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Tutti i santi

Ap 7,2-4.9-14; Sal 24 (23); 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12
La beatitudine dei santi

            Nella solennità di Tutti i santi, la Chiesa proclama il Vangelo delle beatitudini. In esso si trova l’autentica felicità. I santi sono tradizionalmente considerati nella beatitudine; lo sono perché hanno vissuto e vivono le Beatitudini.

            In più lingue il termine «felicità» ha a che fare con la «buona sorte» e con l’accadere (si pensi alla parentela che vi è in inglese tra happy e to happen – «accadere»). L’etimo attesta che la felicità umana non dipende solo da sé stessi; non la si consegue attraverso una semplice autorealizzazione. Tuttavia, se essa dipende pure da quel che capita, la si può anche perdere: «Come nube è svanita la mia felicità» (Gb 30,15).

            Dovendosi confrontare con quanto rientra nell’area dell’accadere, nei comuni usi linguistici connessi alla felicità prevale l’augurio («sii felice»), la speranza («spero di essere felice»), l’interrogativo («sei felice?»), persino l’esclamativo («oh, come sono felice!»); inconcepibile invece proclamare dall’esterno la salda condizione felice in cui si trova qualcun altro. Se lo si osa fare («è un matrimonio felice»), è guardando al passato e al presente non al futuro. Nessuno sa cosa potrà accadere in futuro.

            Questi risvolti esistenziali aiutano a comprendere, per antitesi, il genere letterario biblico chiamato «macarismo». Esso consiste nella proclamazione della beatitudine altrui. La faticosa parola tecnica (dal greco makarios «beato») è spia della difficoltà di riscontrare nella vita quotidiana l’esistenza di un tale procedimento. Chi mai, dall’esterno, si arroga il diritto di affermare in modo duraturo senza “se” e senza “ma”: «Tu sei felice»? Chi può dire a un altro: «La tua condizione è stabilmente felice»? Il paradosso delle Beatitudini, ancor prima che nell’individuazione dei soggetti a cui sono rivolte (i poveri, gli affamati, i piangenti, i perseguitati), sta nell’arditezza di affermare dall’esterno la felicità altrui. Nel linguaggio biblico la beatitudine non è un saluto o un augurio di felicità: è un detto che proclama la salvezza.

            Il paradosso della parola biblica è che si sa di essere felici non già perché ci si sente tali scrutando il proprio cuore, ma perché si ascolta una voce che, dal di fuori, proclama che lo si è. Nulla di ciò è più lontano dal modo comune di sentire. Anche per questo il salto della fede si dà solo rendendo certa la speranza, vale a dire quanto nell’esperienza comune è sempre esposto a smentite a volte atroci.

            Nel Vangelo le motivazioni date alle Beatitudini hanno a che fare con la realizzazione delle promesse. La parola di Gesù, che dal di fuori afferma che sei felice anche se non lo sai, ha senso solo se realizza quello che dice, eppure essa si dà sotto forma di constatazione e non già di promessa. In definitiva, è l’ascolto stesso di quella parola a renderci felici.

            La felicità continua a essere legata a un accadere. La fede afferma che la stabilità dell’accadere è nelle mani misericordiose del Padre. La beatitudine eterna di tutti i santi implica l’ascolto perenne della voce del Signore che li proclama tali. Quello che accomuna la loro vita alla nostra così diversa da loro è l’ascolto della voce di Dio, in loro pieno e duraturo, in noi frammentato e discontinuo; ma per chi ha orecchi interiori quella voce è ugualmente capace di dar senso alla nostra labile esistenza.

 

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