«Luce da luce». Natale, 1.700 anni dopo il concilio di Nicea
Dal cuore del credo di Nicea emerge un'immagine potente che evoca il mistero del Dio che si fa vicino
Nel cuore del Simbolo «niceno-costaninopolitano», accanto a formule cariche di dottrina e di antiche dispute teologiche, nell’intreccio tra il concetto, che delimita lo spazio pensabile per esprimere l’agape che è Dio, e il dramma del Figlio in cui l’essere diventa parola e azione di salvezza, si colloca, da millesettecento anni, la folgorante metafora per avvicinare il concetto all’immagine e per tutelare l’immagine da ogni arbitraria e incauta interpretazione. De-contestualizzata dalla polemica antica, resta all’immagine un potere di evocazione che interfaccia il divino e l’umano, generando referenze grazie alle quali l’umano osa avvicinarsi al mistero di Dio perché il mistero di Dio si è fatto vicino all’umano.
Una feritoia da cui passa la luce
Dal cuore della notte in cui i pastori sono «avvolti di luce dalla gloria del Signore» (Luca 2,9) al poema di Giovanni dell’incarnazione del Verbo «luce degli uomini» (Giovanni 1,4), la «luce vera» continua a «illuminare ogni uomo» (Giovanni 1,9). Sia che lo desideri ardentemente, sia che nemmeno se ne accorga. Per tutti c’è nella massa densa della tenebra una feritoia attraverso cui passa la luce. Natale è la festa di quanti «danno testimonianza alla luce» (Giovanni 1,8) e si affidano a Gesù «luce da luce», magari senza riuscire a capire perché Lui è «generato e non creato della stessa sostanza del Padre».
Chi dà luce rischia il buio
Sentono lo spessore delle tenebre, che s’impossessano di questo tempo invernale, accorciando i giorni, e lo colgono come presagio di quel giorno in cui si spegnerà la luce dei propri occhi. A loro basta questo: che ci sia ancora «luce da luce», per vedere compiersi indefettibilmente la prima parola di Dio: «Sia la luce», che separa per sempre e nuovamente dalle tenebre. Di questo anche il mondo può dare testimonianza: «Dal momento che mentre nasce Cristo, anch’esso rinasce; rinasce, infatti, quando dalle profonde tenebre notturne emerge quasi per un parto di luce (partu quodam lucis eruitur)» (Massimo di Torino, Sermones, 61b, 1).
Ma i credenti sanno quanto è costato voler portare la luce nelle tenebre: la loro speranza non è una sicurezza a basso costo, né un’avventata presunzione. «Chi dà luce rischia il buio», ricorda Eugenio Montale (Trascolorando in Diario Del ’71 e Del ’72).
Chiedendo venia al Poeta, al suo ossimoro e ai suoi interpreti, la formula è densa di una verità di fede: per non essere solo luce, ma per dare luce, Gesù ha rischiato il buio dell’incomprensione, dell’oltraggio e della morte. E, come sempre nella liturgia, la celebrazione del Natale si riflette (ed è riflessa) in quella della Pasqua.
Pierdavide Guenzi è presidente dell’ATISM.
Valentino Vago (1931-2018), Giovanni 1, 1-18, tempera su cartoncino, in CEI, Lezionario domenicale e festivo Anno B.