Una quotidianità trasformata
Questa era la domenica in cui coloro che erano stati battezzati nella notte di Pasqua deponevano le vesti bianche per riprendere i loro abiti quotidiani.
II domenica di Pasqua
At 2,42-47; Sal 117 (118); 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31
Questa domenica, fin dai primi secoli, viene chiamata Dominica in albis depositis, perché era la domenica in cui coloro che erano stati battezzati nella notte di Pasqua deponevano le vesti bianche per riprendere i loro abiti quotidiani. Una domenica che segna la fine dell’ottava di Pasqua e che invita a vivere l’evento della risurrezione nella quotidianità, una quotidianità trasformata proprio perché in compagnia del Risorto.
Solo recentemente, nel 2000, papa Giovanni Paolo II l’ha intitolata «Domenica della divina misericordia», ma penso che sia importante non perdere di vista il messaggio che la tradizione antica, proprio attraverso questa espressione, «deposte le vesti», voleva trasmettere in questa domenica.
La prima lettura, tratta dagli Atti degli apostoli, ci parla proprio di questo: di come i credenti nel Messia risorto scandivano la quotidianità della loro vita dopo l’evento pasquale.
Siamo a Gerusalemme e, come testimoniano i recenti studi, non vi era solo una comunità giudaica che credeva nel Messia risorto, ma probabilmente vi erano diverse comunità, differenziate, con caratteristiche proprie. Tutte facevano riferimento al Tempio per la preghiera: «Ogni giorno erano perseveranti insieme nel Tempio». Segno non solo della loro giudaicità, ma che il loro credere e testimoniare la fede nel Messia risorto era percepito e vissuto in continuità con la loro fede e appartenenza al popolo ebraico. Per tutti costoro la «casa di preghiera» rimaneva il Tempio.
Ulteriore caratteristica di queste comunità era il riunirsi in una casa per «spezzare insieme il pane». Non vi era un luogo preposto a questo scopo, ma semplicemente la casa di chi accoglieva gli altri per incontrarsi, riunirsi e condividere «il pane».
Era proprio questa condivisione «spezzata» del pane che li costituiva «corpo» e comunità, così come scrive Paolo, che proprio dalla sua permanenza a Gerusalemme riceve questo insegnamento: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1Cor 10,17).
Anche per le comunità che Luca descrive, il condividere il pane, il diventare pane l’uno per l’altro, è ciò che rende la comunità tale, la costituisce: «Spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo».
Proprio il condividere insieme il «pane» in una casa portava a uno stile di vita comunionale, potremmo dire, a tutto tondo: «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno». Non si trattava dunque di una fede che veniva espressa in un rito settimanale da qualche parte – le chiese ancora non esistevano –, ma di una scelta di vita radicale che abbracciava la quotidianità e creava condivisione, comunione, solidarietà tra tutti.
Un’ulteriore riflessione è offerta proprio dai «luoghi» di incontro e di preghiera. Come si è detto sopra, Luca sottolinea che il luogo di preghiera rimane per tutti il Tempio, affermando così un legame non interrotto con la propria appartenenza al popolo e alla fede ebraica che questi giudei avvertivano senza problemi in continuità con il loro essere discepoli del Risorto.
La testimonianza del Risorto era, invece, data proprio dal loro vivere insieme, dal loro condividere ogni cosa e soprattutto dallo «spezzare il pane». Non sappiamo se all’epoca il «sepolcro vuoto» fosse accessibile o fosse rimasto semplicemente un luogo cimiteriale; sicuramente, da quanto descrive Luca e anche Paolo, non era diventato un luogo di culto.
In altre parole questi primi credenti in Gesù risorto non avevano bisogno di recarsi presso una tomba vuota per proclamare la loro fede, per testimoniarla, proprio perché la presenza del Risorto era l’anima, il cuore pulsante della loro quotidianità, delle loro scelte di vita, del loro rimanere ed essere «ebrei credenti nel Messia Gesù risorto».
Certo, la descrizione che Luca fa può sembrare idilliaca, troppo «compatta» o «pacifica» per essere reale; sicuramente, come si è detto prima, la presenza di comunità diverse evidenzia il fatto che vi erano sensibilità e anche modalità di comprensione differenti all’interno del gruppo «gesuano», e di questo altrove, sempre negli Atti, troviamo traccia.
Certamente, però, la presenza del Risorto era percepita in modo vivo e «quotidiano», ed era proprio questa presenza il fondamento, l’elemento di unione e di unità, nonostante le differenze, che permetteva loro di «discernere», di osare «il nuovo» – anche andando contro regole o tradizioni –, di aprirsi a coloro che erano considerati «esclusi», come i pagani, di riconoscere alle donne, in una società fortemente maschilista come all’ora, il ruolo di guide, confermandone il servizio (o se volete, ministero). Donne con un volto, una storia e un nome di cui sia gli Atti che Paolo danno testimonianza.
Anche a noi viene chiesto, oggi, «deposte le vesti» della Pasqua, di vivere e testimoniare la presenza del Risorto, non presso una tomba vuota, ma nella concretezza della nostra vita, delle nostre relazioni, nel nostro esercizio di discernimento, nel nostro vivere o meno la comunione con i fratelli e le sorelle.
Sul Vangelo si veda anche il commento precedente Tommaso e il suo gemello.
