A
Attualità
Attualità, 2/1997, 15/01/1997, pag. 55

Giuseppe Dossetti (1913-1996): intransigenza e riforma tra chiesa e società

Gianfranco Brunelli

Giuseppe Dossetti è stato un novatore nel cattolicesimo italiano. Nei due campi della vita istituzionale-pubblica e della vita ecclesiale. Nella sua vicenda personale, consegnata alla storia del paese, si condensano esperienze uniche per livello di responsabilità: punto di riferimento all'Assemblea costituente della Repubblica italiana e, per un tratto decisivo, nel concilio ecumenico Vaticano II; e per successione multiforme e apparentemente disparata: da leader politico a rinnovatore della vita religiosa, iniziatore di una nuova comunità monastica. Non è possibile oggi tracciarne un bilancio approfondito e sintetico.

Credo tuttavia che il fuoco di tutta la sua esperienza possa essere rintracciato nel primato della reformatio ecclesiae, anche rispetto all'azione pratico-politica: è attraverso la riforma della chiesa che si può conseguire anche la riforma della società. Un'istanza originariamente derivata da un giudizio teologico-politico circa la radicale crisi di civiltà della società moderna e la sua conseguente separatezza dalla chiesa; crisi e separatezza esigevano un profondo ritorno a Cristo da cui non potevano essere escluse le forme stesse del cattolicesimo. Si trattava in radice di una rilettura innovatrice della tesi intransigente, riespressa organicamente da Pio XI nell'enciclica Quas primas (1925) circa l'"apostasia sociale da Cristo", la "defezione cioè... dalla chiesa di Dio che è il Regno di Cristo" di "individui... governi e popoli". A quella apostasia il papa rispondeva col riconoscimento del potere regale di Cristo e della sua portata politico-sociale per la chiesa.

Nella crisi culturale della generazione cattolica formatasi negli anni del fascismo, nei ranghi dell'Azione cattolica e all'Università cattolica di p. A. Gemelli, matura una riflessione che ritiene la cristianità corresponsabile nella marginalizzazione del cattolicesimo nella modernità, per la perdita di rapporti con le masse della società industriale e per smarrimento della dimensione spirituale.

La ricostruzione di un terreno favorevole al confronto col messaggio religioso è intesa come necessaria. Si tratta di una missione cui possono mettere mano uomini virtuosi e intellettualmente preparati. La crisi del fascismo interpretata come crisi epocale, la candidatura della chiesa – nonostante le sue compromissioni col regime – e dei cattolici che ne seguivano l'insegnamento come le uniche forze in grado di risollevare la società rinnovandola determineranno la scelta della politica come terreno preparatorio del messaggio religioso e luogo di confronto concorrenziale col marxismo e i movimenti storici che a esso si ispiravano.

Politica: il dovere dell'ora

La fortuna politica di Giuseppe Dossetti inizia il 3 agosto 1945 quando, dopo essere stato cooptato nella Consulta nazionale della DC ("secondo esponente del movimento giovanile", il delegato eletto era Andreotti), viene nominato, nella segreteria De Gasperi, vicesegretario nazionale (per il nord), assieme a B. Mattarella (per il sud) e ad A. Piccioni (vicesegretario politico). Egli ha già partecipato, con qualche ruolo direttivo, alla resistenza nell'Appennino emiliano e ha alle spalle un'avviata carriera universitaria: dopo la frequentazione dei corsi di diritto ecclesiastico di Jemolo a Bologna (1930-1934) e la laurea in giurisprudenza, è alla Cattolica (1934-1942), da dove si trasferisce a Modena, nel 1943, come professore incaricato di diritto canonico.1

Dossetti è portato a questo punto a cercare di saldare progetto religioso e progetto politico. Attraverso la costruzione del partito egli pensa di realizzare uno strumento che conferisca ai cattolici italiani legittimità e progettualità politica; e attraverso la costruzione di un'élite intellettuale caratterizzata da profonda ascesi personale e sodalizio spirituale (l'esperienza di Civitas humana) di rispondere alla crisi del laicato cattolico. In fondo, il problema politico italiano era per lui anche una questione di vitalità del mondo cattolico, maritainianamente, una questione di "nuova cristianità". È qui che matura l'idea della religiosità come fonte della vocazione politica: non vi è alcuna centralità propria o ricerca autofondativa della politica; così come la Resistenza, la politica è il dovere dell'ora per testimoniare credibilmente la fede.

