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Rosemary Radford Ruether, un’apripista al nostro fianco

È morta nei giorni scorsi una delle fondatrici della teologia femminista. Le sue opere spaziano dall’ecofemminismo al ministero ordinato, dalla cristologia (un Salvatore maschile può aiutare le donne?) alle questioni più urgenti della nostra epoca. Era convinta che, oltre a legittimare il sessismo, la Bibbia «ha sempre fatto qualcos’altro». E noi continuiamo con lei a cercare questo “qualcos’altro”.

 

Sabato 21 maggio è deceduta Rosemary Radford Ruether (1936-2022), una delle figure più importanti della teologia femminista statunitense di cui è stata una vera e propria apripista, come ricorda Mary Hunt, della storica “Alleanza delle donne per teologia, etica e rituale” (WATER). 

Il suo Per una teologia della liberazione della donna del corpo e della natura è uno dei primi (se non il primo) libro dell’allora nascente teologia femminista ad essere, nel 1976, tradotto in italiano. Nonostante le sue numerose pubblicazioni successive – per un totale di 47 – dovremo aspettare quasi vent’anni (1995) per potere leggere in italiano un altro testo di Rosemary, Gaia e Dio. Una teologia ecofemminista per la guarigione della terra. In altre parole, grazie a una politica editoriale italiana che tuttora mi rimane incomprensibile, Sexism and God-Talk. Towards a Feminist Theology (1983), testo programmatico e forse la sua opera più importante, rimane ancora poco conosciuto nel nostro Paese. Da segnalare anche, nella raccolta a cura di Mary Hunt e Rosino Gibellini La sfida del femminismo alla teologia (1980), il suo noto saggio Cristologia e femminismo, dove Ruether si pone una domanda ormai diventata classica: un Salvatore maschile può aiutare le donne?

“Cattolico” non è solo “Vaticano”

Rosemary Ruether faceva parte, insieme a Mary Daly e Elisabeth Schüssler Fiorenza, della triade di teologhe femministe statunitensi che è stata un punto di riferimento fondamentale per la teologia femminista successiva. Tutte cattoliche, Ruether appare, anche grazie all’ampiezza dei suoi interessi e della sua opera, probabilmente la meno “confessante” delle tre. Docente dal 1976 nella Garrett Evangelical Theological Seminary della Chiesa Metodista Unita, Ruether, secondo Mary Hunt, non ha permesso che «i fallimenti della chiesa kiriarcale dettassero le sue priorità», preferendo rivolgere piuttosto la propria attenzione alle urgenti questioni del mondo. 

Ciò nondimeno, Ruether si è adoperata, anche attraverso i suoi scritti, a favore dell’accesso delle donne al sacerdozio ordinato, dedicando energia non solo alla “Chiesa delle donne” ma anche a una visione progressista del cattolicesimo, che non coincide col Vaticano (Catholic does not Equal the Vatican. A Vision for Progressive Catholicism, 2008). Tutti libri e articoli che anche gli attuali movimenti delle donne nella o per la Chiesa potrebbero rispolverare con profitto.

La critica ai dualismi e agli imperialismi

Nonostante il suo sguardo globale, il pensiero di Rosemary è radicato nel contesto americano. Se il sottotitolo del primo libro tradotto in italiano è La speranza umana si confronta con la speranza cristiana e il potere americano, tra i suoi ultimi lavori troviamo America Amerikkka, una critica alla violenza imperialista di una nazione che si considera eletta. L’impegno sociale di Ruether nasce nei movimenti per i diritti civili negli anni Sessanta e continua per tutta la vita, tant’è che viene acclamata come studiosa attivista. Tale attivismo la porta a riflettere teologicamente su tutta una serie di questioni come l’antisemitismo, il conflitto tra Israele e Palestina, il dialogo interreligioso, la globalizzazione, la famiglia e la crisi ecologica.

