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Norme morali assolute: confermare, abbandonare o reinterpretare?

Alla domanda del titolo il teologo logico Pietro Abelardo avrebbe sicuramente risposto: Sic et non, sì e no.

Annibale Carracci, Ercole al bivio, 1596. Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte. Pubblico dominio

Alla domanda del titolo, nella sua triplice proposta di indicazione risolutiva (confermare, abbandonare, interpretare), si può rispondere come avrebbe sicuramente risposto il teologo logico Pietro Abelardo: Sic et non, sì e no.

È la domanda che va chiarita nei suoi termini, anzi per la precisione sono i termini del gruppo soggetto della proposizione interrogativa che vanno messi sotto torchio nella ricerca della verità, affinché nell’indagine ci si distingua per essere il più sottili possibili.

Confermate? Sì e no

Se s’intende per assolutezza delle norme l’ineludibilità della differenza tra morale e immorale, certamente sì. Senza questa differenza non c’è partita, e forse questo potrebbe spiegare l’indifferenza della questione per una buona fetta della società.

A pensarci bene, la dottrina dell’«intrinsece malum» (intrinsecamente cattivo) non appassiona molti fuori dal cortile della Chiesa, a motivo forse di un’indifferenza dettata dalla differenza che andrebbe adeguatamente considerata tra morale e immorale; di contro interroga parecchio i teologi, che intendono aiutare il magistero a non infondere incertezza nei fedeli, ma neanche pesantezza eccessiva sulle loro spalle.

Se s’intende per assolutezza delle norme un certo qual modo di trovarle escludendone altri, certamente no. Si sente dire: se le norme non sono assolute, dove andremo a finire? Ma che cosa intendiamo per assolutezza? Risposta: ciò che non si deve mai fare. Contro domanda: bene, questo lo si sa, perché il «non-dovere» di una cosa significa non fare quella cosa, ma (ed è ciò che non si sa) come pervenire alla certezza di ciò che non si deve mai fare?

Abbandonate? Sì e no

Se s’intende per assolutezza delle norme la poca chiarezza semantica o polivocità dei termini in etica, che porta a questa convinzione di assoluto, certamente sì. Se accettiamo che tutte le volte che annoveriamo un elemento come circostanza, per esempio, intendiamo un aspetto non solo non costitutivo, ma anche irrilevante, ci corre l’obbligo di trovare il modo di definire l’oggetto dell’atto, quindi l’atto stesso, in modo tale che consenta una valutazione morale definita.

E questo lo si fa quando si fa uso di parole che contengono soltanto elementi valutativi negativi: adulterio, furto, omicidio, ecc... E ci convinciamo che il loro uso sia già la loro spiegazione. Questo è un abbaglio logico, perché il loro uso è consentito solo se tutti siamo già d’accordo su ciò che stiamo intendendo.

Se s’intende per assolutezza delle norme garantire un presidio all’avanzata di una mentalità procedurale dell’etica, certamente no. Insomma: una cosa sono le norme genuine per i cui termini valutativi (e non descrittivi) che le costituiscono non possono che alludere a una disposizione d’animo (da avere sempre) e a un atto da fare (o non fare), un’altra cosa sono gli assoluti morali dei quali si pretende siano sempre veri, validi (e fin qua si può comprendere la verità e la validità per l’umanità) e applicabili (ed è qua che il crinale si fa irto e scosceso). 

Interpretate nuovamente? Sì e no

Se s’intende chiarirne i termini, mostrandone le oscillazioni e/o le identificazioni di un termine con un altro termine e/o alcune adozioni di significato escludendone altre, certamente sì. Non è mai superfluo distinguere ciò che sembra diverso da ciò che è avverso, praticando con dubbio metodico un lavoro di sgrossamento fra ciò che appare come opposto e di accostamento fra ciò che un tempo si chiamava in un modo e oggi in un altro modo.

Se s’intende aggiungere altri strati terminologici al già dissestato manto terminologico, magari in forza di concezioni che varrebbero anche in ambiti non specificatamente etici, certamente no. Se si riconosce ormai da qualche tempo che la posizione naturalistico-fisicista è insostenibile, e per questo si giunge alla convinzione che l’atto sessuale, per esempio, non è finalizzato solo alla procreazione (finalmente!), perché servirsi di distinzioni del tipo: evitare la procreazione giusto, eliminare la procreazione sbagliato oppure il soggetto è agente e non semplicemente facente. La coppia che evita la procreazione in un particolare momento della loro vita la evita/elimina in quel momento. E la coppia che fa uso di una tecnica precisa per evitarla/eliminarla, sceglie un comportamento rispetto a un altro, e la tecnica scelta è moralmente rilevante non in quanto tecnica, ma in base ai suoi effetti, che tu agisca o faccia.

Allora il nodo cruciale non sta nell’indicare come giusta la prima (evitare e soggetto agente) e sbagliata la seconda (eliminare e soggetto facente), ma nel vagliare le ragioni dell’evitazione/eliminazione in quel momento di un soggetto che «vuole» raggiungere un fine (valore: di che tipo?), che va posto in relazione ai mezzi (valori: di che tipo?) a disposizione.

Queste distinzioni sono giustificate in forza di un’interpretazione «simbolica» delle azioni, che sembra sia un valido approfondimento della natura dell’azione degli esseri umani, direi interessante per fare breccia in coloro che neanche si pongono alcune questioni etiche.

Tuttavia rimane un tentativo propositivo in ambito antropologico e pastorale di illuminare sul fatto che questo atto umano non è solo finalizzato alla generazione di una vita, ma prima di tutto finalizzata alla generazione della coppia. La coppia, facendo l’amore, prima di generare altro genera se stessa, per cui anche se evita il concepimento pone in essere il generarsi di se stessa.

Approfondimento o modifica?

Ma in ambito etico sarebbe più corretto stare all’argomento etico: se c’è un conflitto tra due valori (rimanere aperti alla vita oppure evitare/eliminare per ragioni serie), bisogna scegliere l’azione migliore (che realizza maggiori valori), se è possibile. E lo fa il soggetto volente (agente o facente poco importa la terminologia).

Chi offre un’interpretazione che non sia un’argomentazione strettamente etica potrebbe comunque aver tentato una modifica della dottrina senza dirlo chiaramente. Il teologo logico del sic et non, della cui eredità oggi usufruiscono quegli sparuti teologi moralisti di stampo analitico, ci sussurrerebbe all’orecchio: la soluzione delle controversie sta il più delle volte nel poter asserire che alle stesse parole autori diversi assegnano diversi significati. Forse troppo duro come discorso. Me ne rendo conto.

 

Pietro Cognato è teologo morale presso la Facoltà teologica di Sicilia e vice presidente dell’Istituto di studi bioetici S. Privitera. Tra le sue opere Fede e morale tra tradizione e innovazione. Il rinnovamento della teologia morale, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2012; Etica teologica. Persone e problemi morali nella cultura contemporanea, Dario Flaccovio Editore, Milano 2015; Morale autonoma in contesto cristiano. Il «caso serio» della teologia morale, Cittadella, Assisi 2021. Ha curato inoltre diverse voci del Nuovo dizionario di teologia morale (2019).

 

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