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Attualità
Attualità, 6/2021, 15/03/2021, pag. 154

Italia - Politica: un altro segretario non basta

La nomina di Letta e la crisi del PD

Gianfranco Brunelli

La crisi provocata da Renzi e risolta da Mattarella, che ha dato vita al governo Draghi, mostra tutta la fragilità del sistema politico italiano e degli attuali soggetti di centro-destra e di centro-sinistra. L’Italia uscita dalle urne del 2018, nelle sue rappresentanze politiche era ed è del tutto inadeguata, anzitutto su un piano culturale, ad affrontare il nuovo tempo della vita del paese. Quel tempo che la pandemia ha tragicamente e pienamente disvelato.

 

La crisi provocata da Renzi e risolta da Mattarella, che ha dato vita al governo Draghi, mostra tutta la fragilità del sistema politico italiano e degli attuali soggetti di centro-destra e di centro-sinistra. L’Italia uscita dalle urne del 2018, nelle sue rappresentanze politiche era ed è del tutto inadeguata, anzitutto su un piano culturale, ad affrontare il nuovo tempo della vita del paese. Quel tempo che la pandemia ha tragicamente e pienamente disvelato.

Troppo a lungo i diversi soggetti politici si sono aggrappati al passato nelle forme del passato, nell’intento di conservare sé stessi, incapaci di elaborare un progetto di riforma politico e istituzionale del sistema e di autoriformarsi, creando, nella loro progressiva separazione dal paese reale, convulsioni sociali profonde e pericolose. Pesava e pesa il passato. Il Novecento ideologico irrisolto. A sinistra e a destra. La risposta populista è stata la via facile di fronte a una reazione profonda che è lungi dall’essere esaurita.

Nella vicenda della crisi, nella sua evoluzione e conclusione sono emersi alcuni dati centrali: il cambio di linea politica della Lega di Salvini e il fallimento dell’alleanza tra il Partito democratico (PD) e il Movimento 5 Stelle.

Salvini: il caso dubbio

Salvini, anche in risposta alle pressioni interne e della parte più significativa del suo elettorato (quello del Nord), ha accettato l’idea dell’Europa. Il suo non è ancora un approccio europeista, ma l’idea dell’inevitabilità e della necessità dell’Europa, cioè di un indispensabile superamento dell’idea otto-novecentesca di nazione in chiave di rafforzamento dell’Unione Europea, a fronte del globalismo della tecnica, dell’informazione e del capitalismo finanziario: questa idea è passata.

Il cammino della Lega rimane culturalmente e politicamente lungo. A quale famiglia europea vorrà iscrivere il proprio futuro? Al momento sembra lontano, se non difficile, un accasamento nel Partito popolare europeo. Sono stati i partiti di origine popolare (democratico-cristiana) a fondare l’Europa. Non la sinistra. Più recettive e rapide le social-democrazie; più arretrata la tradizione comunista che arriva solo all’eurocomunismo e alla fine degli anni Settanta e all’idea di Europa solo dopo il 1989 e la fine dell’Unione sovietica. E non la destra che quel passaggio ancora non l’ha fatto.

Ma una scelta Salvini l’ha fatta, anche se giocherà ancora a lungo (e questo può persino avere una qualche funzione nell’arretratezza culturale e politica della destra italiana) sul doppio binario di una Lega partito di governo e partito d’opposizione, con tutto il corredo di populismo di cui sappiamo. E una scelta come quella europea non è senza conseguenze nella determinazione di un processo interno alla Lega, in Italia e in Europa.

Rimangono aperte sia la questione della leadership, sia quella della coalizione del centro-destra. Quale fisionomia la Lega saprà dare alla coalizione del centro-destra nel tramonto politico di Berlusconi e nei rapporti con una destra (quella di Fratelli d’Italia) che è oggi in una posizione assai più prossima al passato del Movimento sociale italiano che alle aspettative mancate di Alleanza nazionale?

Ma il vero problema per la Lega è la sua leadership. Fino a che punto Salvini è in grado di guidare un passaggio così complesso nel suo partito e nel centro-destra? Il caso è aperto.

Nel futuro del sistema politico italiano, l’altro pilastro (quello nel centro-sinistra) può essere ancora il PD? E quale PD? Anche nel centro-sinistra esiste da tempo un problema di coalizione e di leadership.

