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Se il patriarcato biblico torna di moda

A 80 anni dall’introduzione del suffragio universale arriva dagli USA una sfida: «Una famiglia, un voto: quello del marito».

In gergo giornalistico li chiamano «titoli civetta» perché devono attirare l’attenzione e spingerti a leggere l’articolo intero. È questo l’effetto che mi ha fatto il tiolo di un pezzo uscito pochi giorni fa su Il Post: «Una famiglia, un voto: quello del marito» (bit.ly/3QIJk3h). Per noi che, in Italia, celebriamo quest’anno l’80o anniversario dell’introduzione del suffragio universale, un titolo così non passa facilmente inosservato.

Nel nostro paese le donne hanno votato per la prima volta alle elezioni amministrative del marzo 1946 e, poco dopo, al referendum istituzionale e per l’Assemblea costituente del 2 giugno. Anche se noi donne sappiamo bene che la nostra storia ha sempre avuto un andamento carsico, difficile pensare che in questo nostro paese si possa tornare indietro da quel punto di non ritorno che è l’esercizio del suffragio universale.

La sfida della King’s Way Reformed Church

E, in effetti, l’articolo in questione si riferisce a una piccola Chiesa riformata di Prescott in Arizona – la King’s Way Reformed Church, fondata solo pochi anni fa da un pastore quarantenne –, che riunisce poco più di un centinaio di persone. Si può a buon diritto ritenere, perciò, che si tratti di stravaganza americana di ben poco interesse per chi ormai da 80 anni vede le donne esercitare il diritto di voto sia attivo sia passivo ed essere inserite a pieno titolo nel tessuto della vita politica del proprio paese.

E invece, due cose non sono affatto da sottovalutare. La prima viene messa in luce dall’articolo stesso: «Nuove famiglie costantemente si uniscono ogni anno alla Chiesa di Prescott e il suo pastore, Dale Partridge, ha un ampio seguito sui social media, prende parola di frequente contro le femministe o le persone LGBTQ+, parla dell’immigrazione come di un «suicidio nazionale», dice che l’islam o l’induismo sono «demoniaci» e, soprattutto, predica il ritorno al «patriarcato biblico», cioè a un patriarcato giustificato dal volere di Dio, che come parte dell’ordine da lui creato avrebbe stabilito ruoli di genere distinti e gerarchici per l’uomo e la donna”.

Si tratta di una proposta promossa dagli attivisti di estrema destra nella «maschiosfera», ma rilanciata, tra gli altri, perfino dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth.

Sappiamo bene che la breccia che ha consentito alla rivoluzione femminista di penetrare anche nelle Chiese è stata proprio una nuova interpretazione del testo biblico: alla fine del XIX secolo e all’interno della battaglia per il riconoscimento del diritto di voto alle donne, Elizabeth Cady Stanton (1815-1902) e il suo gruppo di suffragette avevano capito molto bene che solo una seria revisione dell’interpretazione biblica avrebbe potuto favorire il sovvertimento sociale legato al suffragio universale, senza che questo comportasse però la messa in discussione delle radici cristiane della società statunitense.

L’assetto patriarcale delle nostre società occidentali, infatti, molto deve al patriarcato biblico sul quale ha trovato fondamento e dal quale ha ricevuto legittimazione. Sappiamo bene del resto che, se letto a-criticamente, il testo biblico consente di motivare qualsiasi nefandezza in nome di Dio, fino al genocidio di interi popoli.

Grande è la responsabilità del fondamentalismo biblico ebraico e cristiano nell’attuale disordine mondiale e nella crescente messa in discussione, perfino nelle democrazie occidentali, di quei diritti delle donne e delle minoranze LGBTQ+ che sembravano ormai acquisiti.

Un compito per i cattolici: il rapporto tra sesso e potere

La seconda cosa da non sottovalutare è che la Chiesa cattolica, soprattutto in Italia, è ancora quanto mai in ritardo nel confrontarsi seriamente e a tutto campo con temi e problemi che hanno a che fare con la sessuazione umana, si tratti dell’esercizio della sessualità o dei ruoli di genere.

Dato che il controllo della sessualità è strettamente connesso con l’esercizio del potere, noi credenti non possiamo che essere grati a George Orwell per averci attestato, con il suo romanzo 1984, che il «grande fratello» che tiene sotto controllo l’intera vita degli uomini e delle donne che appartengono a una collettività, anche quella che si svolge nell’intimità di una camera da letto, non sono soltanto regimi religiosi d’ogni tipo, ma anche poteri politici a pretesa totalitaria.

Per questo, sempre più le donne dovrebbero essere attente alla valenza politica del rapporto sesso-potere. Ben sapendo che il termine «sesso» rimanda a un intreccio di dimensioni e di possibilità che decidono della qualità della vita umana di un individuo o di una collettività. Un intreccio in cui la dimensione politica dei corpi come quella dei rapporti riceve spesso poca attenzione ed è, invece, quanto mai decisiva.

In contesti democratici, il legame tra differenze sessuali e accesso ai diritti è criterio e metro di misura della qualità valoriale della vita sul piano ideologico-politico e socio-religioso nonché morale e spirituale di una società come di una Chiesa.

La proposta della King’s Way Reformed Church, allora, deve far riflettere seriamente: va considerata, più che una stravaganza, un appello alla vigilanza.

 

* Francobollo commemorativo della Convention di Seneca Falls sui diritti delle donne, intitolata «100 Years of Progress of Women: 1848-1948»; le donne rappresentate sono, da sinistra: Elizabeth Cady Stanton, Carrie Chapman Catt e Lucretia Mott.

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