Le basi teoriche di una visione così ampia sono già delineate in Per una teologia della liberazione della donna del corpo e della natura. Utilizzando il dualismo anima-corpo e soggetto-oggetto come paradigma di oppressione – ovvero svelando la dinamica di ciò che oggi conosciamo come l’economia binaria – Ruether considera l’esclusione e la discriminazione delle donne insieme a tutta una serie di altre forme di esclusione. Da lì passa (anche grazie alla sua formazione classica e a un dottorato su Gregorio il Nazianzeno) ad analizzare l’effetto di tali dualismi lungo la storia della teologia cristiana, mettendo in evidenza la connivenza del cristianesimo con molteplici forme di oppressione e suggerendone vie di uscita.

Un cristianesimo trasformativo, uno sguardo aperto

Come si desume da Gaia e Dio, tali vie di uscita metteranno in forse le visioni consolidate di Dio, l’umano e il mondo. Ruether, però, insiste sulle possibilità trasformatrici delle quali il cristianesimo è vettore. Durante i miei primi anni di studi teologici, quando il dibattito del movimento delle donne sul cristianesimo (e la discussione delle Chiese sul femminismo) erano piuttosto vivaci, lessi una frase di Ruether che non mi ha mai abbandonato. Sì – scriveva – il patriarcato ha certamente condizionato le Scritture come ha condizionato tutti i grandi classici della cultura occidentale, ma non le ha determinate. Anzi, oltre a legittimare il sessismo, la Bibbia «ha sempre fatto qualcos’altro». Da allora, insieme alle mie colleghe, sono sempre stata alla ricerca di quel “qualcos’altro”.

Le condizioni storiche, sociali e culturali dell’Italia fanno sì che le istanze del movimento delle donne e quelle della fede (soprattutto nelle sua forma ecclesiocentrica) raramente s’incontrino. Altrove, dove lo stesso femminismo può vantare radici “religiose” e lo studio della teologia non è rivolto alla formazione del clero, è nato un dibattito fecondo tra teologhe che sono rimaste all’interno della tradizione cristiane e donne che definendosi postcristiane sono alla ricerca di forme di spiritualità gynocentriche. Rosemary Ruether ha partecipato in prima persona a tali dibattiti con la teologa britannica Daphne Hampson, per esempio, nello storico incontro avvenuto nel 1987 nella cattedrale di Westminister e con esponenti di una religione della Dea attraverso articoli e libri come Goddesses (2006).

La genealogia femminile che ci sospinge

Nella sua opera autobiografica (2013), My quests for Hope and Meaning (Le mie ricerche di senso e di speranza), Rosemary ricorda l’importanza che hanno avuto per la sua vita e la sua ricerca le sue antenate femminili: nonne, zie, la madre. Per me, e per molte teologhe femministe, Rosemary Radford Ruether è un’antenata preziosa il cui spirito e la cui opera continueranno a circondarci, sostenerci e ispirarci mentre, con le forze che ancora ci rimangono, corriamo la gara ci è proposta (Ebrei 12,1).

Commenti

  • 04/06/2022 Ada Agostini

    Non conoscevo fa frase di Ruether citata e penso che da ora la terrò pure io ben presente. Per mia esperienza e per quanto continuo a constatare nella "mia" U.P. le donne sostengono il tessuto della stessa, accollandosi direi più del 90% dei compiti.. c'era stato in un recente passato qualche timido passo nel senso di delegare ad alcune laiche preparate la liturgia della parola quando necessario, ma pare rientrato. E'un discorso che si intreccia fortemente con il rendere edotta la comunità che, come dovrebbe essere già molto evidente, la donna è pronta ad "altro",....

  • 31/05/2022 Vincenza Ibba

    Elisabeth Green è sempre brava e preparata ! Non dice fesserie , documenta le sue affermazioni , scrive in modo chiaro e scorrevole ! È un piacere leggerla e ascoltarla !

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