Letta: la seconda occasione

La fine del governo Conte-bis rappresenta anche la sconfitta della linea politica della segreteria Zingaretti-Bettini, assieme alla manifestazione dell’inadeguatezza della classe politica dei 5Stelle. L’intesa aprioristica con i 5Stelle, senza un confronto politico non ha pagato. Non può pagare. Il «governismo», come lo ha chiamato Arturo Parisi, è il contrario del primato del governo. E finisce per porre chiunque ne faccia la propria ragione d’essere in posizione subalterna. Altro che «partito guida».

Il detestato Renzi ha posto fine a un esecutivo impantanato. Ma il PD aveva e ha un problema di confronto anzitutto al proprio interno. Da tempo immemore non fa congressi (i congressi tematici sono infatti un modo per trascorrere il tempo), non si confronta su linee politiche diverse e vota sistematicamente all’unanimità, per poi inverare dietro le quinte uno scontro politico ridotto a pura battaglia sugli organigrammi interni e di governo. Del resto, non avendo un progetto politico sul paese, su cosa potrebbe confrontarsi?

Il «governismo» e l’«unanimi-
smo» sono l’opposto di una democrazia competitiva e governante. Bisognerebbe ricominciare da qui.

La soluzione data alle dimissioni di Zingaretti dalla segreteria con il nome di Enrico Letta rappresenta una possibilità. Ci vorrà un po’ di tempo per capire quali siano (e se ce ne siano) le novità. La modalità della sua elezione senza un congresso alle viste, senza primarie e con il solito voto all’unanimità non predispone al meglio, ma quello che si è messo in moto è un processo e i processi talora s’incaricano per sé stessi di modificare la situazione, basta assecondarli. Occorre aspettare fiduciosi.

Quando fu defenestrato dalla Presidenza del consiglio (guidava un governo che politicamente si era ridotto un po’ come il Conte-bis), il 14 febbraio del 2014, da un voto all’unanimità (o quasi) dall’assemblea del PD a guida Renzi, ma d’intesa con Napolitano e i capicorrente interni al partito, Letta lasciò la politica. Il ritorno dopo 7 anni è la sua seconda occasione (nella situazione drammatica nella quale si trova il paese potremmo dire anche l’ultima), così come per il PD.

Allora Letta non volle giocare la partita politica nel partito, immaginando di stare tecnicamente (cioè comodamente) al governo. Fu un errore. Come lo fu andarsene. Lo stesso errore di D’Alema, di Calenda, di Renzi. Perdere e andarsene da qualche parte, senza restare e costruire una posizione politica alternativa nella sinistra è uno schema assai poco politico.

Ma oggi, nel tempo di Draghi, Letta ha una occasione unica. Non solo per sé stesso. Ma per il PD e per il paese. Candidarsi alle primarie. Rendere vera (ha detto di volere verità) la votazione della sua nomina a segretario e, forte di quella investitura, candidarsi alle elezioni nel 2023 per guidare il paese. Occorre rimettere in ordine il rapporto tra confronto politico e consenso democratico.

In questo percorso, per costruire la leadership del PD deve mettere mano al progetto di costruzione della coalizione del centro-sinistra.

Tornare a uno schema politico maggioritario è la via d’uscita, sia per il confronto con i 5Stelle, sia per recuperare «ulivisticamente» tutte le componenti fuoriuscite dal PD (Renzi compreso), e oggi presenti sulla scena parlamentare, grazie alle dinamiche proporzionalistiche, come correnti esterne.

Se, all’opposto, Letta immagina una sostanziale continuità politica con Zingaretti e la maggioranza degli ex comunisti che determina la linea del PD, allora sarà solo un altro segretario. Con l’unico vantaggio in più (il che rispetto a prima è qualcosa) che egli può competere con Conte nella guida del centro-sinistra, togliendo dall’imbarazzo il PD che sin qui aveva persino immaginato Conte come candidato premier dell’alleanza con i 5Stelle.

L’«unanimismo» sin qui non lo ha evitato. Può puntare decisamente sulla «verità».

 

Gianfranco Brunelli

Tipo Articolo
Tema Politica
Area EUROPA
Nazioni

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