Espressione della "seconda generazione" – dopo quella popolare, pre-fascista, cui appartenevano Sturzo e De Gasperi – assieme a La Pira, Lazzati, Fanfani, Dossetti incarnerà l'opposizione da sinistra alla linea degasperiana. De Gasperi riattualizza la posizione cattolico-liberale in forme empiriche, legate al primato dell'azione di governo rispetto al partito, misurate dalla necessità della contingenza storico-politica, realizzando un difficile equilibrio al centro del sistema politico attraverso un triplice compromesso: politico (con i partiti laico-liberali), economico (con i ceti e gli interessi della borghesia industriale e produttiva), istituzionale (con le sinistre e il PCI in particolare). Per evitare alla DC ogni tipo di subalternità, De Gasperi ha bisogno di un partito, figura dell'unità dei cattolici, che non si fondi cioè solo sull'ispirazione cristiana (secondo la forma individuata da Sturzo), ma anche sull'esplicita affermazione dell'unità dei cattolici in quanto tali (e non perché democratici), correndo il rischio, in linea di principio e per l'indispensabile e diretto sostegno della chiesa, di esporlo all'integralismo.

Per impedire nei fatti questa eventualità erige a dato stabile e tattico la collaborazione con i partiti di tradizione laico-liberale, tenendo fede a questo schema anche dopo il 1948.

La visione di Dossetti era invece focalizzata sull'idea del "partito programmatico", fortemente riformista sul piano sociale ed economico: una via cattolica al laburismo (trasformazione della struttura industriale, imposta straordinaria sui patrimoni, abolizione del latifondo, nazionalizzazione delle grandi industrie monopolistiche), mentre era certamente in maggior debito di confronto col PCI quanto al modello di partito e alla sua forma "leninista". Il che significava affermare, particolarmente dopo il 1948, che il partito poteva fare da solo sul piano programmatico, proseguendo in proprio lo spirito riformatore della coalizione tripartita (DC, PSI, PCI). Sarà soprattutto Fanfani nel dopo De Gasperi a dare corso a questa forma-partito pervasiva della società. Il rapporto con De Gasperi entra rapidamente in crisi (febbraio 1946) sui poteri della Costituente e sul "neutralismo" del partito nel referendum del 2 giugno, con le conseguenti dimissioni di Dossetti dalla vicesegreteria. Ricordando quegli anni, Dossetti ha recentemente commentato: "Nel partito avrei dovuto fare la gavetta e occuparmi di cose secondarie e invece dedicarmi seriamente alla Costituzione sarebbe stato più consono, più omogeneo alla mia missione (...). Formai un'équipe a proposito (...). Non guardai le costituzioni straniere, perché erano costituzioni nate in altre sedi, in altri tempi. Mi ispirai molto alle esigenze che percepivo nel momento e a quelle che mi ponevano gli antagonisti comunisti, (...) Togliatti soprattutto, che effettivamente mi apprezzava".2

Eletto all'Assemblea costituente, affiancato da La Pira e Moro (in misura minore da Fanfani), Dossetti dimostra una straordinaria capacità di ruolo rispetto a un disegno costituzionale, cioè a una direzione politica preordinata, generalmente assente. È stato osservato che egli diviene il motore di un'"ideologia costituente".3 Dossetti usa il diritto come arma politica. Il dossettismo diede corpo all'idea che una Costituzione fosse, più che un astratto modello giuridico di organizzazione dei poteri dello stato, la giuridicizzazione di un indirizzo politico. Egli interpreta l'esigenza sia della rottura radicale simbolica col passato (irreversibilità della rottura col fascismo, la Resistenza come linea di non ritorno) sia il momento ricostruttivo, focalizzato sul principio della finalizzazione delle libertà, individuata nell'ideale etico-politico del primato della persona. Poi c'è la questione della pax religiosa e il rapporto tra stato e chiesa cattolica. Qui il compromesso, realizzato col consenso di Togliatti, attiene all'affermazione del principio della pari libertà e alla menzione nella Costituzione dei Patti lateranensi.

