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l'Ospite

Davide Maggiore

Mons. Kaigama, arcivescovo di Jos in Nigeria, ci racconta retroscena e contesto dei recenti sanguinosi attacchi di Boko Haram. “Oltre a soffermarsi sul numero delle vittime i media dovrebbero fare uno sforzo deliberato e sostanziale per informare sui fatti, premere sulla comunità internazionale perché faccia qualcosa, con urgenza e in modo efficace, affinché tutto questo finisca”.

“È stata una tragedia enorme, ma ora stiano cercando di rialzarci, abbiamo bisogno di andare avanti, di superare questi problemi di sicurezza”. Quando mons. Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos e presidente della conferenza episcopale nigeriana, pronuncia queste parole è passato appena un giorno dalla strage avvenuta a Baga, località nei pressi del lago Ciad, che Amnesty International ha definito “il più sanguinoso attacco di Boko Haram” da quando la setta fondamentalista ha fatto la sua comparsa nel nord del Paese. Sul numero delle vittime, una sola certezza: è enorme. Alcune fonti locali parlano di “molte centinaia”, altre di addirittura 2.000 morti, il numero che ha avuto maggiore diffusione sulla stampa.

Nelle ore immediatamente successive, ad accrescere l’orrore è arrivata la notizia di un nuovo attacco suicida nel nordest della Nigeria: a farsi esplodere nel mercato di Maiduguri, capoluogo dello stato di Borno, è stata una bambina di 10 anni. Addosso aveva un ordigno probabilmente azionato a distanza. Una ventina le vittime dell’azione, che non è la prima di questo tipo. Ormai da mesi infatti la setta di cui si è proclamato leader Abubakar Shekau non limita più le sue azioni ai luoghi di culto – sia cristiani sia musulmani – o alle istituzioni governative, ma colpisce i cittadini nei luoghi in cui si raccolgono in gran numero: mercati, appunto, ma anche scuole o dormitori.

Jos, capitale dello stato di Plateau, nel centro del paese, è lontana dalle aree dello stato di Borno dove gli estremisti hanno sostenuto di aver istituito fin da luglio una versione africana del "Califfato" proclamato unilateralmente da Abubakr al-Baghdadi tra Siria e Iraq. Tuttavia la diocesi di mons. Kaigama è stata, negli scorsi anni, teatro di fatti di sangue dietro i quali molti analisti hanno visto la mano di Boko Haram, e che la stessa setta ha spesso rivendicato.

Anche nel momento in cui le informazioni faticano ad arrivare da Baga, dunque, l’arcivescovo può parlare con cognizione di causa della probabile sorte degli abitanti del posto: “In caso di attacchi terroristici – spiega a Il Regno – è sempre la popolazione civile a soffrire di più, perché sono loro gli indifesi: debbono fuggire per salvarsi la vita, scappare sulle montagne o nella foresta, dove vivono in condizioni difficili, sono vittime di questa aggressione anche come sfollati, le loro case vengono occupate, i loro beni vengono presi… è un movimento di massa di persone che fuggono dalle loro case”.   

A confermare queste parole stanno i dati diffusi dall’Alto commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR). È quasi quadruplicato il numero dei nigeriani che hanno cercato rifugio in Ciad nei giorni della strage, cominciata dopo la cattura da parte dei miliziani, il 3 gennaio, della base militare nei pressi di Baga: quella che in teoria avrebbe dovuto fungere da quartier generale per le forze di sicurezza incaricate di combattere gli estremisti. Solo questo primo attacco ha causato la fuga di 3.400 persone e gli avvenimenti dei giorni successivi hanno portato il numero di chi è fuggito oltreconfine a 7.400. A questi vanno aggiunti tutti quelli che, come notato da mons. Kaigama, sono fuggiti nella boscaglia o in altre parti del paese. Se il numero dei profughi arrivati – oltre che in Ciad – in Niger e in Camerun è enorme (sono 200.000 secondo l’ufficio per gli affari umanitari dell’ONU), ancora più grande è quello degli sfollati interni, che nel corso del 2014 ha superato le 850.000 persone.

