Un uomo di frontiera
III domenica di Avvento
Sof 3,14-17; Cant. Is. 12,2-6; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18
È certamente singolare che Luca racconti l’arresto di Giovanni (Lc 3,19-20) prima del battesimo di Gesù, senza rispettare l’ordine logico e cronologico dei fatti. Questo mancato rispetto della coerenza storica e narrativa ha il sapore del prologo di una tragedia.
Tragedia che riguarda Gesù, soprattutto, ma anche Giovanni.
Egli infatti ha fatto muovere le folle (oi ochloi, v. 10), pubblicani (telonai, v. 12), soldati (strateuomenoi, v. 14) il popolo (laos, v. 15): ce ne sarebbe abbastanza per far preoccupare un personaggio come Erode Antipa, senza tirar fuori le sue vicende personali, come Giovanni farà (Lc 3,19) – vicende che peraltro erano di dominio pubblico –.
Insieme al ripudio della prima moglie, l’arresto e l’esecuzione capitale di Giovanni costarono molto a Erode. Secondo Giuseppe Flavio, allorché Areta IV Filopatore gli mosse guerra a motivo del ripudio della figlia, «alcuni giudei ritennero che l’esercito di Erode fosse stato distrutto per volere di Dio», che «lo puniva a causa di Giovanni (…), un uomo retto il quale invitava i giudei a praticare la virtù, la reciproca giustizia e la pietà verso Dio» (Ant. XVIII, 5, 2, ed. Simonetti). E a proposito del battesimo di Giovanni, Giuseppe annota: «Non per il perdono dei peccati ma per la purificazione del corpo, in quanto l’anima era già stata purificata dall’esercizio della giustizia» (ivi)
Abbandonando per un momento il linguaggio apocalittico, che poteva suonare intimidatorio (Lc 3,9) e che però tornerà più avanti (Lc 3,17), Giovanni ricorda infatti a coloro che lo accostano che nella vita quotidiana ci sono continue occasioni di giustizia e ognuno ha le sue, anche i peccatori riconosciuti come i pubblicani o i soldati – diciamo incidentalmente che questo sarà un mestiere proibito ai primi cristiani –.
Le sue risposte sono lapidarie: la conversione è un semplice andare verso l’altro. Forse per questo Luca conclude, con una sorta di breve sommario, che Giovanni «evangelizzava» (polla men oun kai etera euengelizeto ton laon, 3,18): il suo insegnamento infatti non è diverso da quello di Gesù, ovvero da quello della Torah.
Al momento del patto sinaitico il popolo aveva risposto: «Quanto il Signore ha detto noi lo faremo» (Es 19,8; LXX panta osa eipen o theos poiesomen, risposta che torna più o meno negli stessi termini in Es 24,3.7). Se il problema è «fare», la gente che si rivolge a Giovanni dovrebbe già sapere che cosa si debba fare e poco si capirebbe la loro reiterata domanda (Lc 3,10.12.14 ti poiesomen?). Il problema è che si tratta di gente immemore, lontana, o poco addentro alle cose della Torah, o pubblici peccatori, o comunque al limite della giustizia stessa. La buona notizia per costoro è tornare ai piedi del Sinai, riscoprire il Dio unico, la sua promessa e il patto che deve compiersi nella giustizia.
Giovanni tuttavia, sul quale sta per rinchiudersi il carcere di Erode, non rinuncia a un ultimo tratto apocalittico. Dopo aver parlato di scure alla radice degli alberi (Lc 3,9), ricorre a un’altra immagine centrata piuttosto sul tema del discernimento in ordine al giudizio e riferita al Messia.
L’operazione del ventilare il grano (v. 17) è complessa ed esige una certa abilità: bisogna riconoscere direzione e velocità del vento perché esso separi la pula dal grano lanciato in aria, poi cogliere al volo nel vaglio i chicchi che ricadono ripuliti della pula.
Oltre a essere abile e accorto, il Messia deve essere «forte» (ischuros) e certamente «più forte» di Giovanni (v. 16), perché il Messia è colui che può non solo discernere e giudicare, ma ricondurre al popolo il vento dello Spirito. Spirito che, scomparsi i grandi profeti, almeno dall’epoca asmonea si riteneva estinto (cf. 1Mac 4,46, 9,27, 14,41; Sal 74,9).
Tale ricomparsa dello Spirito è un segno messianico ed escatologico, come aveva detto il profeta Gioele (Gl 3,1ss). Per Luca questo sarà uno degli elementi portanti del suo vangelo: il Battista stesso ne è stato investito ancor prima di nascere (Lc 1,41), e in questo senso si potrebbe dire che egli oltre a essere il primo evangelizzatore è il primo evangelizzato: un uomo di frontiera.