Nel completamento istituzionale cui assolverà il Parlamento, circa la forma e i rapporti di forza dei poteri dello stato e il sistema elettorale, Dossetti è in posizione proporzionalistica (come emerge dal dibattito sul metodo per l'elezione del Senato). Ancora recentemente, nel 1994, egli ha ribadito il convincimento di allora sotto forma di giudizio di valore sui sistemi elettorali: "Il collegio uninominale mi preoccupava (e anche adesso mi preoccupa) ritenendo che si dovesse perseguire una democrazia il più democratica possibile – quindi una democrazia proporzionale. Il collegio uninominale non è democratico: è un collegio in cui una minoranza di voti può ottenere una maggioranza di seggi. Quindi è minore democrazia. La mia concezione era veramente una concezione democratica (...) tale che tutto il popolo sia rappresentato in proporzione delle sue reali dimensioni nel paese".4

All'indomani dell'esperienza dello stato totalitario il proporzionalismo assolveva certamente a un debito di verità nei confronti delle culture politiche del paese e, seppur intendesse il centro dei rapporti tra i poteri dello stato esclusivamente dal lato della rappresentanza, faceva compiere alla democrazia un balzo in avanti.

Cristianità, riforma, laicità

Di minor successo fu la realizzazione dell'esperienza Civitas humana, iniziata nel novembre del 1946 e di fatto conclusasi con l'avvio della rivista Cronache sociali (30 maggio 1947), diretta da Giuseppe Glisenti. Espressione del gruppo dossettiano (A. Amorth, G. Baget Bozzo, L. Bianchini, A. Fanfani, S. Golzio, L. Gui, G. La Pira, E. Minoli, F. Montanari, A. Moro, U. Padovani, A. Sabatini, G. Alberigo, L. Elia), la rivista otterrà un certo successo, rispondendo alla domanda di cultura presente nel mondo cattolico, confrontato con la forza della cultura marxista e la supponenza di quella laica.5 Una rivista che a poco a poco si fece crocevia del dibattito interno alla DC e di fatto corrente politica, fino allo scioglimento del gruppo dossettiano.

"Il dossettismo si poneva come una guida intraecclesiale e storica verso una nuova cristianità, un nuovo regime di organizzazione economica e politica espressivo della realtà di grazia. (...) La trasformazione politica della società civile avrebbe dovuto condurre le stesse strutture civili a esprimere i valori sostanziali del cristianesimo nella forma laica".6 Di qui lo scontro non solo sulla linea liberal-democratica degasperiana, ma ancor più sulla concezione dell'Azione cattolica e sullo strumento dei Comitati civici, intesi con funzioni di mediazione e di riserva della gerarchia. L'individuazione maritainiana della torsione spirituale e storica della cristianità medievale nella forma del possesso esterno delle realtà temporali offriva a Dossetti e al gruppo di Cronache sociali il quadro ideologico per criticare le compromissioni della chiesa e distinguere i piani dell'"azione politica" e dell'"azione cattolica", "natura" e "sopranatura".7

Su questi stessi punti il confronto più creativo avviene con un altro gruppo di giovani della sinistra, non tutti cattolici e non tutti iscritti al PCI, raccolti attorno alla rivista Cultura e realtà (giugno 1950), diretta da Mario Motta, e sostenuta da F. Rodano, F. Balbo, N. Novacco (dossettiano), C. Pavese e F. D'Amico. Il confronto con Balbo diverrà per Dossetti di tipo personale. Più a distanza quello con Rodano. Nel secondo numero della rivista, un lungo articolo a firma Novacco (ma scritto da Rodano), dal titolo "Laicismo e azione cattolica in Italia", interpreta la sconfitta dei dossettiani a vantaggio dei Comitati di Gedda (che hanno risolto l'intransigenza dottrinale della chiesa in un modello attivistico e organizzativistico), come inevitabile, nonostante le possibilità aperte e il rinnovamento tentato, per il limite culturale insuperato di un'Azione cattolica ancora legata ai contenuti della sua formazione appartata negli anni del fascismo. Per questo essa è inadeguata a "fondere la rinnovata azione politica e il nuovo stato su principi distinti da quelli tradizionali del mondo cattolico". Un mondo ancorato a una cultura che vede la crisi "nella separatezza antagonistica tra chiesa cattolica e mondo moderno (...). Fino a quando il cattolico rimane ancorato a una tale cultura, è condotto a intervenire nella crisi partendo dal tentativo di eliminare questa separazione e non dalla ricerca per risolvere i problemi del mondo umano e storico secondo le leggi di sviluppo, i principi e le esigenze della natura di questo, nella convinzione che la giusta soluzione significa anche scomparsa della separazione antagonistica ed edificazione di un assetto di distinzione e di autonomia nei rapporti fra chiesa e stato, fra chiesa e società civile".8

