristi dicendo: “Vi perdono”. Andò dalla madre di uno loro perché la considerava anch’essa una vittima». 

P.: «Senza dubbio essere madre di un assassinato è una sciagura, ma essere mamma di un assassino è sventura maggiore».

S.: «Resta il fatto che uno è vivo e l’altro è morto».

P.: «Ma proprio perché vivo l’assassino può ancora pentirsi».

S.: «Ma può anche non farlo».

P.: «Tuttavia Dio può perdonarlo ugualmente: “Padre perdona loro…”».

S.: «Mah!... Fammi fare la prova al contrario».

P.: «Cosa vuoi dire?».

S.: «Se una persona si pente perché si è resa conto solo dopo di quanto ha compiuto, ha il diritto di essere perdonata?».

P.: «Direi proprio di sì. Anche se, a ben pensarci, un individuo veramente pentito chiede perdono in modo umile e sincero senza accampare alcun diritto».

S.: «La tua ultima osservazione è giustissima. Tuttavia la cosa resta più complessa di quanto tu non pensi. Il gioco si è rovesciato, questa volta sono io a gettare sul tavolo la carta dell’aggravante. Una persona diventata consapevole del male da lei compiuto, in un certo senso è già un altro individuo rispetto a quello che non sapeva cosa stava facendo. L’“altro sé stesso” per cui sta chiedendo perdono è già svanito grazie proprio al pentimento. A motivo della distanza, quel fare senza esserne consci in quanto tale resta perciò imperdonabile».

P.: «Oscillo tra due valutazioni contrastanti: il tuo è un ragionamento acuto e sottile o è invece un’elucubrazione contorta?».

S.: «Ti rispondo sintetizzando una storia ebraica che, a mio parere, fa riflettere non poco.1 Un venerato maestro ebreo di Brisk se ne andò a Varsavia per alcuni affari. Sulla via del ritorno, condivise lo scompartimento con alcuni mercanti che si misero a giocare a carte. Invitarono il rabbino ad aggiungersi a loro. Il maestro declinò l’offerta. Il viaggio era lungo, la scena si ripeté due o tre volte. Infine uno dei mercanti, esasperato, prese di peso il malcapitato e lo fece stare per tutto il tempo in corridoio. Giunti alla meta, scesero dal treno. Una piccola folla deferente circondò il maestro.

Solo allora il mercante apprese chi era colui che aveva trattato in così malo modo. Cadde nello sconforto. Fu subito rassicurato dal fatto che tutti osannavano l’elevatezza spirituale del rabbino; non sussistevano dubbi sul fatto che l’avrebbe perdonato.

Il mercante si recò alla casa del maestro, ma quest’ultimo non lo volle ricevere. Riprovò, l’esito fu il medesimo. Il mercante si rivolse infine al figlio del rabbino perché intercedesse a suo favore. Entrato nella stanza del padre, prese il discorso alla larga per giungere infine al punto. Il genitore rispose che non poteva concedere il perdono. Il figlio trasecolò. Il rabbino spiegò che il mercante non aveva offeso lui, infatti quando lo maltrattò lo pensava non come maestro ma come un ebreo qualsiasi. Non sapeva cioè quello che faceva. Aggiunse il maestro: ha offeso una persona qualsiasi, dunque ne cerchi una e le chieda perdono.

Mio caro Paolo, non tutto quello che abbiamo combinato in questa vita è sanabile. Se il mercante si fosse rivolto a un uomo della strada per chiedergli perdono, sarebbe stato preso per matto. Va da sé che nel mondo si annoverano azioni ben più gravi di quella di cacciare nel corridoio un venerato maestro. Ci sono eventi irreparabili. L’assassino non è nelle condizioni di essere perdonato da colui che ha ucciso».

P.: «Forse hai, almeno in parte, ragione, per quanto riguarda questa vita; ma ce n’è un’altra e allora, mio caro Simone: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”».

S.: «Sarà così, ma guarda che il Padre nostro lo so ancora: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. La responsabilità interumana è insuperabile».

P.: «Ma è qui che ti voglio; come la mettiamo se, proprio come hai avuto la pretesa di dimostrare, ci sono situazioni in cui è umanamente impossibile perdonare?».

 

1 Ispirato all’intervento di Abraham J. Heschel in S. Wiesenthal, Il girasole. I limiti del perdono, Garzanti, Milano 2000, 143.

 

Tipo Parole delle religioni
Tema Teologia
Area
Nazioni

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