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Un eroe «diverso»

Abramo è una figura fondamentale, a cui si rifanno le tre più grandi fedi presenti oggi nel mondo.

II domenica di Quaresima

Gen 12,1-4a; Sal 32 (33); 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9

 

La prima lettura di questa domenica ci presenta la figura di Abramo: una figura fondamentale, a cui si rifanno le tre più grandi fedi presenti oggi nel mondo, la fede ebraica, quella cristiana e, in ultimo, quella islamica.

Rispetto ad altre figure bibliche, Abramo ha qualcosa del tutto particolare, un qualcosa che non emerge a prima vista. Non è un «salvatore» dell’umanità come lo è stato Noè sopravvivendo al diluvio, e non è neanche una guida forte e autorevole come Mosè. Si presenta come un uomo mite, in un certo senso anche sfortunato, uno che convive con la morte: la morte del fratello Nacor e la morte di chi non riesce ad avere una discendenza, perché sua moglie è sterile e sa che il suo nome non sopravviverà nel ricordo del figlio, di generazione in generazione.

Nonostante questo è un uomo capace di ospitalità, di entrare nei conflitti per dissiparli, di intercedere perché la giustizia non sia fagocitata dal male, come bene ha detto Maimonide: «Fa ciò che è giusto perché è giusto» (Mishne Torah Hilkhot Teshuvà, 10b) e – possiamo aggiungere – anche quando sbaglia sa riconoscere il proprio errore, forse proprio perché la caratteristica fondamentale di quest’uomo è quella di aver vissuto costantemente in relazione con Dio, lasciandosi leggere dentro, sia nel bene che nel male.

E per Abramo tutto ha inizio con questo invito che Dio gli rivolge: «vattene», che in ebraico suona così: lekh lekhà. Un’espressione che, se da una parte significa letteralmente «vai oltre», dall’altra può anche essere letta grammaticalmente in modo diverso e cioè «vattene per te stesso», vattene per il tuo bene, per il tuo vantaggio.

Certamente l’invito di Dio è un invito ad andare oltre, a partire da tutto ciò che è il passato di Abramo, quasi come uno scrollarsi di dosso tutto ciò che in quel momento lo chiudeva in un presente senza vita, senza futuro. Ma questa espressione, lekh lekhà, ha anche un’ulteriore possibilità di essere intesa, e cioè come «vai verso te stesso».

Il viaggio che Abramo deve compiere non è solo esteriore, non si tratta solo di prendere le distanze da qualcosa o qualcuno, ma è anche e soprattutto un viaggio interiore, un «andare» per ritrovarsi, o forse, ancora di più, per «trovarsi», per scoprirsi, conoscersi e realizzare il senso della propria esistenza.

C’è un bellissimo commento della tradizione ebraica (ripreso anche da M. Buber nel suo Il cammino dell’uomo), che rende l’idea di questo secondo senso: «Rabbi Sussja, in punto di morte, esclamò: “Nel mondo futuro non mi si chiederà: ‘Perché non sei stato Mosè?’; mi si chiederà invece: ‘Perché non sei stato Sussja?’”». Ognuno è chiamato a intraprendere questo viaggio verso se stessi lasciandosi alle spalle tutte quelle cose che ci rendono qualcun altro, che sia un modello da seguire, un esempio da imitare o una proiezione velleitaria di noi stessi.

Tutta la vita di Abramo, inoltre, è racchiusa tra due lekh lekhà. Il primo è qui, nella lettura di oggi, ed è l’invito a «lasciare» in ordine concentrico, cioè dalla cosa più lontana a quella più vicina: la propria terra, il proprio clan, la propria famiglia di origine. Il secondo lekh lekhà sarà alla fine di un lungo percorso, al c. 22 della Genesi, dove verrà chiesto ad Abramo di diventare definitivamente Ab-raham (padre di una moltitudine), liberando il figlio Isacco da quell’amore possessivo che lo attanagliava a lui.

Una voce sottile, quasi impercettibile, dà vita a un grande viaggio, a una storia che non è solo la storia di un uomo, tra l’altro ormai anziano se teniamo conto che in quel momento Abramo aveva 75 anni – come si dice, «non è mai troppo tardi!» –, ma è la storia di un popolo, di una nazione, di una moltitudine di popoli e di nazioni. La meraviglia di Dio è proprio qui, ancora una volta nel suo «esserci», nel suo «farsi presente» nella storia umana «dal particolare all’universale», dal «singolo» ai «molti» e mai viceversa. Tutta la storia di salvezza è segnata da questi «singoli», caratterizzata da un itinerario che va da un «particolare» a un «particolare», ognuno a suo modo, nella sua diversità, come stelle che brillano ciascuna con la propria storia, una storia piena, compiuta e «illuminante».

Se andiamo alla pagina del Vangelo è proprio questa la scena che ci troviamo di fronte: Mosè, Elia e Gesù, ognuno – come sottolinea Luca nella sua narrazione dello stesso episodio (Lc 9,31) – nella sua gloria, nello splendore della sua identità. Abramo, Mosè, Elia, Gesù, tutti hanno compiuto il loro viaggio, hanno realizzato il senso della loro esistenza, un senso che non può e non deve essere imitato, ma che illumina la «via», il percorso che ognuno di noi deve fare. Essi sono la Parola, la lampada ai nostri passi (Sal 119,105) che illumina il nostro cammino verso Gerusalemme, la «città del nostro Dio» (2Sam 10,12; 1Cr 19,13; Sal 48,2.9).

 

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento «Ascoltatelo».

 

Francesco Guardi, Il sacrificio di Isacco, XVIII secolo. Cleveland (Ohio, USA), Cleveland Museum of Art.

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