Sinodo e questioni morali: lasciarsi sfidare
La riflessione del Gruppo sinodale sul discernimento delle questioni morali ha capito l'urgenza di delineare un metodo di approccio.
Con il rapporto consegnato alla Segreteria generale del Sinodo, il Gruppo di lavoro n. 9 su «Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti» ha offerto alla riflessione comune un testo importante per il suo impianto teoretico e per l’espressione di una particolare sensibilità con cui accostarsi alle questioni morali del nostro tempo.
Delineare un metodo
Vorrei anzitutto sottolineare come il gruppo di lavoro non abbia voluto primariamente costruire un prontuario di risposte alle domane etiche, a partire da costrutti di principio consolidati lungo la tradizione dottrinale della Chiesa. Esso ha compreso, piuttosto, l’urgenza di delineare un metodo di approccio alle questioni morali.
Il rapporto fa capire sin da un primo sguardo come la configurazione di un metodo per la riflessione morale non sia neutrale e indifferenze rispetto alle prospettive e ai contenuti che ne derivano.
Da questo si genera uno stile di pensiero, nel senso di un ethos esigente e rigoroso che interrompe quella tradizionale tendenza a pensare alla dottrina come qualcosa di astratto e d’immutabile, qualcosa che trova in se stessa le sue giustificazioni e poi, per via di deduzione applicativa, esprime la sua capacità di fare presa sulla vita, determinando valutazioni e giudizi.
Dei tre capitoli che compongono il rapporto va sottolineato l’andamento unitario, che parte dalla considerazione di un necessario cambio di paradigma nella comprensione della questione morale, e individua poi nel principio di pastoralità la segnatura caratteristica di come una visione teoretica e dottrinale può dare senso e forma alle prassi di vita.
Un cambiamento di paradigma
Il rapporto deve essere preso sul serio in questo sforzo di circolarità di teoria e prassi sotto il segno della crescita in autenticità, responsabilità e libertà dei soggetti umani. Personalmente trovo molto indicativo ed esemplare lo spostamento terminologico da quello che si era solito definire come questioni «controverse» (che addirittura veniva spesso messo in relazione alla dicitura di «situazioni irregolari») e che invece il rapporto restituisce in termini di questioni «emergenti».
In questo spostamento non c’è solo una diversa colorazione lessicale, ma un forte intento di ripensare dal suo interno il senso dell’ordine morale e la fondazione dei giudizi sulle condotte concrete di vita.
Il rapporto fa ben capire che non è un ordine principialistico e normativo a scandire la valutazione morale della vita; la condotta e la prassi di vita non sono determinate dalla deduzione statica da principi astratti, ma trovano la loro cifra etica più profonda in ragione della storia vissuta dei soggetti morali e della loro ricerca di autenticità nelle relazioni con se stessi, con gli altri e con Dio.
Tutto questo rimanda a una dimensione fondamentalmente storica, contestuale, culturale e situativa, sia in rapporto alla consapevolezza dei valori, sia anche in rapporto alle norme morali per poterli vivere.
Il primato della storia
Nella locuzione terminologica di questioni «emergenti» si manifesta tutto questo su un duplice versante. Anzitutto «emergente» sta a indicare che le questioni da affrontare salgono (affiorano, emergono, risultano) dall’esperienza di vita nel suo vissuto più profondo, percepito dai soggetti nella loro intimità di coscienza e condiviso da essi con chi si prende cura della fioritura in umanità. Il primato della storia descrive l’orizzonte autentico per la comprensione dell’umano e della sua dimensione morale.
Inoltre quando si dice «questioni emergenti» si vuole mettere in risalto anche il carattere di urgenza di esse: questo non si misura su una scala di priorità ideologicamente costruita, ma si rapporta alla condizione di sofferenza, di emarginazione e d’ingiustizia che spesso è frutto di una dottrina morale statica e rigida e dell’uso politico, culturale e sociale che di essa si può fare.
La conversione sinodale di cui il rapporto parla consiste anche in questa nuova misura di bilanciamento tra storie di vita e visione di valori, senza dimenticare troppo superficialmente le esperienze traumatiche e dolorose che talvolta le dottrine morali hanno potuto condizionare e provocare.
Una consapevolezza che cresce
Il disegno etico che fa da sfondo al rapporto del Gruppo 9 lascia intuire – anche se non espressamente tematizzata – l’importanza di un’attitudine citrica e autocritica che sempre deve accompagnare la riflessione etica.
In questo non si può negare che negli ultimi tempi nella Chiesa si va sviluppando una sensibilità sempre più consapevole anche dei propri errori e delle proprie deficienze. Riconoscere le insufficienze e i condizionamenti storici e culturali nella formazione delle dottrine morali non è deleterio e distruttivo, ma aiuta queste ultime a ripensare in termini sempre più onesti e conseguenti il loro potenziale di orientare positivamente la vita dei singoli e dell’umanità.
L’attenzione posta sull’ascolto delle esperienze di vita (riportate negli annessi e riflettute nel c. III del rapporto) deve servire proprio a questo. Non si tratta solo di una considerazione di benevolenza, nell’accogliere per esempio le persone LGBTQ+ nella vita della Chiesa, ma si tratta anche di lasciarsi interrogare e convertire dal loro grido di dolore e dalla denuncia che essi stessi fanno.
Questo deve portare a ripensare anche aspetti della dottrina che sono vistosamente contaminati da visione ottuse e rigide della realtà e che con il loro tenore normativo hanno provocato e possono ancora provocare discriminazione e sofferenza.
Solo da un equilibrato approccio circolare tra prassi di vita, riconoscimento dei livelli di autenticità delle persone, rispetto delle ingiustizie spesso perpetrate e formulazione di prospettive dottrinali a servizio della crescita in responsabilità, libertà, e relazioni sane si compie un vero cammino sinodale generativo di una Chiesa che accompagna e non giudica, purifica se stessa e cresce in fedeltà al Vangelo.
Antonio Autiero è professore emerito di Teologia morale all’Università di Münster (Germania). Il presente commento è apparso in inglese sulla testata Outreach.