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Attualità
Attualità, 4/2021, 15/02/2021, pag. 69

Italia - Politica: Draghi e la fase nuova del paese

E per i partiti il compito di ricostruire un percorso di credibilità

Gianfranco Brunelli

L’ipotesi Draghi, prima ancora della formazione del governo Draghi, nasce dal fallimento della fase politica precedente. Una classe politica inadeguata, una frammentazione partitica frutto e concausa di una complessiva e lunga crisi di sistema che non ha trovato risposte adeguate a una democrazia compiuta: così un’intera fase politica è giunta a consunzione.

 

L’ipotesi Draghi, prima ancora della formazione del governo Draghi, nasce dal fallimento della fase politica precedente. Una classe politica inadeguata, una frammentazione partitica frutto e concausa di una complessiva e lunga crisi di sistema che non ha trovato risposte adeguate a una democrazia compiuta: così un’intera fase politica è giunta a consunzione.

La fine del governo Conte-bis e la mancata nascita del Conte-ter lo hanno evidenziato. Le mancate risposte nel tempo della cosiddetta seconda Repubblica hanno fatto ulteriormente precipitare la situazione a partire dal fallimento del referendum costituzionale del 2016. Ultimo tentativo per riformare il paese (cf Regno-att. 22,2020,655).

Alla frammentazione conseguente al progressivo ritorno alle forme proporzionalistiche, si è aggiunta l’onda reazionaria cresciuta nel paese, che ha portato il Movimento 5 Stelle al successo elettorale del 2013 e a quello dirompente del 2018. Contemporaneamente, la stessa onda definita «populista» (ma il nome migliore è «qualunquismo») ha determinato il successo progressivo della Lega nel 2018 e nel 2019. In 5 anni, dal 2014 al 2019, abbiamo avuto nel susseguirsi di elezioni diverse 3 diversi partiti di maggioranza relativa: il Partito democratico (PD) di Renzi, i 5 Stelle di Grillo, la Lega di Salvini.

Si spiega così il fatto che in poco meno di tre anni, dalle elezioni rivelative del 2018 (cf. Regno-att. 8,2018, 193), abbiamo avuto due diversi governi, di segno politicamente opposto, retti dallo stesso partito, il partito di maggioranza relativa in Parlamento (5 Stelle), e dallo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, inizialmente un loro portavoce poi, nello sviluppo interno della crisi dei 5 Stelle, divenuto di fatto il loro punto di tenuta dentro le istituzioni.

Tre anni, una storia

Entrambe le due maggioranze eterogenee e i due governi hanno fatto naufragio. Il primo per il fallimento del progetto cosiddetto sovranista e anti-europeo, che ci ha condotti in un vicolo cieco, esploso in un conflitto di leadership tra Salvini e Conte; il secondo, che pure ci ha riportati in una dimensione europea, per incapacità progettuale, frutto principalmente della subalternità del PD ai 5 Stelle, sui temi dell’emergenza, dell’economia e della giustizia.

Nell’emergenza della pandemia sono emersi gravi problemi di governance, li ha in questi mesi richiamati più volte Sabino Cassese: il fallimento del bicameralismo, che in diversi passaggi ha funzionato a Camere alterne, e la confusione conflittuale tra poteri dello stato e poteri delle regioni. Il fallimento del referendum del 2016 ha mostrato tutta la sua dirompenza.

Il fallimento dei due governi ha messo in luce un livello di strumentalità, di opportunismo, di trasformismo che ha pochi precedenti nella storia della Repubblica. Una situazione che ha messo in crisi persino il linguaggio della politica, oltre che la credibilità dei politici, causando una caduta culturale che ci ha restituito un’immagine cinica e indifferente, che retroagisce nei comportamenti anche morali della società civile, rinunciando alla virtù propria della politica che è quella di rappresentare, interpretare e guidare costruttivamente le istanze propositive e anche gli impulsi meno nobili della società civile.

Il disvelamento di una società civile che, per quanto retoricamente mitizzata, non è il Paradiso terrestre, giunta in una sua parte, senza mediazioni di alcun genere, direttamente al potere con i 5 Stelle, il propagandismo della Lega salviniana, in alcuni passaggi negatore dei valori liberal-democratici, hanno mostrato il volto di una crisi culturale e morale che non immaginavamo così profonda e pervasiva.

Renzi ha avuto il merito di aprire una crisi che andava aperta, pena il disastro del paese di fronte alla duplice crisi pandemica ed economica, ma, essendo anch’egli a pieno titolo dentro l’autoreferenzialità del sistema fallito, non era in grado di poterla chiudere.

Prendendo atto del fallimento della politica – forse era saggio rimandare gli italiani al voto nel 2018 prima dei due governi Conte – il presidente Mattarella con abilità maieutica ha scelto di provare a guidare la crisi. E per tentare di chiuderla ha dapprima dato un tempo ampio al governo uscente e ai soggetti politici che lo sostenevano per rendere evidente a tutti la loro condizione oggettiva.

Lo spettacolo lo abbiamo visto. I giorni precedenti hanno mostrato tutto lo sfacelo della politica italiana: soggetti politici, pezzi di essi, singoli personaggi hanno messo in scena un gran mercato per tenere in piedi una maggioranza di governo che aveva come unico progetto quello di resistere.

