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Leggere il tempo

XXXIII domenica del tempo ordinario

Dn 12,1-3; Sal 16 (15); Eb 10,11-14.18; Mc 13,24-32

          Il Tempio, la tribolazione, il fico sembrano tre elementi che contrassegnano questo tratto (Mc 13,24-32) del discorso apocalittico di Gesù secondo Marco (13,1-37): due di essi segnano il paesaggio, il terzo indica piuttosto una dimensione temporale ed esistenziale.

          Il Tempio certamente dominava Gerusalemme in senso paesistico e nel sentimento popolare; dal Monte degli Ulivi se ne poteva avere una visione complessiva e abbagliante. Il dettaglio delle pietre (potapoi lithoi, «quali pietre», con un punto esclamativo supposto dall’aggettivo, Mc 13,1; ma più esplicitamente lithois kalois, «belle pietre» Lc 21,5), il cui colore cangiante e la cui grandezza erano causa di stupore anche per gli occupanti romani, è realistico e significativo.

          Il fico invece faceva parte del paesaggio domestico e quotidiano: ogni casa di villaggio godeva della sua ombra e dei suoi frutti, magari assieme a una vite, o a un ulivo o a un melograno.

          Il testo ci offre così due dimensioni del mondo dell’epoca: quella alta e sacrale e quella quotidiana a misura della gente comune. Tra esse s’inserisce il tempo terribile della thlipsis, l’«oppressione» o la «tribolazione», termine che ricorre due volte nel corso del capitolo, ai vv. 19 e 24, e che comunque riguarda tutti senza differenze.

          All’inizio delle doglie per la venuta del messia, ovvero del tempo finale (vv. 5-13), seguirà un tempo di profanazione e di falsi messia (vv. 14-20) – la thlipsis sembra favorire i pretendenti al ruolo di messia o di profeta –; verrà infine il tempo del Figlio dell’uomo, tempo di salvezza per gli eletti (vv. 24-27).

          Saranno comunque tempi molto difficili, contrassegnati da calamità soprattutto sociali e dalla persecuzione, a seguito delle prime divisioni che contrassegnano la nascita della Chiesa (Mc 13,9ss).

          Sullo sfondo sta il traumatico evento della distruzione del Tempio, considerato e vissuto come microcosmo, cifra dell’intera creazione, rappresentata e rivista nei suoi arredi, negli abiti dei sacerdoti e nei loro gesti, che avevano un valore simbolico molto alto. La cintura, per esempio, con cui i sacerdoti si cingevano era dei quattro colori del Tempio: azzurro, porpora, scarlatto e bianco, che corrispondevano ai quattro elementi naturali, rispettivamente aria, mare, fuoco e terra (Giuseppe Flavio, Antiquitates III, 183).

          La scomparsa del candelabro (men’ora) e delle luci in genere è equivalsa, agli occhi del mondo ebraico, a un oscuramento del sole, della luna (cf. men’orot gedolot, Gen 1,14-16) e degli astri; il testo parla infatti di sole che «diventerà ombra» (skotisthesetai, v. 24) e di luna che non darà il suo «fulgore», come venisse vanificata la prima parola di Dio, creatore della luce (Gen 1,3) e degli astri.

          A fronte di tale sconvolgimento, prevedibile per qualunque ebreo assennato vista la situazione politica, ma qui forse profezia ex eventu, sta la menzione del fico, dal quale si può leggere lo scorrere del tempo ma soprattutto quali ne siano le implicazioni. Esso è un indicatore efficace del susseguirsi degli avvenimenti e della loro logica, perché nessuno sia colto alla sprovvista.

          Quattro volte compare nel corso del capitolo il richiamo all’attenzione con un semplice «guardate!» (blepete me 13,5; blepete de 13,9; umeis de blepete 13,23; blepete 13,33); viene detto in questo modo che si può ed è necessario leggere gli avvenimenti, come guardare il fico e leggerlo come una parabola, prevedendo che cosa accadrà in base a una lettura realistica e priva di infingimenti.

          La venuta del Figlio dell’uomo è certissima e neppure lontana, anzi è già qui, come l’estate rispetto alla primavera che in qualche modo la contiene, secondo il linguaggio del fico; l’importante è non fermarsi soltanto all’accadimento presente, ma cercare di guardarlo in profondità alla luce delle parole profetiche del Primo Testamento.

          Fatti cosmici e drammi storici, ovvero quello che Mc 13,29.30 chiama «queste cose» (tauta), accompagnano la storia umana e segnalano costantemente la venuta/presenza del Figlio dell’uomo, che l’evangelista considera imminente (v. 30), lasciando a chi ascolta il difficile compito del suo riconoscimento.

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