Un'impostazione che non poteva che entrare in tensione sia verso la gerarchia che verso il partito. Tentato dalle dimissioni già alla fine del 1947, Dossetti chiede il consenso al papa (memoria presentata a mons. Montini), ma non ottenendolo riprende, con un'indiretta rilegittimazione, l'impegno politico in vista delle elezioni del 18 aprile 1948. La crisi e la sconfitta dossettiana appaiono evidenti nel momento di massima presa del gruppo sul partito. Il 20 aprile 1950 Dossetti rientra nella direzione DC e viene rieletto vicesegretario (segreteria Gonella), assumendo il coordinamento dei gruppi parlamentari. Intanto i giovani dossettiani sono alla conquista del movimento giovanile. È in questo periodo che vengono approvate alcune proposte di riforma di matrice dossettiana: la riforma tributaria, la riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno. Lo scontro con De Gasperi non giunge mai a metterne in crisi la premiership, attraverso la quale egli controlla il partito. Dal VI (gennaio 1950) al VII ministero De Gasperi (luglio 1951), auspice Fanfani che aveva trattato in proprio con De Gasperi, si consumerà la vicenda politica di Cronache sociali, con lo scioglimento della corrente (Rossena, agosto e settembre 1951), le dimissioni di Dossetti dalla direzione del partito e un anno dopo da deputato. Si trattava del ritiro del leader della vita politica.9

A Rossena egli aveva teorizzato l'importanza per sé e per una pattuglia di giovani di dedicarsi alla riflessione culturale e politica ("primo piano"), cioè alla definizione degli "abiti morali" della vita politica e del "che fare" ("secondo piano"). A questo piano torna decisamente, con molte intenzioni, ma l'approdo è più oltre ed è essenzialmente religioso. Si consuma così l'incontro con Balbo, cui Dossetti rimprovera "una sottovalutazione, nonostante tutto, dell'autonomia del momento puramente religioso".10

Ritorna in luce il primato della riforma della chiesa e della perfezione personale quale via per raggiungerla. Si trasferisce a Bologna, dove per la conoscenza che ha del nuovo arcivescovo (1952), Giacomo Lercaro, crea il Centro di documentazione (1 aprile 1953). Nel corso di una conversazione a Milano (marzo 1953) esprime la scelta spirituale che lo caratterizzerà: "Il cattolicesimo oggi ha questa colpa: di attribuire all'azione e all'iniziativa degli uomini rispetto alla grazia un valore di 9/10. Esso possiede per altro un notevole spirito di conquista, una certa generosità, ma, soprattutto nella gerarchia, si riscontra una fondamentale mancanza di fede operante. La mia scelta è questa: di vivere personalmente in modo che vi sia in me compenso di quanto, anche in me, vi è stato e vi è tuttora di abitudine erronea, conseguenza di questo prevalere di attivismo nel cattolicesimo". In questa nuova fase egli svilupperà dapprima quell'importante forma di vita religiosa che è l'istituto secolare, per poi giungere alla forma neo-monastica. Nell'estate del 1955 lascia i Milites Christi di Lazzati e dà vita a un'autonoma esperienza religiosa. Gli è padre spirituale Divo Barsotti. La Regola della Piccola famiglia dell'Annunziata viene oralmente approvata da Lercaro il 22 dicembre 1955. Solo l'8 maggio 1986 egli otterrà dall'arcivescovo Giacomo Biffi l'approvazione con decreto della Regola e delle Costituzioni della comunità monastica di cui è padre. La "Piccola famiglia" viene così eretta in associazione pubblica di fedeli.

