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Documenti, 15/2025, 01/09/2025, pag. 439

Aspirate a cose grandi

Omelia nel giubileo dei giovani a Tor Vergata

Leone XIV

Il 3 agosto papa Leone XIV ha celebrato a Tor Vergata, alla presenza di oltre un milione di giovani, la messa conclusiva della Giornata mondiale della gioventù, detta anche «giubileo dei giovani», sinora la più grande funzione religiosa dell’anno santo, oltre alla più grande messa celebrata da Leone XIV. Ha esortato i giovani a puntare in alto nella loro vita e a non accontentarsi di cose superficiali. «Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle “cose di lassù”…, per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità». Infatti «la pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo… È legata piuttosto a ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere». Nell’omelia, tenuta a tratti in spagnolo e in inglese oltre che in italiano, ha esortato i giovani: «Aspiriamo continuamente a un “di più” che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere. ... Facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima… Ed è bello, anche a vent’anni, spalancargli il cuore, permettergli di entrare, per poi avventurarci con lui verso gli spazi eterni dell’infinito.

 

Stampa (25.8.2025) da sito web www.vatican.va. Titolazione redazionale.

 

Carissimi giovani, 

dopo la veglia vissuta assieme ieri sera, ci ritroviamo oggi per celebrare l’eucaristia, sacramento del dono totale di sé che il Signore ha fatto per noi. Possiamo immaginare di ripercorrere, in questa esperienza, il cammino compiuto la sera di Pasqua dai discepoli di Emmaus (cf. Lc 24,13-35): prima si allontanavano da Gerusalemme intimoriti e delusi; andavano via convinti che, dopo la morte di Gesù, non ci fosse più niente da aspettarsi, niente in cui sperare. E invece hanno incontrato proprio lui, lo hanno accolto come compagno di viaggio, lo hanno ascoltato mentre spiegava loro le Scritture, e infine lo hanno riconosciuto allo spezzare del pane. I loro occhi allora si sono aperti e l’annuncio gioioso della Pasqua ha trovato posto nel loro cuore.

        La liturgia odierna non ci parla direttamente di questo episodio, ma ci aiuta a riflettere su ciò che in esso si narra: l’incontro con Cristo risorto che cambia la nostra esistenza, che illumina i nostri affetti, desideri, pensieri.

        La prima lettura, tratta dal Libro del Qoelet, ci invita a prendere contatto, come i due discepoli di cui abbiamo parlato, con l’esperienza del nostro limite, della finitezza delle cose che passano (cf. Qo 1,2;2,21-23); e il salmo responsoriale, che le fa eco, ci propone l’immagine dell’«erba che germoglia; al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca» (Sal 90,5-6). Sono due richiami forti, forse un po’ scioccanti, che però non devono spaventarci, quasi fossero argomenti «tabù», da evitare. La fragilità di cui ci parlano, infatti, è parte della meraviglia che siamo. Pensiamo al simbolo dell’erba: non è bellissimo un prato in fiore? Certo, è delicato, fatto di steli esili, vulnerabili, soggetti a seccarsi, piegarsi, spezzarsi, e però al tempo stesso subito rimpiazzati da altri che spuntano dopo di loro, e di cui generosamente i primi si fanno nutrimento e concime, con il loro consumarsi sul terreno. È così che vive il campo, rinnovandosi continuamente, e anche durante i mesi gelidi dell’inverno, quando tutto sembra tacere, la sua energia freme sotto terra e si prepara a esplodere, a primavera, in mille colori.

L’oggetto della nostra speranza

        Noi pure, cari amici, siamo fatti così: siamo fatti per questo. Non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore. E così aspiriamo continuamente a un «di più» che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere. Di fronte a essa non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnerla con surrogati inefficaci! Ascoltiamola, piuttosto! Facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima (cf. Ap 3,20). Ed è bello, anche a vent’anni, spalancargli il cuore, permettergli di entrare, per poi avventurarci con lui verso gli spazi eterni dell’infinito.