Solo a quel punto ha messo in campo l’uomo simbolo dell’Italia e dell’Europa: Mario Draghi. L’uomo che dai vertici della Banca centrale europea aveva salvato nella crisi economico-finanziaria precedente l’euro, l’Europa e l’Italia. Oltre Draghi c’erano solo le elezioni, che nessuno dei parlamentari voleva.

Siamo entrati di nuovo in uno stato d’eccezione. Nel ciclo politico aperto negli anni Novanta, il Parlamento è stato costretto più volte a sospendere il proprio ruolo costituzionale (dare vita a un governo in grado di governare): così abbiamo avuto in tutti i passaggi critici dei «governi del presidente»: Ciampi nel 1993; Dini nel 1995; Monti nel 2010, e ora Draghi. La scelta di Monti fu l’esito del vincolo esterno, cioè dell’Unione Europea; gli altri governi, quello di Draghi compreso, sono il frutto di una scelta interna, italiana.

Quello di Draghi s’annuncia come un governo di salvezza nazionale. Ma occorre attenderne la prova dei fatti. Il mix di politici e di tecnici, questi ultimi nei posti chiave per la gestione dei progetti che l’Unione Europea ci finanzierà, dovrebbe garantirne da un lato la durata e dall’altro l’efficacia. Ma è tutto da verificare.

Mario Draghi ha posto tuttavia ai partiti che sono entrati nella sua maggioranza e al governo (dalla Lega a Liberi e uguali) la duplice dimensione politica dell’europeismo e dell’atlantismo. Il che significa un diverso rapporto con la Cina e con la Russia. Si tratta di un orizzonte che descrive appieno la dimensione culturale liberal-democratica e il sistema d’appartenenza internazionale a cui non tutti i soggetti che ne appoggiano l’esecutivo hanno sin qui dato risposte convinte e convincenti.

Tra Lega e PD: ricostruire il sistema

La nuova fase ripropone ai soggetti politici la domanda cruciale sulla loro identità e sulla loro forma strutturale. Possiamo partire dal PD, partito governista per eccellenza, trasformatosi negli anni dal «partito a vocazione maggioritaria» di Prodi e Veltroni alla «ditta» di Bersani e Zingaretti. Il tentativo Renzi di conquista e di gestione del partito ha mostrato, al di là dei suoi errori narcisistici, come il PD sia ancora la somma di «ex comunisti» ed «ex democristiani di sinistra». Talora così poco «ex». La dinamica è rimasta la stessa dell’alleanza allora esterna tra Margherita e Democratici di sinistra. Il PD ne è al momento la sommatoria interna.

Gli ex-democristiani preferiscono stare al governo, magari senza governare, meno al partito; quelli che restano tra gli ex del Partito comunista (PCI) vivono come dirimente il primato del partito. I primi finiscono per pagare il prezzo del governo con la subalternità politica. La fine di Renzi e l’emergere nel partito di una leadership tutta ex PCI è lì a raccontarlo. L’abbraccio e la subalternità ai 5 Stelle e a Conte (definito volta a volta: «Giulio Cesare», «nuovo De Gasperi», «leader inevitabile») nel precedente governo non è che la sintesi di quel cattivo compromesso. Si tratta di un modello che non porta da nessuna parte e serve poco al paese.

Il tentativo Draghi mette di fatto in crisi un PD che non sa cos’è ed esige una risposta sul piano nazionale e internazionale. Solo una diversa leadership del partito può sperare di ritrovare una ricomposizione interna (da Renzi a D’Alema) e ritrovare la vocazione maggioritaria perduta nel campo del centrosinistra e nel paese.

L’altro perno del sistema è la Lega. La scelta di Salvini di appoggiare Draghi esige un cambiamento profondo nel partito di paradigmi culturali e di personale politico. Essere europeisti e atlantisti per la Lega equivale a un doppio salto. Dire un sì convinto all’Europa (naturalmente si può essere europeisti anche critici, ma per costruire più Europa) significa scegliere il Partito popolare europeo, il suo orizzonte politico. Dire un sì convinto all’atlantismo significa abbandonare l’opzione Putin.

Poi c’è la dimensione culturale e politica interna che non può non portare la leadership della Lega dentro il centrodestra a privilegiare figure capaci più di buona amministrazione e di governo e meno di slogan anti-immigrati, più capaci di ricollegarsi alla tradizione culturale liberale e comunitarista e meno al provincialismo iperbolico o al sovranismo chiuso. In questo cammino la Lega ha un destino comune con Forza Italia e con i partiti minori del centrodestra. È inscritto nel ritorno alla forma bipolare della nostra democrazia. Fuori è lo sfascismo.

Diversa e più drammatica appare la vicenda dei 5 Stelle. Di fatto spaccati in Parlamento dall’esito del governo Draghi e da tempo profondamente ridimensionati elettoralmente nel paese, essi debbono scegliere una propria identità culturale e provare a selezionare una classe dirigente decorosa.

Il qualunquismo dell’«uno vale uno» vive qualche notte soltanto, come le falene.

 

Tipo Articolo
Tema Politica Vita internazionale
Area EUROPA
Nazioni

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