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Una zelante cecità

IV domenica di Quaresima

1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Sal 22 (23); Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

 

La prima lettura di questa domenica è tratta dal Primo libro di Samuele e narra dell’unzione di Davide, scelto da Dio per divenire il nuovo re del popolo di Israele.

Dio ha deciso di scegliere un nuovo re per il suo popolo, dopo aver rigettato il re Saul perché aveva disobbedito ai suoi ordini. In questa storia, che precede il racconto di oggi, è interessante notare come in realtà Saul aveva sì disobbedito alle istruzioni che Dio gli aveva dato, ma lo aveva fatto per una buona intenzione, quasi per eccellere nel suo zelo verso di lui, pensando di fare una cosa gradita «ai suoi occhi».

Il Signore gli aveva chiesto di combattere contro gli Amaleciti e di votare allo sterminio il bottino di guerra, cioè di non trattenere nulla per sé. Saul, invece, aveva permesso che il popolo prendesse «dal bottino bestiame minuto e grosso, primizie di ciò che è votato allo sterminio, per sacrificare al Signore» (1Sam 15,21).

In qualche modo l’intenzione di Saul non era quella di mancare di rispetto o di disobbedire al comando del Signore, anzi voleva manifestare un maggiore zelo nei suoi confronti «aggiungendo» qualcosa che non era richiesto. Ma il Signore non la pensa così e decide che tale «zelo» non è affidabile, cioè non corrisponde al modo in cui il re del suo popolo può davvero rappresentarlo e servirlo.

Chiede allora al profeta Samuele di andare in casa di Iesse, perché è tra i suoi figli colui che ha scelto come suo nuovo re. Samuele, dunque, arrivato a Betlemme, fa sì che Iesse, insieme ai suoi figli, si presenti al suo cospetto. Il primo dei figli è Eliab, e il testo ci dice che era di statura alta e di bell’aspetto, e agli occhi di Samuele appare subito come il candidato ideale: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!».

Ma immediatamente arriva il rimprovero del Signore: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Inizia così una specie di sfilata: a uno a uno Iesse fa passare i suoi figli davanti a Samuele che, avendo imparato la lezione, si guarda bene dall’emettere un giudizio a partire dal loro aspetto e, di fatto, per nessuno di questi riceve il placet di Dio.

Manca però all’appello un ultimo figlio, il più piccolo, che non è lì con il padre e che su invito del profeta viene fatto chiamare. Quando Davide si presenta davanti a Samuele, il testo ci dice che questo ragazzo «era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto», quindi anche «all’apparenza» bello! E questa volta Samuele riceve la conferma da Dio: «Àlzati e ungilo: è lui!». La storia continua ed è importante ricordare che Davide non salirà subito sul trono, anzi dovrà subire tutta una serie di persecuzioni da parte di Saul, persecuzioni che finiranno solo alla morte di questo.

Ci sono in questo racconto due aspetti che possiamo ritrovare anche nel Vangelo di oggi, che racconta la guarigione da parte di Gesù di un cieco nato presso la piscina di Siloe.

Nel testo evangelico assistiamo allo scontro, successivo alla guarigione, tra il cieco, ora vedente, e alcuni farisei che contestano sia la guarigione attuata da Gesù che il fatto di averla operata di sabato. Il centro del dibattito è proprio il «vedere» e la capacità di visione, che passa da un piano fisico a un piano interiore, così come avviene nel racconto di Samuele.

C’è infatti nel Vangelo un ribaltamento della situazione: il cieco vede e coloro che contestano l’accaduto non vedono, così come lo stesso Gesù dichiara: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Tra il pensare di essere nel giusto, di vedere le cose nella giusta luce e verità e il «vedere» davvero, in profondità, la realtà che ci sta davanti, c’è uno scarto non indifferente che è dato proprio dall’atteggiamento o, meglio, dalla prospettiva da cui si guarda, si osserva e infine si giudica quella stessa realtà.

Quanto i nostri giudizi, le nostre prese di posizione, le nostre convinzioni sono dettate da un’osservazione libera e aperta che sappia andare al di là delle immagini o degli slogan che abbiamo davanti? In un mondo in cui tutto è veicolato dalle immagini, e dove queste stesse immagini sono spesso e volentieri scelte ad hoc per suscitare questo o quel giudizio, se non addirittura costruite artificialmente proprio per spostare il giudizio secondo gli interessi di alcuni, quella che potremmo definire una visione «vera» e «profonda» di quanto accade davanti ai nostri occhi diventa davvero un grosso problema.

Il secondo aspetto che lega la prima lettura al Vangelo è più sottile, ma non per questo meno importante. Saul era stato rigettato da Dio per eccesso di zelo, per un’iniziativa del tutto umana con cui voleva accreditarsi ancora di più il favore di Dio, tralasciando un piccolo particolare, ovvero che tale iniziativa (quella di sacrificare parte del bottino degli Amaleciti) non solo non corrispondeva alla richiesta di Dio, ma finiva per contraddire proprio il suo comando.

A volte la cecità può nascere proprio dal troppo zelo, dall’«aggiungere» norme, interpretazioni «assolute», pratiche e precetti e persino «costumi» che non hanno un diretto fondamento nella rivelazione biblica e che rischiano, prima o poi, di essere fonte di morte anziché di vita. Come Davide anche il «cieco nato», ovvero colui che sa vedere oltre, subisce attacchi, accuse e persecuzioni, ma alla fine sarà Davide il nuovo re così come il «cieco nato» sarà colui che «vede».

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Una questione di vista.

John Rogers Herbert, Davide, futuro re d'Israele, mentre è pastore a Betlemme, 1877. New Haven (USA), Yale Center for British Art.

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