Parresia e dissenso nella Chiesa: etica della parola libera
Il rapporto tra parresia e dissenso attiene alla libertà di parola nella Chiesa. Una ricognizione e alcuni criteri.
Guido Reni, Paolo rimprovera Pietro penitente, 1609 ca. Milano, Pinacoteca di Brera. Pubblico dominio.
Il rapporto tra parresia e dissenso attiene alla libertà di parola nella Chiesa, che non può essere ridotta né alla rivendicazione individualistica del diritto di opinione, né all’obbedienza intesa come rinuncia alla responsabilità della coscienza.
Parresia come categoria etica
Il termine greco παρρησία (parrēsía) indica letteralmente il «parlare con franchezza», il dire apertamente ciò che si ritiene vero. Nel Nuovo Testamento designa la libertà della testimonianza cristiana e la fiducia con cui il credente si espone davanti a Dio e agli uomini (cf. At 4,29-31; Ef 6,19-20). Non coincide, pertanto, con la mera libertà d’espressione, ma costituisce una pratica morale della parola, fondata su responsabilità, verità e carità.
Il criterio paolino è decisivo: «ἀληθεύοντες δὲ ἐν ἀγάπῃ», «vivendo secondo la verità nella carità» (Ef 4,15). La verità cristiana non autorizza l’aggressività; la carità a sua volta non può giustificare il silenzio davanti all’errore o all’ingiustizia. La parresia si configura così come virtù della responsabilità ecclesiale.
La correzione di Pietro: un paradigma apostolico
Un caso paradigmatico è costituito da Gal 2,11-14. Paolo afferma: «κατὰ πρόσωπον αὐτῷ ἀντέστην», «mi opposi a lui a viso aperto». La dignità di Pietro non elimina la possibilità della correzione. Paolo giudica incompatibile con «la verità del Vangelo» (Gal 2,14) un comportamento che produceva separazione tra cristiani provenienti dal giudaismo e dal paganesimo.
L’episodio impedisce due riduzionismi opposti: l’assolutizzazione dell’autorità, come se essa rendesse illegittima ogni contestazione, e l’individualismo, come se la coscienza personale costituisse un magistero alternativo. La correzione apostolica rimane infatti interna alla comunione.
Coscienza e responsabilità morale
Il Vaticano II ha riconosciuto nella coscienza il luogo della responsabilità personale davanti alla verità. Gaudium et spes n. 16 la definisce «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo», nel quale egli è solo con Dio. La coscienza, tuttavia, non è un assoluto soggettivo: deve essere formata e verificata alla luce della parola di Dio, della tradizione, della ragione e dell’insegnamento ecclesiale. La libertà della coscienza non coincide dunque con la libertà dalla verità.
La dimensione personale della coscienza si apre a quella ecclesiale del sensus fidei fidelium. Lumen gentium n. 12 riconosce al popolo di Dio una partecipazione alla funzione profetica di Cristo. Il sensus fidei, tuttavia, non coincide con l’opinione della maggioranza né con il consenso sociologico: presuppone la partecipazione alla vita della Chiesa e il sentire cum Ecclesia.
Ne deriva che né la maggioranza è automaticamente criterio di verità, né la minoranza è automaticamente profetica. Il discernimento deve interrogare la qualità teologica della parola e non soltanto la sua diffusione.
Il diritto-dovere di parlare
Il can. 212 § 3 del Codice di diritto canonico riconosce ai fedeli «il diritto e anzi talvolta anche il dovere» di manifestare ai pastori il proprio pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa, secondo la propria scienza, competenza e prestigio. Tale esercizio è subordinato all’integrità della fede e dei costumi, alla riverenza verso i pastori, all’utilità comune e alla dignità delle persone.
Il silenzio non è quindi sempre virtù e la parola non è sempre ribellione. Esiste un silenzio prudente, ma anche un silenzio omissivo; una critica responsabile, ma anche una contestazione autoreferenziale.
Una grammatica etica della parresia
Da questa prospettiva emerge una vera e propria grammatica etica della parresia. La libertà della parola cristiana deve infatti distinguere la correzione fraterna dalla polemica, la profezia dall’autoreferenzialità e il dissenso responsabile dalla contrapposizione.
Prima regola: parlare perché si ama. La parresia nasce dalla carità e non dal disprezzo. La critica motivata dal risentimento o dal desiderio di delegittimare l’altro perde la propria qualità ecclesiale. Il criterio paolino impedisce così di separare la verità dalla qualità morale della sua comunicazione.
