Studi biblici femministi, il problema della recezione
Ancora oggi è possibile studiare e insegnare Bibbia in Italia ignorando gli studi biblici femministi: perché?
A oltre cinquant’anni dall’affermazione degli studi biblici femministi, colpisce quanto poco di questa produzione scientifica sia entrato nei percorsi ordinari di formazione biblica e teologica in Italia, tanto che ancora è possibile studiare e insegnare la Bibbia, ignorando una parte consistente della ricerca internazionale, senza che questa assenza venga percepita come una lacuna. D’altronde l’invisibilizzazione delle donne accade in molti ambiti di ricerca, e in diversi modi – dall’Effetto Matilda al Brooten Phenomenon.
A partire dall’Apocalisse
La biblista statunitense Lynn Huber, che da anni si occupa in particolare dell’Apocalisse e delle sue rappresentazioni di genere, ha recentemente richiamato l’attenzione su un aspetto piuttosto eloquente della ricerca esegetica. Nel suo articolo Revelation, Gender, and the »Brooten Phenomenon» osserva come, nonostante decenni di studi che hanno contribuito a rinnovare l’interpretazione dell’ultimo libro della Bibbia, il lavoro delle studiose continui a trovare uno spazio assai ridotto nei commentari, tanto che nelle due pubblicazioni recenti da lei prese in esame, le opere scritte o cofirmate da donne rappresentano rispettivamente il 9% e il 10% dei riferimenti bibliografici.
I dati raccolti – Huber lo riconosce apertamente – sono parziali, pur tuttavia manifestano in modo pertinente una questione ben più ampia, di carattere sistemico: che cosa accade ai risultati di una ricerca quando la loro esistenza viene sì riconosciuta, ma le loro acquisizioni entrano a fatica nelle interpretazioni correnti?
Quando la ricerca non fa la differenza
È quanto accaduto, per esempio, al preziosissimo lavoro di Bernadette J. Brooten, con il quale ha documentato la presenza di donne con incarichi di autorità nelle antiche comunità sinagogali. Eppure, capita ancora di leggere o sentire affermare che quegli incarichi fossero esclusiva maschile, senza che si avverta la minima necessità di confrontarsi criticamente con l’evidente complessità mostrata dalla studiosa, come se il suo lavoro non fosse mai stato pubblicato e non facesse la differenza.
Una circostanza piuttosto curiosa, non esclusiva dell’ambito biblico, alla quale è stato perfino dato un nome: Brooten Phenomenon. È proprio con questa espressione che Huber descrive una difficoltà che s’incontra anche negli studi sull’Apocalisse: ricerche disponibili ormai da decenni possono continuare a essere ignorate, mentre le interpretazioni che quelle stesse ricerche hanno messo in discussione vengono tranquillamente riproposte.

Si pensi, per esempio, alla figura di Babilonia, la grande prostituta che viene spogliata, divorata e bruciata (cf. Ap 17,16). Che Babilonia rappresenti Roma e che la sua rovina esprima la condanna del potere imperiale è un dato largamente condiviso dagli esegeti. Molto meno spazio trova, invece, la riflessione sulla scelta di rappresentare quella distruzione attraverso la violenza inflitta a una donna, questione sulla quale le studiose femministe discutono da decenni.
Eppure, è difficile capire perché il linguaggio con cui «il profeta Giovanni» costruisce la propria denuncia dell’impero debba essere considerato meno rilevante della denuncia stessa, dal momento che la violenza dell’immagine è parte integrante del testo e della sua retorica, indipendentemente dal giudizio che se ne voglia dare.
Un caso semplice, forse, che tuttavia invita a riflettere più a fondo sui criteri con cui, nella ricerca tout court, s’attribuisce maggiore o minore importanza alle diverse questioni interpretative. La lunga consuetudine con determinate letture, infatti, può contribuire a consolidarne l’autorità, rendendo meno immediato il confronto con gli studi che ne interrogano i presupposti. Non è dunque soltanto una questione di bibliografia.
Conoscere e citare la letteratura scientifica pertinente è un requisito elementare di qualsiasi lavoro accademico. Ma anche una bibliografia impeccabile può accompagnarsi a un’interpretazione che non prende realmente in considerazione le argomentazioni e le domande sollevate dagli studi citati.
Dalla ricerca alla formazione
Ma se questo può accadere anche quando determinati contributi sono conosciuti, c’è da chiedersi che cosa succeda quando rimangono del tutto estranei alla formazione di chi studia e insegna la Bibbia.
Si tratta di una questione particolarmente pertinente nel contesto italiano, dove, nonostante una storia ormai pluridecennale, gli studi biblici femministi faticano ancora a trovare una presenza stabile in molti dei percorsi ordinari di formazione biblica e teologica. Con il reale rischio che questa assenza finisca per passare inosservata. Ed è difficile avvertire la mancanza di ciò di cui si ignora persino l’esistenza.
I tentativi di favorire la conoscenza e la circolazione di questa produzione scientifica anche nel nostro paese però non mancano di certo. Basti ricordare il progetto editoriale internazionale La Bibbia e le donne, che ha reso disponibili in italiano numerosi contributi esegetici e di storia dell’interpretazione, e il lavoro del Coordinamento teologhe italiane, da anni impegnato a promuovere il confronto con le prospettive femministe anche in ambito biblico.
Qualche segnale incoraggiante arriva inoltre anche da alcune istituzioni accademiche: nel gennaio scorso, per esempio, il Pontificio istituto biblico ha dedicato un intero seminario d’aggiornamento sull’Apocalisse, nel quale ha trovato spazio anche una lettura esplicitamente femminista delle figure femminili del libro; una scelta che merita d’essere ricordata, considerando il ruolo dell’istituto nella formazione dei biblisti cattolici a livello internazionale.
Resta però da capire quanto queste aperture riescano a incidere sulla formazione ordinaria, al di là delle singole occasioni d’approfondimento. C’è motivo di sperare che non rimangano episodi isolati, ma contribuiscano a rendere sempre più familiare, nei percorsi di studio, una produzione scientifica con la quale l’esegesi contemporanea si confronta ormai da decenni?
In fondo, la questione riguarda anche ciò che si ritiene indispensabile per acquisire un’adeguata competenza esegetica e ciò che può continuare a essere considerato facoltativo.