Il sì alla richiesta fattagli da Lercaro di un suo rientro in politica, come candidato DC a sindaco di Bologna per le comunali del '56, conferma l'anima intransigente di Dossetti proprio sul piano della concezione dell'obbedienza. Il Consiglio comunale rimane saldamente in mano al PCI, e a fine '56 Dossetti manifesta a Lercaro l'intenzione di diventare sacerdote. Nel marzo del 1958 Lercaro acconsente. Dossetti lascia il Consiglio comunale e viene ordinato il 6 gennaio 1959. Ritorna a una più diretta collaborazione col Centro di documentazione. La linea di ricerca è ben calcolata e ha come centro lo studio dei concili. Dopo l'annuncio di Giovanni XXIII di indizione del concilio Vaticano II, egli prepara la raccolta Conciliorum Oecumenicorum Decreta. All'apertura del concilio l'Istituto per le scienze religiose (tale è diventato dal 1961) è certamente il centro più attrezzato in Italia per dibattere le tematiche conciliari.

Reformatio ecclesiae

Sulla sua partecipazione a quell'altra "costituente", che è stata in certo modo il concilio Vaticano II per la chiesa di questo secolo, sono numerose le ricerche, le fonti e i commenti. Particolarmente sulla qualità e sul ruolo della sua partecipazione, dapprima come perito privato del Card. Lercaro (5 novembre 1962), poi come segretario dei quattro moderatori (30 settembre 1963) dei lavori conciliari, figure funzionali, queste ultime, alla cui definizione egli aveva dato un contributo importante (proposta Lercaro). Quattro giorni prima dell'avvio della seconda sessione, egli stesso aveva illustrato a Paolo VI (papa da tre mesi), come ricorda in un intervento del 1994, le modifiche del regolamento del concilio "che avevo proposto, tramite il card. Lercaro, per correggere lacune e imperfezioni rivelatesi durante la prima sessione".11 Anche se dopo appena un mese è costretto a ritirarsi ufficialmente dall'incarico per intervento sul pontefice del card. Felici, segretario generale del concilio.

Del concilio egli ha tracciato più di un bilancio, immediatamente e molti anni dopo. Entrambe le letture sono caratterizzate da una valutazione positiva sull'evento. Non cambia il giudizio critico, l'individuazione delle priorità e dei limiti. Vi è un imperativo del concilio: "la sovranità, nel cristianesimo e nella chiesa di Cristo, della parola di Dio".12 E l'analisi critica, particolarmente lumeggiata, trent'anni dopo, dalla conferma nella prassi ecclesiale delle carenze individuate allora, tratta del rapporto insufficiente tra Scrittura e tradizione, e dell'assenza di tonalità biblica complessiva; della carenza di risultati della teologia del laicato, con il conseguente condizionamento sui temi del rapporto con la gerarchia, della comunità locale e dei religiosi; del processo ecumenico e della necessità di un recupero della tradizione orientale. Ma forse il giudizio più netto è quello formulato sul tema della collegialità e del ruolo stesso della curia, come problema essenzialmente teologico e giuridico. "Si tratta di determinare la natura del rapporto tra il primato personale del vescovo di Roma su tutta la chiesa e il potere apostolico dei vescovi e del collegio episcopale, quindi se vi sia spazio tra l'uno e l'altro per degli organi ammessi non soltanto a un certo tipo e grado di collaborazione tecnica, ma alla partecipazione del primato stesso". Il riferimento è alla curia. "Il tema della riforma non è dunque un tema di costume o di rinnovamenti o restauri tecnici, ma è un tema teologico e istituzionale".13

Ma la critica tocca anche il versante di una non adeguata riflessione antropologica. O meglio, la necessità dell'elaborazione di un'antropologia teologica radicale, dopo il superamento del modello metafisico. "La chiesa è tanto più sottoposta all'influsso delle cose che mutano quanto meno è profonda, ma quanto più la chiesa si porta nel profondo, tanto più ha non solo il dovere e il diritto, ma la potenza di considerarsi e di operare in maniera trascendente al mutevole, perché è diversa la valenza. La chiesa che si muove nel mutevole, e che lo subisce, e che ne adopera i mezzi è la chiesa che adopera le stampelle in mancanza degli arti normali, perché non è la chiesa al suo livello di profondità".14

Di fronte al tempo che muta, alla modernità attuale, se la chiesa si muove al suo livello di profondità, cioè non solo rincorrendo un'antropologia empirica, dialogica, e neppure, più in profondità, a un livello critico, ma al livello dell'escatologia radicale che l'evento dell'incarnazione già contiene, essa ha allora nei confronti del mondo uno ius, un dovere (cioè un'obbedienza), e un potere.

