Stefano Camasta
Siamo alla vigilia
dello «sforzo per traghettare la scuola dal Novecento al nuovo secolo». Ho
letto recentemente sui quotidiani queste parole dell’attuale ministro
dell’Istruzione, in riferimento agli annunciati provvedimenti in materia
scolastica del Governo.
Da insegnante di mezza età mi dico: «Ci risiamo, un’altra riforma».
Non vorrei passare per qualunquista: le riforme servono, anzi sono necessarie alla scuola, ma dopo averne vissute alcune, accolgo oggi questi annunci con più disincanto. O, meglio, nel tempo ho maturato questa convinzione: l’incisività, e quindi la credibilità, di un qualsiasi progetto di riforma che voglia cambiare la Scuola in quanto Scuola (e non in quanto capitolo di spesa pubblica o serbatoio di posti di lavoro o tanto altro ancora) non può che misurarsi in base a quello che mi appare sempre più come il primo passo imprescindibile e di cui non sento discutere mai in modo serio da parte della politica.
Intendo la normalizzazione del lavoro dell’insegnante, cioè l’attuazione del semplice ma dirompente passaggio dall'attuale assetto organizzativo a un lavoro che si svolga interamente all'interno degli edifici scolastici.
Un lavoro con orario rigido, che deve essere prestato interamente e continuativamente negli ambienti a esso adibiti salvo le feste comandate e i giorni di ferie cui ogni dipendente ha diritto.
Sarebbe una riforma semplice, a contratti praticamente invariati e a costo zero, almeno inizialmente.
Quali i vantaggi di un provvedimento così radicale, apparentemente non pertinente e con un sapor di forte agrume per gli interessati?
Ci sono tre ordini di motivi che dovrebbero convincere prima di tutto gli insegnanti stessi a considerare con favore questa prospettiva, ben al di là di tutte le facili obiezioni.
Il primo riguarda lo status ambiguo del docente rispetto all'amministrazione per cui lavora.
Per lunghissimo tempo (almeno in Italia...) un’amministrazione incapace o semplicemente impossibilitata a considerare gli insegnanti dei veri professionisti (con tutto ciò che in termini di selezione, formazione, valutazione, gratificazione questo comporta) ha praticato uno scambio tacito e improprio con i suoi dipendenti, a loro volta in larga parte consenzienti: «ti do poco, ti lascio a casa molto; mi aspetto molto, ma non sono in grado né di supportarlo, né di esigerlo né di riconoscerlo».
Questo giochino ormai si è rotto: è cambiata la struttura sociale del personale docente, sono cambiate le attese delle famiglie, è cambiata la mentalità comune. Il tanto e tanto lamentato lavoro «sommerso» dei docenti è tempo che emerga o che taccia per sempre, affinché sia giustamente pesato e considerato in primo luogo dalla stessa amministrazione scolastica.
Sono convinto che la maggior parte degli stessi insegnanti non accetti più questa implicita ma concretissima clausola contrattuale che ha generato, tra l’altro, un paradosso insostenibile: in questa sistemica opacità della prestazione lavorativa, ci sono insegnanti (i più) appassionati e pieni di dedizione che si sentono frustrati perché il loro impegno non viene riconosciuto o, se va bene, viene premiato al massimo con la lode che si rivolge ai missionari e ai volontari; ci sono poi altri insegnanti (i meno) che si considerano degli eroi volontari anche quando sì e no ottemperano svogliatamente a quelli che sono i loro normali doveri. I due gruppi, ovviamente, con gli stessi orari-cattedra, gli stessi diritti, lo stesso stipendio e la medesima (assai scarsa) stima sociale.
Il secondo effetto positivo di questa svolta consiste nel ricondurre in un alveo di solidarietà piena con gli altri lavoratori anche la professione dell’insegnante. Il quale non solo si presenta agli occhi degli altri concittadini lavoratori col peccato originale del dipendente pubblico, ma aggiunge di suo una connotazione talmente atipica da diventare ormai insopportabilmente antipatica.