Seconda regola: parlare di ciò che si conosce. La parresia non legittima l’improvvisazione. Il can. 212 §3 stabilisce una relazione tra l’esercizio della parola ecclesiale e la «scienza, competenza e prestigio» del fedele. La responsabilità della parola esige informazione, competenza e distinzione tra fatti, interpretazioni e giudizi.
Terza regola: distinguere la persona dal problema. La critica deve concentrarsi sulla decisione, sull’argomento o sul comportamento oggetto di valutazione, senza trasformarsi nella delegittimazione della persona. Criticare una decisione non significa negare l’autorità di chi l’ha assunta.
Quarta regola: parlare direttamente. Per quanto possibile, il confronto deve precedere la pubblicizzazione del conflitto. La correzione fraterna offre all’altro la possibilità di comprendere, chiarire e rispondere.
Quinta regola: lasciare spazio alla risposta. La parresia autentica implica disponibilità ad ascoltare e, se necessario, a riconoscere l’inadeguatezza della propria posizione. Qui emerge il principio della reciprocità epistemica: «io posso interrogare te, ma tu puoi interrogare me».
La reciprocità epistemica non significa simmetria dei ministeri o delle responsabilità ecclesiali. Le differenze di competenza e autorità rimangono reali. Ciò che è reciproco è la comune esposizione alla verità: tutti rimangono discepoli e nessuno può considerarsi proprietario della verità. Chi critica deve poter essere corretto; chi esercita l’autorità deve accettare di essere interrogato.
Sesta regola: accettare il discernimento. La propria convinzione, anche quando è maturata nella coscienza e sostenuta da argomentazioni serie, non coincide automaticamente con la volontà dello Spirito. La propria posizione deve essere sottoposta alla verifica della Scrittura, della tradizione, del magistero e della comunità.
Settima regola: custodire la comunione. La comunione non è il motivo per tacere sempre, ma quello per parlare bene. Non coincide con l’assenza di conflitto, bensì con la capacità di attraversarlo senza trasformare l’altro in un nemico. Il dissenso responsabile rimane orientato all’aedificatio corporis Christi (cf. Ef 4,12).
Queste regole mostrano che la questione non è semplicemente se sia lecito parlare, ma come, perché, a chi e con quale disposizione interiore si parla. La parresia non è dunque una licenza d’espressione, ma una disciplina morale della libertà.
Dissenso e verità
Il Dicastero per la dottrina della fede ha distinto la difficoltà personale dall’opposizione pubblica al magistero e messo in guardia dalla costituzione di un «magistero parallelo» (Donum veritatis, nn. 32-35). Il problema morale non consiste quindi nell’esistenza di ogni forma di domanda o critica, ma nella trasformazione della propria posizione in criterio alternativo di autorità.
Il dissenso teologico esige competenza, rigore argomentativo, disponibilità al confronto e sentire cum Ecclesia. La libertà del teologo non può essere separata dalla responsabilità ecclesiale della sua ricerca.
Autorità, sinodalità e discernimento
L’autorità ecclesiale non è proprietà personale, ma ministerium. La sinodalità, pertanto, non può ridursi a una procedura consultiva: deve creare condizioni effettive perché la parola possa essere ascoltata e vagliata. At 15 mostra un discernimento apostolico fondato su discussione, ascolto e interpretazione della Scrittura, fino alla formula: «ἔδοξεν γὰρ τῷ Ἁγίῳ Πνεύματι καὶ ἡμῖν» — «è parso bene allo Spirito Santo e a noi» (At 15,28).
Anche l’Evangelii gaudium invita a non rimuovere il conflitto, ma ad attraversarlo mediante un processo di discernimento e comunione (nn. 226-230). La comunione non coincide quindi con l’assenza di conflitto, ma con la capacità di impedire che esso divenga principio di divisione.
In conclusione, l’etica della parresia si colloca tra due assolutizzazioni: l’autoritarismo, che identifica l’obbedienza con il silenzio, e l’individualismo, che identifica la coscienza con un’autorità autonoma. La parola ecclesiale autentica è invece libertas in veritate: libertà nella verità e per la verità.
Il criterio ultimo non è semplicemente «dire ciò che penso», ma assumere responsabilmente ciò che è necessario dire. La parrhesia è autentica quando nasce dalla ricerca della verità, è sostenuta dalla carità, rispetta la persona, riconosce l’autorità e rimane disponibile alla correzione.
Il dissenso può allora diventare, in determinate condizioni, non la negazione della comunione, ma una sua forma esigente: non pretende di vincere sull’altro, ma contribuisce a impedire che l’unità ecclesiale venga ridotta a uniformità.
Domenico Marrone è docente incaricato di Etica teologica all’Istituto superiore di scienze religiose San Sabino di Bari.