        Sant’Agostino, parlando della sua intensa ricerca di Dio, si chiedeva: «Qual è allora l’oggetto della nostra speranza (…)? È la terra? No. Qualcosa che deriva dalla terra, come l’oro, l’argento, l’albero, le messi, l’acqua (…)? Queste cose piacciono, sono belle queste cose, sono buone queste cose» (Sermo 313/F, 3). E concludeva: «Ricerca chi le ha fatte, egli è la tua speranza» (ivi). Pensando, poi, al cammino che aveva percorso, pregava dicendo: «Tu [Signore] eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo (…). Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai (cf. Sal 33,9; 1Pt 2,3) e ho fame e sete (cf. Mt 5,6; 1Cor 4,11); mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace» (Confessiones, 10, 27).

        (In spagnolo) Sorelle e fratelli, sono parole bellissime, che ricordano quanto papa Francesco diceva a Lisbona, durante la giornata mondiale della gioventù, ad altri giovani come voi: «Ognuno è chiamato a confrontarsi con grandi domande che non hanno (…) una risposta semplicistica o immediata, ma invitano a compiere un viaggio, a superare se stessi, ad andare oltre (…), a un decollo senza il quale non c’è volo. Non allarmiamoci allora se ci troviamo interiormente assetati, inquieti, incompiuti, desiderosi di senso e di futuro (…). Non siamo malati, siamo vivi!» (Discorso per l’incontro con i giovani universitari, 3.8.2023).

        (In inglese) C’è una domanda importante nel nostro cuore, un bisogno di verità che non possiamo ignorare, che ci porta a chiederci: cos’è veramente la felicità? Qual è il vero gusto della vita? Cosa ci libera dagli stagni del non senso, della noia, della mediocrità?

        Nei giorni scorsi avete fatto molte belle esperienze. Vi siete incontrati tra coetanei provenienti da varie parti del mondo, appartenenti a diverse culture. Vi siete scambiati conoscenze, avete condiviso aspettative, avete dialogato con la città attraverso l’arte, la musica, l’informatica, lo sport. Al Circo massimo, poi, accostandovi al sacramento della penitenza, avete ricevuto il perdono di Dio e avete chiesto il suo aiuto per una vita buona.

Aspirare alla santità

        (In italiano) In tutto questo potete cogliere una risposta importante: la pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo né, come abbiamo sentito nel Vangelo, da ciò che possediamo (cf. Lc 12,13-21). È legata piuttosto a ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere (cf. Mt 10,8-10; Gv 6,1-13). Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle «cose di lassù» (Col 3,2), per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità, facendo crescere in noi «sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12), di perdono (cf. Col 3,13), di pace (cf. Gv 14,27), come quelli di Cristo (cf. Fil 2,5). E in questo orizzonte comprenderemo sempre meglio cosa significhi che «la speranza (…) non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (cf. Rm 5,5).

        Carissimi giovani, la nostra speranza è Gesù. È lui, come diceva san Giovanni Paolo II, «che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande (…), per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna» (XV Giornata mondiale della gioventù, veglia di preghiera, 19.8.2000). Teniamoci uniti a lui, rimaniamo nella sua amicizia, sempre, coltivandola con la preghiera, l’adorazione, la comunione eucaristica, la confessione frequente, la carità generosa, come ci hanno insegnato i beati Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis, che presto saranno proclamati santi. Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo.

        Vi affido a Maria, la Vergine della speranza. Con il suo aiuto, tornando nei prossimi giorni ai vostri paesi, in tutte le parti del mondo, continuate a camminare con gioia sulle orme del Salvatore, e contagiate chiunque incontrate col vostro entusiasmo e con la testimonianza della vostra fede! Buon cammino!

 

Leone XIV

Tipo Documento
Tema Leone XIV Pastorale - Liturgia - Catechesi
Area
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Nel suo messaggio il papa denuncia la «logica contrappositiva» che «è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità», e il conseguente aumento delle spese militari a livello globale. Richiama il «servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole». E sottolinea che «purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome santo di Dio».