«Scese Filippo in una città della Samaria»
La prima lettura di questa domenica parla di Filippo, uno dei sette scelti per affiancare i Dodici
VI domenica di Pasqua
At 8,5-8.14-17; Sal 65 (66); 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21
La prima lettura di questa domenica, tratta sempre dagli Atti degli apostoli, parla di Filippo, uno dei sette di lingua greca che, come si era detto domenica scorsa, erano stati scelti per affiancare i Dodici nell’animazione delle prime comunità gesuane (per un ulteriore approfondimento si veda qui).
Vi è però un avvenimento che s’interpone tra il brano di domenica scorsa e quello di oggi, ed è l’uccisione di Stefano (sempre uno dei sette). Segno che i contrasti tra le varie tendenze religiose, all’interno dello stesso mondo giudaico, si erano acuiti ed erano degenerati in ciò che da sempre sembra essere, all’essere umano, l’unica soluzione per «risolvere» radicalmente le questioni: l’annientamento dell’altro, del diverso.
E di questo non bisogna stupirsi, perché la storia del cristianesimo è piena di «soluzioni» radicali nei confronti di altri cristiani, basta ricordare le varie guerre tra cattolici e protestanti o tra cattolici e ortodossi.
La morte di Stefano e la conseguente persecuzione dei seguaci di Gesù fa sì che, come scrive Luca negli Atti, «tutti, a eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria» (At 8,1). La loro però non è una semplice fuga, ma un’occasione per «annunciare la Parola» (At 8,4).
Ed è a questo punto che inizia il brano della liturgia di oggi, che presenta, appunto, Filippo come predicatore in Samaria: «In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città».
Filippo con le sue parole fa breccia nel cuore dei samaritani, l’autenticità della sua fede e della sua testimonianza illumina e risana le vite di chi lo ascolta, e tutto questo porta a un cambiamento radicale di tutta la comunità: «Vi fu grande gioia in quella città».
Ma vi è una questione importante: Filippo non è solo, è parte di una comunità più grande, e il successo della sua predicazione viene in qualche modo ridimensionato da questo particolare: «Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo».
In un certo senso il battesimo operato da Filippo non è «completo», manca il dono dello Spirito; dono che quei samaritani, che si erano fatti battezzare da Filippo, ricevono solo dalle mani di Pietro e Giovanni.
Ovviamente diverse possono essere le spiegazioni di questo passo e anche il modo con cui questo brano viene utilizzato (ad esempio, come fondamento biblico riguardo al sacramento della confermazione in teologia sacramentaria). Mi sembra comunque che sia fondamentale, tra tutte le varie considerazioni, il «legame» che con questo «battesimo» a due tappe si vuole affermare, un legame che unisce e rimanda l’operato di Filippo alla Chiesa madre di Gerusalemme.
Filippo non è solo e non agisce da solo, egli appartiene a un «corpo», a una comunità più grande, la stessa comunità e corpo a cui anche i samaritani, divenuti credenti, vengono ad appartenere. Ed è proprio questo legame che lo Spirito attua e rende vivo.
Il pericolo di personalismi o di predicatori afflitti dal culto della personalità (propria) è ancora oggi un grande problema; certamente il loro successo è indiscutibile, ma quale tipo di legame produce tra coloro che li seguono? A volte l’accento posto sulla «guida» non permette che il senso di appartenenza alla Chiesa cresca in egual misura, e anche la stessa idea di Chiesa viene in qualche modo «ridimensionata» a un’unica realtà unilaterale.
Dall’altra parte l’accentuazione gerarchica della «struttura-Chiesa» non aiuta a far emergere la sua natura di «corpo» in cui tutti i membri sono uniti gli uni agli altri e non facilita neanche la consapevolezza di questo. Se con il battesimo entriamo a far parte dell’unico popolo di Dio, un popolo profetico, sacerdotale e regale (1Pt 2,9), quanto questa fondamentale realtà è coscientemente vissuta, considerata ed espressa nelle nostre dinamiche ecclesiali?
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Nello «Spirito della verità».