Il tempo post-conciliare di Dossetti non è privo di amarezze. Nel 1968, a seguito della rimozione di Lercaro da arcivescovo di Bologna lascia gli incarichi diocesani (pro-vicario) e si concentra nella cura biblica e spirituale della Piccola famiglia, ormai stabilitasi a Monteveglio in provincia di Bologna. Il 19 settembre 1970 pronunzia un duro discorso sulla visita di Nixon in Italia e in Vaticano, nel contesto della guerra del Vietnam. Poi è il silenzio, in pubblico. Nel 1972 inizia la presenza della Piccola famiglia dell'Annunziata in Medio Oriente.

L'epilogo

È col 1986 che egli torna a parlare pubblicamente in occasione del conferimento da parte della città di Bologna dell'Archiginnasio d'oro. Si susseguono gli interventi e le pubblicazioni. Fra le principali preoccupazioni internazionali espresse, vi è in primo luogo la pace, soprattutto nei giorni della guerra del Golfo; fra le maggiori preoccupazioni per il paese, la crisi istituzionale apertasi negli anni di tangentopoli e del crollo del precedente equilibrio politico. Ma è la testimonianza di un monaco quella che viene proposta, fino al 1994. Poi, anch'egli vive gli avvenimenti politici come una sconfitta per l'intero cattolicesimo italiano. La circostanza in cui i cattolici sono stati al potere è irripetibile: "Perduta questa occasione non ve ne sarà una seconda... La Democrazia cristiana "reale" non ha più senso". Torna a difendere l'impostazione delle origini, torna a criticare De Gasperi, non smorza la polemica nei confronti della critica sturziana allo statalismo: "Si poteva evitare. Un grande partito che fosse stato animato da grandi ideali...". Così, egli sente vacillare quell'utopia costituzionale "nata da un crogiuolo ardente e universale" nell'esito politico a destra del modello istituzionale riformatore voluto dai referendum del 1991 e del 1993.15 Nascono i Comitati per la difesa della Costituzione e si ripetono gli interventi sulla memoria e il significato "trans-temporale" della Resistenza. Egli raccoglie ed esprime il sentimento di smarrimento culturale diffuso in area cattolica e nella stessa sinistra, stigmatizza per il paese un rischio democrazia. L'esito è stato quello di una difesa statica della Costituzione, a fronte della necessità di una riforma profonda e condivisa del nostro sistema istituzionale. La sua passione civile, come sempre passione religiosa, e infine la vittoria inattesa della coalizione dell'Ulivo (esito opposto politicamente, ma non istituzionalmente a quello drammatizzato nel 1994), hanno involontariamente cospirato a un'immediata lettura politicistica della sua figura, che ne ha fatto "il prete dell'Ulivo".16 Si tratta di una deriva ideologica. Un cortocircuito tra ambienti, biografie e storia.

Rimane ferma, anche in questa fase di passione pubblica, la dimensione della ricerca spirituale e la riflessione teologica, e canonica sulla vita monastica. Ne è un esempio la sua partecipazione al convegno organizzato dalla Congregazione per le chiese orientali, dalla Comunità camaldolese di San Gregorio al Celio e da Il Regno (Roma, 18 ottobre 1994), a lato del sinodo dei vescovi su "La vita consacrata e la sua missione nella chiesa e nel mondo".17

