Nicea e l'assistenza alle persone vulnerabili
Ormai da parecchi mesi vi sono importanti e diversificate celebrazioni per i 1700 anni del Concilio di Nicea, la prima grande assise cristiana.
Ormai da parecchi mesi vi sono importanti e diversificate celebrazioni per i 1700 anni del Concilio di Nicea, la prima grande assise cristiana che, come ha detto qualcuno, ha disegnato il futuro della Chiesa. Nell’ambito della storia della Chiesa, ma anche della storia della medicina, si legge spesso che nel canone LXX di tale Concilio si stabilì che ogni città dovesse avere una struttura di ricovero per pellegrini, poveri e malati.
In realtà, com’è noto, il Concilio formulò solo 20 canoni, e tra questi non se ne trova alcuno che contenga tale disposizione. Tuttavia vi è un’altra tradizione, assai seguita dalle Chiese orientali, che riporta molti più canoni, detti «pseudo niceni» o «arabo-niceni». Tra questi vi è proprio quello in oggetto. Data la sua non facile reperibilità, e le considerazioni etiche che vorrei fare in proposito, lo riporto integralmente.
«Sul fare un ospedale in ogni città e sulla elezione del superiore e sui suoi compiti
Che vi sia in ogni città un luogo separato per i pellegrini, i malati e i poveri che si chiami xenodochio cioè ospizio dei pellegrini. E si elegga un capo tra i fratelli che vivono in solitudine, che sia forestiero, lontano dalla sua patria e dalla sua casa di famiglia, che sia un uomo onesto e per questo sia a capo dello xenodochio. In esso faccia i letti e qualsiasi attività di cui ci sia bisogno per i malati e i poveri. E se i beni dello xenodochio fossero insufficienti deve raccogliere in ogni tempo e da tutti i cristiani l’approvvigionamento necessario secondo le possibilità di ciascuno. E anche con le sue risorse sostenga i fratelli forestieri, poveri e malati nella misura in cui ciascuno ne avrà bisogno perché è suo compito in quanto è lui stesso loro protettore per aiutarli e provvedere ad essi diligentemente. Perché in quest’opera vi è la remissione dei peccati, il dissolvimento dell’iniquità e l’avvicinamento a Dio»
Gli elementi di una riflessione etica
Il primo degli elementi da evidenziare riguarda il fatto che un’assemblea conciliare «imponga» alla società civile di occuparsi delle persone più fragili e vulnerabili: pellegrini, viandanti, forestieri, poveri, malati. E se accettiamo serenamente che lo faccia per queste due ultime categorie, forse può sorprendere il fatto che lo chieda anche per i forestieri, che potrebbero essere assimilati ai nostri attuali immigrati, ai quali spesso la società civile chiude le porte e i porti pretendendo di averne diritto e ragione.
Si noti l’espressione di buon senso pratico nell’affidare la gestione di tale struttura a una persona che non abbia altri impegni né ecclesiali né familiari, una persona insomma che sia disponibile e non oberata da mille incarichi come tanti dei nostri attuali operatori pastorali, parroci o altri responsabili della comunità ecclesiale.
Poi ancora l’impegno a rispondere personalmente della gestione anche economica della struttura di accoglienza, e se le risorse non dovessero bastare a trovarle nella comunità o, in ogni caso, a risponderne in proprio. Mi sembra un passaggio molto evangelico, che ricorda il coinvolgimento della comunità a cui fa implicito riferimento la consegna al locandiere e l’impegno personale nella parabola del buon samaritano.
Tutto questo poi viene correlato a una dimensione spirituale, in quanto espressione di carità e di superamento salvifico della propria condizione di peccatore. Vengono in mente le note parole di Lucia all’Innominato: «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!».
Non sappiamo se tale canone sia realmente frutto di quanto discusso a Nicea e confluito in una tradizione diversa da quella formulata nei canoni ufficiali del Concilio. Ma, di certo, costituisce l’espressione di un sentire ecclesiale che in modo diverso ci è stato tramandato e può rappresentare un interessante insegnamento morale per i nostri tempi.