Nostra sorella Lída
Ricordando Ludmila Javorová, cattolica morava, ordinata sacerdote per la Chiesa clandestina, morta il 17 settembre scorso
Nelle prime ore del 17 settembre 2026 è venuta a mancare, all’età di 94 anni, Ludmila Javorová, cattolica morava, ordinata nel 1970, testimone della Chiesa clandestina cecoslovacca ai tempi della persecuzione comunista. Non abbiamo voluto affrettarci a pubblicare il nostro contributo, in un’atmosfera di corsa alla notizia. Questo è il nostro ricordo di lei, a distanza di alcuni giorni, scritto dalla studiosa a cui dobbiamo l’edizione italiana di un libro-intervista che aveva riportato l’attenzione sulla sua vicenda.
A qualcuno il nome di Ludmila suonerà già familiare, e allora non dovrà stupire quel sostantivo, sacerdote, da lei sempre rivendicato (con questo lessico e declinato al maschile – sic) usato per definirla. Così come non stupirà l’attenzione dedicata alla sua figura da tanti circoli femministi, cristiani e non, e sarà chiaro il dispiacere che questa notizia ci porta. A lei il CTI aveva già dedicato una pubblicazione, il libro intervista di Zdeněk Jančařík, edito da Effatà con prefazione di Marinella Perroni e Cristina Simonelli.
Nella Chiesa del silenzio
Con Ludmila non si spegne solo una persona eccezionale, ma si chiude una pagina di storia, tanto dimenticata quanto vitale per il presente e il futuro della Chiesa.
Nata il 31 gennaio 1932 a Brno, in una famiglia profondamente credente, Ludmila vide il proprio paese scosso dalle vicende della Seconda guerra mondiale, fino ad assistere alla salita al potere del regime comunista e alle limitazioni sempre più pressanti da questo imposte alla vita politica, culturale e religiosa del popolo.
Amica d’infanzia del vescovo clandestino e dissidente Felix Maria Davídek, si ritrovò a diventare esponente di spicco del movimento da questi fondato nell’ambito della Chiesa clandestina morava, battezzato con il nome dei Koinotés.
Felix Maria Davídek è noto per aver ordinato sacerdoti diversi uomini sposati e alcune donne. Ciò era dovuto in parte alla necessità di depistare la Státní bezpečnost (StB), la polizia politica segreta. Le consacrazioni femminili furono però pensate come una risposta alle sofferenze delle donne detenute nelle carceri cecoslovacche, alle quali era negato anche il minimo conforto spirituale.
In seguito alla caduta del regime comunista, le vicende legate a queste ordinazioni segrete giunsero all’attenzione pubblica. La risposta della Santa Sede non sorprende: le consacrazioni di uomini sposati già creavano imbarazzo per la mentalità dei cattolici romani, e così a questi uomini fu offerta la possibilità di continuare a celebrare col rito orientale. Ma per quello che riguardava le ordinazioni femminili non vi furono dubbi: tutte le donne dovevano rinunciare al servizio sacerdotale e le loro ordinazioni erano dichiarate invalide.
Sacerdote per sempre
Di queste donne, l’unica a parlare pubblicamente della propria ordinazione, avvenuta il 28 dicembre del 1970, è stata Ludmila Javorová. Ciò contrasta nettamente con il suo carattere schivo, scevro da ogni desiderio di notorietà. Quello che a lei stava a cuore sottolineare era che il sacerdozio era una parte inscindibile di lei, non un qualcosa che si potesse revocare, togliersi di dosso «come una spilla o sfilare come un braccialetto».[1] Non disobbedì al divieto ricevuto, ma non acconsentì mai a tacere al riguardo: la sua esperienza e quella dei Koinotés non meritavano di cadere nell’oblio.
Quella che, negli ultimi anni, appariva come un’esile vecchina, era un personaggio dalla tenacia e forza interiori straordinarie, e una figura scomoda, simbolo di un tema controverso, che ancora oggi spaventa e che si vorrebbe relegare al silenzio.
Ludmila – Lída per gli amici – non smise mai neanche di rivendicare l’appartenenza alla Chiesa cattolica, rimanendo attiva nella propria parrocchia, dove insegnava religione e alimentava il dibattito sul ruolo delle donne nella Chiesa. Se la sua testimonianza genera tutt’ora scandalo in molti ambienti, guardando alla scena locale emerge invece un dato interessante dalla sua biografia, e cioè la sua inclusione nell’ecosistema cattolico moravo, la mancanza di esibizionismi o di posizioni particolarmente drammatiche, sia da parte sua sia da parte dell’ambiente circostante. Sicuramente non saranno mancate le incomprensioni o le perplessità, ma tra lei e la comunità si era instaurato una sorta di affascinante equilibrio.

Era un personaggio noto a Brno, perfettamente integrata nella propria diocesi, dove era non solo accettata, ma ammirata. In una situazione che da fuori sembra quasi paradossale, la sua storia, la sua stessa persona, esistevano pacificamente all’interno di quella stessa Chiesa che ufficialmente le aveva negato il diritto alla propria realtà.
A pubblicare la notizia del suo decesso, prima ancora delle principali testate ceche, è stato il sito del della diocesi di Brno. Il vescovo Pavel Konzbul la ricorda così: «Avevo grande stima di lei per la sua cultura, il suo interesse profondo per la vita della Chiesa e il suo pluriennale e dedito servizio nella parrocchia. Sono stato a trovarla in ospedale alcune settimane fa e l’incontro con lei è stato molto personale e arricchente. La ricorderò come una donna straordinaria, che ha consacrato la propria vita al servizio degli altri e della Chiesa».
Continuando con gli esempi, è stato un salesiano a ritenere la sua vicenda tanto preziosa da volerla preservare in un esteso volume, dove a narrare è lei in prima persona, e ad accompagnarla fino ai suoi ultimi giorni di vita terrena. Io stessa sono venuta a sapere della morte di Ludmila grazie a una storia diffusa sui social da una suora francescana, persona profondamente devota di cui non farò il nome.
Quando il silenzio serve
Come si spiega questo apparente paradosso? Viene da chiedersi se la risposta non stia in due componenti fondamentali. La prima a cui viene da pensare è la componente locale, che rimanda all’importanza che avevano le comunità per il cristianesimo degli inizi: in un ambiente circoscritto è più facile conoscersi di persona, appianare malintesi, parlare più con le azioni e l’esempio che con le parole. La seconda, a proposito di parole, è l’elemento del silenzio. Questa volta non un silenzio volto a ignorare e cancellare la minoranza, ma quel silenzio che sorge dal rispetto, la posizione di chi non giudica quando non conosce o non ha vissuto sulla propria pelle una determinata esperienza.
Per finire, viene spontaneo citare una frase detta da Ludmila, guardando alla propria vita. Quando Jančařík le chiedeva che cosa avrebbe voluto dire a Gesù quando lo avrebbe incontrato, la sua risposta (a p. 254) è stata: «Che lo ringrazio per la pienezza di questa vita! È una cosa che dico la mattina, sempre più spesso ormai. Ma forse non parlerei neanche tanto, lo guarderei solo, con grande stupore».
[1] Z. Jančařík, Ludmila Javorová. Sacerdote nella Chiesa del silenzio, Effatà, Cantalupa (TO) 2021, 157.