"Non mi sono meravigliato più di tanto, quando in questi ultimi tempi � ha detto il Card. Biffi celebrandone le esequie, il 18 dicembre in San Petronio di fronte a cinquemila persone, ai vescovi della Conferenza episcopale dell'Emila Romagna, al  Card. A, Silvestrini e all'inviato del patriarca latino di Gerusalemme, mons. Sabbah � ha levato la sua voce, lui, monaco appartato e ormai vicino alla conclusione della sua straordinaria esistenza, sui temi terrestri della Costituzione repubblicana e degli indirizzi di governo... don Giuseppe in tutta la vita e in tutte le molteplici situazioni ha preso Dio sul serio: e forse qui sta la fonte del suo essere e sentirsi un po' straniero e spaesato in una cristianità in cui tutti facciamo fatica ad accogliere veramente l'intestazione che sta a capo del Decalogo: "Io sono il Signore Dio tuo"".18 Con rispetto e con coerenza personale, Biffi ne ha ricollocato la figura sul versante intransigente della sua militanza di fede, sottolineando la trasparenza spirituale ("dallo specchio terso della sua coscienza poteva riverberare su di noi lo splendore salvifico"), e tuttavia tacendo, di colui che egli ha definito "incantatore della nostra giovinezza", lo sviluppo riformatore e l'impegno conciliare. Se anche la Conferenza episcopale italiana, ufficialmente silente, avesse riconosciuto la lezione di Dossetti, l'unità profonda del suo messaggio religioso e civile, l'idea del fondamento religioso di ogni impegno civile, la sua figura sarebbe forse già sottratta al fraintendimento e riconsegnata con maggior forza alla memoria critica della comunità nazionale.

 Gianfranco Brunelli

 

         1 La scelta del diritto ecclesiastico e canonico è una delle vie tradizionali per occuparsi di teologia e di istituzioni, in un contesto culturale nel quale la teologia era stata esclusa dal sistema universitario. La tesi di Dossetti è in diritto canonico e affronta il tema La violenza nel matrimonio canonico. Da Milano egli pubblica tre studi, uno riguardante lo stato dei laici consacrati, un secondo sulle persone giuridiche ecclesiastiche, e un terzo sul significato dello status religioso in sant'Ambrogio.

 

         2 Cf. In proposito quanto dichiarato dallo stesso G. Dossetti nell'introduzione (p. 34), ai suoi discorsi alla Costituente e in Parlamento: G. Dossetti, La ricerca costituente, 1945-1952, Il Mulino, Bologna 1994. L'edizione è stata curata da A. Melloni.

 

         3 M. Pombeni, Il gruppo dossettiano e la fondazione della Democrazia Cristiana (1938-1948), Il Mulino, Bologna 1979.

 

         4 G. Dossetti, La ricerca costituente, 48.

 

         5 Cf. in proposito la meticolosa ricostruzione offerta da G. Tassani, La terza generazione. Da Dossetti a De Gasperi, tra stato e rivoluzione, Lavoro, Roma 1988.

 

         6 Il giudizio sintetico è di G. Baget Bozzo, Il partito cristiano al potere. La DC di De Gasperi e di Dossetti 1945/1954. Vallecchi, Firenze 1975, 255.

 

         7 Cf. G. Miccoli, "Chiesa, partito cattolico e società civile", in Fra mito della cristianità e secolarizzazione, Marietti, Casale Monferrato 1985.

 

         8 N. Novacco (F. Rodano), "Laicismo e Azione Cattolica in Italia", in Cultura e realtà n. 2, luglio-agosto 1950. Il testo parte dalla recensione-risposta a un numero speciale della rivista fiorentina Il Ponte dedicato a "Chiesa e democrazia". Sempre di Rodano si può vedere l'articolo "La disfatta politica del dossettismo", in Rinascita n. 4, aprile 1950, 183.

 

         9 Tassani, La terza generazione, 49ss.

 

         10 La lettera di Dossetti a Balbo, che chiude un comune progetto di ricerca, è datata 4 luglio 1952, in CPFB.

 

         11 Cf. la prolusione di G. Dossetti per l'anno accademico 1994-1995, tenuta allo Studio teologico di Reggio Emilia, "Il Concilio ecumenico Vaticano II", in Dossetti, Il Vaticano II, 191.

 

         12 Relazione tenuta da Dossetti all'Istituto per le scienze religiose a Bologna nella tre giorni (5-8 ottobre 1966) dedicata all'esame del concilio Vaticano II. Il titolo originale recita: "Per una valutazione globale del magistero del Vaticano II", ed è stata recentemente pubblicata con corredo di note nel vol. Giuseppe Dossetti, Il Vaticano II. Frammenti di una riflessione, Il Mulino, Bologna 1996.

 

         13 Dossetti, Il Vaticano II, 69.

 

         14 Si fa qui riferimento al testo inedito della lezione, dal titolo "Appunti per una antropologia critica", tenuta da Dossetti il 14 settembre 1996 all'Istituto per le scienze religiose a Bologna.