“La Chiesa – ricorda il presidente dei vescovi nigeriani – ha fatto molto per queste persone: ha parlato della questione, ha fatto pressione sul governo affinché prendesse iniziative, incontrando anche il presidente della repubblica Goodluck Jonathan”. Sforzi che, comunque, da soli non possono bastare a risolvere la situazione. “Abbiamo fatto la nostra parte – riconosce mons. Kaigama –, ma affrontare le necessità della popolazione è qualcosa che ora va oltre le possibilità della Chiesa: molte parrocchie stanno aiutando e gli allievi delle scuole ricevono un’istruzione in altre diocesi”. Tuttavia “molte cose negative sono successe: negli scorsi mesi la diocesi di Maiduguri ha perso il suo seminario minore e le suore che erano a Shuwa hanno dovuto abbandonare il convento, il noviziato e la clinica che gestivano”, racconta il presule. A questo punto “chiunque può fare qualcosa dovrebbe impegnarsi – è l’appello dell’arcivescovo –, perché gli sfollati interni hanno ancora bisogno d’assistenza: qualsiasi aiuto sia possibile far arrivare dall’esterno lo accetteremo, e ne saremo grati”.

Mons. Kaigama tuttavia non si limita a guardare all’esterno, ma rivolge la sua attenzione anche alle istituzioni della capitale Abuja, che – malgrado la proclamazione di uno stato d’emergenza nelle aree di Borno, Yobe e Adamawa e di un’offensiva militare durata ormai 20 mesi – sembra non riuscire ad arginare la minaccia dei fondamentalisti, che anzi hanno stabilito le loro retrovie oltreconfine e, dopo varie azioni fuori dal territorio nigeriano, proprio a inizio gennaio sono arrivati a minacciare, attraverso un video del leader Abubakar Shekau, lo stesso presidente del Camerun, Paul Biya. È però innanzitutto in Nigeria che “c’è bisogno di una mobilitazione rapida ed efficace, per restituire un senso di sicurezza a tutti i nigeriani”, chiede l’arcivescovo di Jos. “Non c’è dubbio – continua – che questo gruppo sia una spina nella carne viva della Nigeria, perché sta creando il panico ed è fonte di miseria per le popolazioni civili: è una disgrazia che riescano ad agire così, a catturare villaggi e città, a provocare distruzioni così grandi. Tutti crediamo che ci debbano essere degli sforzi per fermarli, fermarli una volta per tutte! Ma questo, al momento, non sta accadendo”.

Da tempo e soprattutto da quando – praticamente in coincidenza con il conflitto nel vicino Mali – Boko Haram ha ampliato le sue capacità d’azione, si parla di complicità interne e internazionali nell'ascesa del movimento estremista. Un tema su cui si interroga anche mons. Kaigama, sottolineando innanzitutto lo squilibrio tra le forze di cui dispone il movimento islamista (al massimo qualche migliaio di combattenti secondo fonti di stampa) e le proporzioni della Nigeria, che conta oltre 170 milioni di abitanti. “Da dove Boko Haram prenda questa forza è un enigma: è incredibile che un gruppo piccolo come questo possa avere la forza e la potenza che è stato in grado di mettere in campo di recente, che sia stato in grado di sfidare uno stato come la Nigeria, che è così grande”, ragiona il presule. E avanza un sospetto: “Il gigante dell’Africa è messo in difficoltà da una fazione così piccola! Come sia possibile è un mistero: dev'esserci qualcosa che non sappiamo, tutto questo non dovrebbe poter accadere!”.

“La mia ipotesi – continua l'arcivescovo di Jos – è che ci siano forze interne al paese che forniscono aiuto a questo gruppo perché crei il caos come sta facendo, ma anche persone fuori dai nostri confini a cui questo stato di cose conviene e che quindi stanno controllando a distanza, direi teleguidando, le attività violente dei terroristi”. Il dovere “delle nostre forze di sicurezza è identificare chi siano queste persone che agiscono all'interno, anche tra i loro stessi ranghi”, sostiene mons. Kaigama. La sua, del resto, è ben più di una teoria: la stessa tesi è stata sostenuta da numerosi analisti e persino il governo federale nigeriano, indagando nel corso degli anni su vari politici locali, ha confermato indirettamente queste ipotesi. “In almeno un caso lo stesso presidente Goodluck Jonathan – ricorda poi il presidente dei vescovi nigeriani – ha parlato di ‘elementi interni’, dicendo che anche nell'esercito, persino nello stesso ufficio della presidenza, ci sono persone che sostengono silenziosamente le attività criminali di Boko Haram”. Raccogliere le prove, identificare “con certezza chi siano queste persone”, si augura mons. Kaigama, potrebbe essere un modo, forse, per arrivare “alle radici del problema”.

