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«Una luce rifulse»

Il brano fa riferimento a quella che è stata una vera e propria devastazione, da parte degli Assiri, del Regno del Nord.

III domenica del tempo ordinario

Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Il testo della prima lettura di questa domenica è tratto dal Libro del profeta Isaia. Il brano fa riferimento a quella che è stata una vera e propria devastazione, da parte degli Assiri, del Regno del Nord; un regno completamente distrutto, con la conseguente deportazione in massa di tutte le tribù israelite che ne facevano parte.

Era infatti caratteristica della dominazione assira quella di deportare in altri luoghi le popolazioni dei territori conquistati, disperdendole, e ripopolare il territorio con altre etnie. In questo modo non solo il Regno del Nord veniva distrutto, ma anche il territorio perdeva, almeno nelle intenzioni dei dominatori, la memoria e il legame con la popolazione autoctona.

Tutto questo, in una lettura profetica, viene però visto come una «umiliazione» temporanea di Dio conseguente all’infedeltà del popolo: «In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti».

Si fa quindi menzione delle tribù di Nèftali e Zàbulon, che erano quelle più settentrionali e le prime a essere occupate dagli Assiri, mentre l’espressione «Galilea delle genti» deriva dall’espressione ebraica ghelil ha-gojim, che letteralmente significa «curva delle genti», dato che l’intervento assiro aveva determinato appunto un rimescolamento etnico.

Il profeta però afferma che questa situazione di «oscurità» sarà dissipata e che il futuro sarà di nuovo luminoso per le regioni della Galilea. L’annuncio profetico quindi si riferisce a una futura liberazione dei territori occupati e a una vittoria nei confronti degli Assiri, il tutto descritto con toni di gioia e di luce, una luce capace di sconfiggere le tenebre e di ridare vita e salvezza.

Anche se questo storicamente non è avvenuto, l’oracolo profetico permane e acquisisce nello scorrere dei secoli un carattere messianico: la liberazione e la salvezza che Dio attuerà per il suo popolo sarà come una luce che risplende nelle tenebre, e tale vittoria avrà delle caratteristiche particolari così come annunciato dal profeta: «Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Màdian».

Credo sia molto importante comprendere proprio il modo con cui questa liberazione e salvezza vengono annunciate: il «giogo» e il «bastone» dell’«aguzzino» saranno entrambi spezzati «come nel giorno di Madian» – riferimento, questo, davvero importante e significativo –. Con l’espressione «il giorno di Madian» si fa riferimento non solo a una vittoria, quella di Gedeone contro i Madianiti (Gdc 7), ma a come questa sia avvenuta, ovvero con il superamento della guerra stessa, dato che per ottenere tale vittoria sono bastate poche centinaia di uomini disarmati.

Per combattere l’invasione dei Madianiti, Dio ordina a Gedeone di accerchiare il loro accampamento di notte con soli trecento uomini disarmati e dotati solo di una brocca, un corno e una fiaccola. A mezzanotte il suono dei corni e la luce delle fiaccole, nascoste all’interno delle brocche, genera il caos nell’accampamento dei Madianiti che, frastornati dal suono e dalla luce, finiscono per combattersi tra di loro autoeliminandosi. Questa vittoria, così particolare, proprio perché disarmata e disarmante, diventa l’emblema del modo in cui Dio opera la liberazione e la salvezza: senza armi e con la forza della «luce».

Se guardiamo ora il testo evangelico, troviamo che Matteo riprende l’annuncio profetico di Isaia e lo applica a Gesù: «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: “Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”».

Al tempo di Gesù la «Galilea delle genti» era stata da tempo rigiudaizzata (già in epoca maccabaica), ma aveva mantenuto questo nome; e per Matteo la «luce» che risplende nelle tenebre della dominazione di turno, questa volta quella dei Romani, è l’avvento del Messia e l’annuncio della prossimità del Regno dei cieli: «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».

L’annuncio del «Regno dei cieli» è un modo per dire che Dio esercita un dominio che si contrappone ai «regni» della terra, ai regni mondani, e che tale «regno» agisce nella storia con logiche «capovolte», proprio perché è «dei cieli» e non «della terra».

La liberazione e la salvezza, infatti, che Gesù annuncerà e opererà con la sua stessa vita, non risponderà alle aspettative messianiche di molti, ma sarà talmente radicale e permanente da «capovolgere» tutta la storia umana. E anche se ancora non ce ne accorgiamo, dato che continuiamo a pensare che l’unica possibilità di salvezza sia quella delle armi, tale «capovolgimento» è già una realtà incontrovertibile che ci consola e ci incoraggia, perché non è una semplice speranza ma è «un’àncora sicura e salda per la nostra vita» (Eb 6,19), che ci attende, per sempre.

Eduard Bendemann, Ebrei piangono l'esilio, 1832 circa. Colonia, Wallraf–Richartz Museum.

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