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Se la coscienza e la cultura divorziano

Foto di Jackson Simmer su Unsplash

Spesso le cronache quotidiane denunciano fatti criminali legati all’azione dei partiti politici e dei loro associati. In occasione di questi fatti viene evocata la cosiddetta «questione morale» in politica, un fenomeno carsico che periodicamente affiora dalle vicende delle istituzioni pubbliche e private.

Un appello paradossale

L’espressione indica il travisamento della verità del diritto e della legalità intesa come tutela del bene proprio e comune, temi che chiamano in causa l’azione sociale responsabile degli uomini di volontà buona, il ministero ecclesiale e la teologia morale, intesa qui come riflessione critica sull’ethos comune.

Tuttavia assieme all’evidenza dello scandalo causato dalla corruzione, è anche chiaro che l’appello mediatico a uno spessore interiore, quasi scomparso dall’attenzione pubblica e privata, ha un carattere paradossale.

Una lingua comune (che non c’è)

Parlare di questione morale in politica è naturalmente possibile ma, d’altro canto, non si può non constatare l’attuale macroscopica assenza di una «lingua» diffusa ed eloquente sulla densità morale nei saperi riflessi e pubblici.

Questa assenza si mostra nella dicotomia tra questi ultimi e i rapporti primari e il correlato ottundimento dello spessore simbolico della città e della cultura, dove prevale una governance tecnocratica globale, caratterizzata dalla saturazione dell’immanenza e alimentata da un regime di clandestinità dei rapporti primari, confinati dai saperi pubblici nel privato.

Questa dinamica non è nuova, ma ha trovato nella tecnocrazia forma e identità inedite tali da espungere tutte le questioni legate al senso e alla prossimità.

Ma senza philìa non c’è polis, è interrotto l’apporto che la vicenda biografica dei singoli può offrire a una sempre auspicabile rigenerazione dei codici culturali e sociali. «In tal senso la cultura sociale (Kultur) rischia di venire separata dalla formazione (Bildung) della coscienza del singolo. Nella misura in cui ciò avviene, è compromessa l’attitudine della cultura stessa a fungere quale legge dell’alleanza sociale, documento di quel che accomuna e rende vera la prossimità. La coscienza del singolo diventa una faccenda privata; le leggi della vita comune sanciscono l’estraneità reciproca e non provvedono in alcun modo alla prossimità» (G. Angelini).

Ricostruire

È possibile intravedere un riflesso di questi temi nei contenuti del celebre confronto avvenuto a Monaco nel 2004 tra J. Habermas e il card. J. Ratzinger (il dossier originale del colloquio era intitolato «Democrazia bisognosa di religione?»).

Com’è noto Habermas, nell’occasione, rievocò il pensiero di E.W. Böckenförde, che negli anni Sessanta teorizzò che lo Stato liberale e secolarizzato si nutre di premesse che da solo non può garantire.

Venne cioè posto il dubbio sulla capacità che hanno gli ordinamenti degli Stati liberali moderni di rinnovare in modo autonomo le condizioni della propria esistenza, o se piuttosto questa fondazione o rinnovamento dipenda da fonti motivazionali proprie di tradizioni metafisiche o religiose pre-politiche: è sotto gli occhi di tutti che i codici sociali difettano di densità morale; il vuoto è particolarmente evidente nei casi che più interessano gli stili di vita personale nell’ambito della vita pubblica e istituzionale.

I codici sociali appaiono come simulacri vuoti agli occhi del singolo, non invece come interpretazioni del sentimento del dovere che connota l’esperienza della prossimità; essi organizzano in linea di massima la coesistenza pacifica, ma non alimentano la vita buona.

Questa situazione dovrebbe interessare molto la ricerca teologica e il ministero ecclesiale, perché nella dimensione attuale la separazione sistemica tra le forme della coscienza del singolo e le forme della cultura corrente ha contribuito in modo sostanziale a non «istruire» il desiderio di «lingua morale» e di partecipazione dei credenti, che vivono la tradizione religiosa come una riserva «altra» rispetto alla vita civile, alimentando così la clandestinità macroscopica della densità morale dei saperi pubblici.

 

Luca Novara è docente di Filosofia e Teologia morale sociale presso l’ISSR «S. Metodio» di Siracusa e presso lo Studio teologico «S. Paolo» di Catania.

Commenti

  • 14/05/2024 Giuseppe Leoni

    Egr. Prof. Quando scrivi, devi scrivere per tutti e non solo per i tuoi studenti di filosofia, altrimenti il tuo sapere non viene percepito fino in fondo e da tutti quelli che ti leggono. Grazie Giuseppe

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