Che, anche in un senso più largo, Boko Haram sia una questione politica di prim'ordine non ci sono dubbi. L’escalation delle violenze ha accompagnato in maniera sinistra l’avvicinamento alle elezioni generali previste per il 14 febbraio e i fatti di Baga sono avvenuti appena dopo l’inizio ufficiale della campagna elettorale. L’incapacità di rispondere ai fondamentalisti – ma anche gli abusi operati dalle forze di sicurezza, secondo quanto denunciano varie organizzazioni non governative internazionali – sta rendendo sempre più impopolare il governo di Jonathan e ormai la stampa locale non esclude che, a uscire vincitore dalle consultazioni, possa essere il candidato dell’opposizione, l’ex presidente Muhammadu Buhari: musulmano, originario del nord dove Boko Haram colpisce e soprattutto chiamato in causa come possibile mediatore negli scorsi anni quando sembrava che alcune frange del movimento radicale fossero disposte a trattare.

Senza citare le elezioni, però, è su un altro aspetto della comunicazione mediatica che mons. Kaigama si concentra parlando di Boko Haram: “I media – denuncia – sembrano prevalentemente interessati a quale sia il numero dei morti, mentre dovrebbero essere parte della soluzione, aiutarci a identificare le persone di cui stiamo parlando, da dove arrivano e come possono provocare una distruzione così enorme”. Il sensazionalismo, soprattutto quello della stampa internazionale, è spesso stato indicato in Nigeria come uno dei fattori che hanno influito negativamente sulla percezione di cosa Boko Haram fosse davvero. Questo, spiega l’arcivescovo di Jos, ha effetti molto più concreti di quanto normalmente si immagini: “Stringe il cuore – è la sua testimonianza – sentire tutte queste testate parlare un giorno di quante persone sono state uccise in Nigeria e l’indomani di quanti bambini c’erano tra i morti…”.

Soprattutto, un atteggiamento simile “crea un senso di paura e di disperazione e di frustrazione”. Il timore di mons. Kaigama è che questo valga in primo luogo “per la gente comune, che finisce per credere che ci siano sempre e solo notizie negative, morte e distruzione”. È per questo motivo che il presidente dei vescovi nigeriani ribadisce: “Focalizzarsi solo sulle perdite è negativo, ci aspetteremmo dai media un lavoro più positivo, spronare ad esempio la comunità internazionale ad agire, a identificare queste persone, le loro fonti di sostentamento e così via”. Il presule delinea addirittura una sorta di mappa delle azioni possibili e richiama chi lavora nell'informazione alle sue responsabilità e alle possibilità fornite dagli strumenti che usa: “I mezzi di comunicazione – argomenta – possono svolgere inchieste, avere un approccio critico alla questione e rendere disponibili informazioni per il governo e per la comunità internazionale”. Quello che il presule ipotizza per la stampa, la TV e gli altri media, a livello internazionale, è insomma un approccio complementare rispetto a quello delle autorità politiche e, se necessario, anche di sensibilizzazione. Di qui il suo appello: “Oltre a soffermarsi sul numero delle vittime i media dovrebbero fare uno sforzo deliberato e sostanziale per informare sui fatti, premere sulla comunità internazionale perché faccia qualcosa, con urgenza e in modo efficace, affinché tutto questo finisca”, conclude.  La mancanza di informazioni, come nel caso della strage di Baga, è in effetti uno dei motivi che “provocano incertezza, secondo l’arcivescovo di Jos. È, insomma, anche per questo che, ripete in maniera convinta, “nel far cessare l’insurrezione di Boko Haram i media hanno la possibilità di giocare un ruolo fondamentale!”.

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