O gli insegnanti si liberano in fretta da questo doppio difetto di fabbrica o verranno sempre più stritolati dalle logiche economicistiche del nostro tempo, con grave danno loro ma ancora più grande della Scuola intera.
Qualcuno forse si è già dimenticato del grottesco tentativo del governo Monti di far passare nell'opinione pubblica l’equazione in base alla quale gli insegnanti ricevono il loro stipendio in cambio delle sole 18 ore di insegnamento in cattedra? Con questa logica davvero bizzarra i fannulloni più strapagati sarebbero i centometristi: un mucchio di quattrini per neanche dieci secondi di lavoro ogni quattro anni (quelli delle Olimpiadi)!
Il problema è che se un governo, Ministero dell’istruzione in testa, ha potuto permettersi un’affermazione simile, ciò si deve al fatto che ha recepito quella che è una diffusa vox populi (cioè: insegnanti = fannulloni), assumendola interessatamente e ipocritamente come vox Dei. È ora di togliere definitivamente ossigeno a questa fiamma perversa.
Infine il terzo motivo, più gravido di conseguenze e perciò, a mio avviso, più interessante. L’obbligo di svolgere tutta la propria attività lavorativa a scuola costringerebbe forse i docenti a un’analisi meno frettolosa e indulgente delle tante carenze del nostro fare scuola e, magari, potrebbe anche spingerli a un più stringente e corale impegno per risolverle, con proposte e iniziative dal basso.
Solo qualche esempio. Quale ufficio, azienda, organizzazione complessa con decine di dipendenti può funzionare senza una vera gerarchia? Solo la scuola, naturalmente!
Oppure com'è possibile che 8 professori che insegnano allo stesso alunno possano avere 8 metodi, 8 modalità, 8 percorsi didattico-educativi che, di fatto, non comunicano tra loro?
Ancora: perché un genitore non disoccupato o non casalingo, se vuole parlare con gli insegnanti di suo figlio, deve chiedere più di un giorno di ferie perché i ricevimenti individuali sono solo al mattino in orari e giorni tutti diversi?
L’innovazione della didattica, l’uso intelligente delle nuove tecnologie sono sfide irrinunciabili. Quali sono le risorse messe in campo dal nostro Stato in questi ultimi anni (a parte i tagli al bilancio dell’istruzione, s’intende)?
Siamo davvero convinti che tutti i docenti, a parità di «ore» e di stipendio, finito l’orario in cattedra, abbiano lo stesso carico di lavoro scolastico-domestico?
Quanto costa ai dipendenti della scuola acquistare di tasca propria quello che, per ovvie esigenze funzionali oltre che per dignità professionale, l’amministrazione da cui dipendono dovrebbe fornire loro ma che non fornisce affatto (mensa, strumenti di lavoro, arredi adeguati ecc.)?
Come si può lavorare in un’aula insegnanti dove in gennaio ci sono 18 gradi e in giugno 32 e servirsi di un bagno cieco la cui ventola è ferma almeno dal 2004?
E l’elenco potrebbe allungarsi ancora a piacimento.
Normalizzare il lavoro degli insegnanti non sarebbe certo sufficiente per affrontare e risolvere efficacemente i bisogni della Scuola, ma a mio avviso potrebbe essere un primo passo decisivo, più di tanti altri interventi dall'alto. Eppure nessun governo finora ha mai affrontato seriamente questo tema. Come mai? Si teme l’impopolarità delle misure? D’accordo, ma è tutto qui? È un problema di costi? Certamente, ma non basta. Non sarà che ci sono timori più profondi, magari di qualche imprevedibile effetto domino? Che cosa potrebbe succedere infatti se decine di migliaia di dipendenti laureati, intellettuali, appassionati al loro lavoro, al fatidico suono della campanella di fine lezioni invece che avviarsi frettolosamente verso un generale «rompete le righe» cominciassero piuttosto una quotidiana adunata? Chissà, forse la Scuola potrebbe finalmente diventare «Qualcosa», non più solo oggetto di riforma da parte del Governo di turno, ma soggetto, interlocutore vero di possibili e imprevedibili cambiamenti, dal basso.
Meglio lasciar stare, no?