 

         15 Dossetti, La ricerca costituente, 53.

 

         16 A esemplificazione di questo modo ideologico di intendere la figura di Dossetti rimando agli articoli di Gianni Baget Bozzo, particolarmente "È morto don Dossetti, il prete che piantò l'Ulivo", Il Giornale, 16 dicembre 1996.

 

         17 Il testo di G. Dossetti, "Identità pan-cristiana del monachesimo e sue valenze ecumeniche" è in G. Brunelli (a cura di), Monachesimo, laicità e vita religiosa, EDB, Bologna 1995.

 

         18 Omelia del Card. Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, ai funerali di G. Dossetti in San Petronio, cf. Avvenire 19.12.1996.

 

 

         Il Regno su Dossetti
"Andreotti: un destino per la Dc e il paese" (G. Baget Bozzo), Regno-ann. 1996,140; "Dossetti: la libertà dei figli" (P. Bettiolo), Regno-att. 14,1995,408; "Nell'anno di Berlusconi. La chiesa tra presenza sociale e smarrimento politico" (G. Brunelli), Regno-ann. 1995,97; "Il mondo cattolico è finito" (L. Prezzi), Regno-ann. 1995,118.123; "Monachesimo: le fonti della vita cristiana" (G. Brunelli), Regno-att. 20,1994,642; "Dossetti: rischio democrazia" (I. Dionigi), Regno-att. 18,1994,537; "Dossetti: salvaguardare la Costituzione" (B. Salvarani), Regno-att. 10,1994,278; "La religione telegenica" (S. Magister), Regno-ann. 1993,118; "La via monastica del concilio" (B. Calati), Regno-ann. 1993,127.137.142.143; "Il concordato: bilancio e ultimi adempimenti" (A. Nicora), Regno-ann. 1992,135; "Dopo il clerico-moderatismo" (Il Regno), Regno-att. 14,1992,393; "Bologna: il magistero di Dossetti e Giussani" (P. Bettiolo), Regno-att. 18,1987,497; "Dossetti: la stagione della parola" (P. Bettiolo), Regno-att. 20,1986,584; "Il concilio e un protagonista: i discorsi del card. Lercaro" (G. Battelli), Regno-att. 4,1985,111.
 
Tipo Profilo
Tema Teologia
Area Italia - CULTURA E SOCIETÁ Italia - ATTUALITÁ ECCLESIALE
Nazioni

Leggi anche

Attualità, 2023-2

Joseph Ratzinger - Benedetto XVI (1927-2022): fede e riforma della Chiesa

L’eredità di Benedetto e il paradigma di Francesco

Gianfranco Brunelli

Ora che papa Benedetto XVI è morto (31 dicembre 2022; cf. in questo numero alle pp. 9. 12. 68), si deve tornare per un istante sul suo pontificato (cf. Supplemento a Regno-doc. 3, 2013). Non fosse altro che per i 10 anni da «papa emerito» che ha vissuto, dopo la sua rinuncia l’11 febbraio 2013, accanto al nuovo papa Francesco.

 

Attualità, 2023-2

Francesco al corpo diplomatico: il mondo a pezzi di Bergoglio

Gianfranco Brunelli

Il 9 gennaio scorso, ricevendo in udienza il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per il tradizionale saluto d’inizio anno, Francesco ha pronunciato un discorso insolitamente ampio. Non ha dimenticato nessuno, cosa che negli ultimi mesi gli avevano rimproverato alcuni osservatori internazionali. A partire da una rilettura della Pacem in terris di Giovanni XXIII, la prima enciclica sulla pace in termini globali, di cui ricorre nel 2023  il 60o anniversario.

 

Attualità, 2022-20

Italia - Politica: i passi perduti

Le incertezze di Meloni e la fine del PD radicalizzano il paese

Gianfranco Brunelli
I primi passi del nuovo governo vanno verso la ripetizione del passato. Non vanno verso il futuro. Il che lascia intendere che questo governo non sia in grado di cominciare a risolvere, da destra, i problemi di fondo del nostro sistema politico. Risolvere il passato? Dopo le dichiarazioni caute e parziali sulla storia da cui proviene il suo partito – «non ho mai provato simpatia o vicinanza...