Natale, messa della notte | Rallegrarsi insieme
Ogni anno si percepisce sempre più il problema, un tempo ignoto, di come vivere il Natale all’interno di una società multietnica e multireligiosa (ma anche «multi-areligiosa»).
Is 9,1-6; Sal 95 (96); Tt 2,11-14; Lc 2,1-14
Ogni anno si percepisce sempre più il problema, un tempo ignoto, di come vivere il Natale all’interno di una società multietnica e multireligiosa (ma anche «multi-areligiosa»).
Le feste dipendono dai calendari, i quali a loro volta si basano su moti celesti. Sole, luna e stelle ci accomunano. È sapienza antica affermare che tutti abitiamo sotto lo stesso cielo. Eppure la misura del tempo differisce da luogo a luogo, da civiltà a civiltà. C’è chi guarda al sole, chi si basa sulla luna e chi tiene conto dell’uno e dell’altra. Capita perciò che le feste degli uni cadano quando altri vivono un tempo normale (o addirittura penitenziale), e viceversa.
Quando gli spazi si fanno più condivisi, le differenze risultano più percepibili. Non è, però, scoperta di oggi. Già in passato lo si sapeva. Un non ebreo disse a un maestro d’Israele: «Noi abbiamo le nostre feste e voi le vostre; quando voi vi rallegrate noi non lo facciamo, e allorché noi siamo lieti voi non lo siete». Domandò allora: «Non esiste mai davvero un’occasione in cui tutti possiamo rallegrarci insieme?». Il rabbi rispose che ciò avveniva quando cadeva la pioggia. Nelle zone aride la vita dipende, alla lettera, dall’acqua che scende dal cielo. Nell’emisfero settentrionale nel mese di dicembre qualcosa del genere vale per il lento, ma costante, crescere della luce: quando si sa di aver toccato il fondo non si può che risalire. A Nord, da tempo immemorabile, l’accensione di lumi all’inizio dell’inverno è segno augurale collegato alla risalita della luce.
Ognuno ha dunque le proprie feste, e sono soltanto i tempi del cielo ad accomunarci e ad allietarci concordemente? Rispondere di sì significherebbe consegnare le feste delle varie comunità religiose a un ambito dominato solo da un tollerante principio, paragonabile a quello contenuto nel motto secondo cui la mia libertà finisce là dove comincia la tua. Ognuno festeggerebbe a casa propria senza pestare i piedi a nessun altro. È utopia confidare in qualcosa di più?
Il Natale, pur essendo forse l’unica festa nell’Occidente cristiano dotata tuttora di una riconoscibile componente domestica, erompe dall’ambito familiare. Lo fa nella maniera più appariscente nel suo versante secolarizzato e commerciale. È una dimensione che accomuna, ma in modo improprio. Le strade e le piazze si riempiono di luci, ma nel contempo si allarga il vuoto che abbiamo dentro. Dove trovare una condivisione più vera? Per raggiungerla non basta coltivare la pur alta consuetudine – cresciuta in questi ultimi anni – volta a condividere, in maniera cordiale, le feste degli altri. La partecipazione alle feste altrui ci accomuna più dei moti della terra o della luna, tuttavia essa sarebbe davvero piena solo se fosse all’altezza del paradosso di ospitare dentro le proprie solennità anche la festa dell’«altro»: una sfida che è al di là delle nostre forze. Nessuno quando celebra Natale si ricorda del Ramadan o di Yom Kippur, e viceversa. Ed è giusto che sia così. Allora che fare?
Se il Natale fosse solo festa dei cristiani, l’incarnazione del Figlio sarebbe ricondotta all’ambito angusto dell’identità confessionale. La Parola venuta a porre la propria tenda tra noi esige, invece, di essere accolta con un respiro aperto a tutti, senza, con ciò, imporsi a nessuno. L’omogeneo e settentrionale crescere della luce non ci basta né per vivere il Natale, né per presentarlo come simbolo universale – custodito dalla fede di alcuni e negato da quella di altri – dell’umanità di Dio.
Per attingere alle profondità del Natale occorre viverlo come fonte di un divino accoglimento, che ci incalza a essere umanamente accoglienti. Per quanto sia custodita soltanto dalla fede delle Chiese, si è chiamati a rendere il 25 dicembre una festa a favore di tutti. È più facile dirlo che farlo. Tuttavia i «segni dei tempi» colti in questo inizio di XXI secolo parlano questo linguaggio. A Natale non bisogna ricordarsi del Ramadan o di Yom Kippur, tuttavia si è chiamati a essere aperti all’incontro non solo con musulmani ed ebrei ma anche con tutti gli altri. «Et homo factus est»; nessuna persona umana è estranea a Dio: non dovrebbe esserlo neppure per chi cerca di camminare sulle sue vie.
