L'alterità del giudizio
In questa domenica vorrei soffermarmi sull’ultimo paragrafo della prima lettura tratta dal profeta Isaia.
XXV domenica del tempo ordinario
Is 55,6-9; Sal 144 (145); Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16
In questa domenica vorrei soffermarmi sull’ultimo paragrafo della prima lettura tratta dal profeta Isaia. Ecco il testo: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri».
Che cosa significano queste parole? La prima risposta, più ovvia, potrebbe essere quella di sottolineare la distanza tra il pensare umano e il pensare di Dio, tra l’agire umano e l’agire di Dio. E sicuramente questa distanza è quantomeno reale. Ma questo è solo, in un certo senso, la soglia di un «mondo» che si apre davanti a chi ascolta queste parole. Non c’è infatti solo una distanza, ma anche e soprattutto un’apertura, l’entrare in una dimensione che non è mai del tutto data, non è mai del tutto calcolabile, prevedibile, in un certo senso «finita».
Questo paragrafo pone innanzitutto un rapporto tra un «tu» – espresso nella forma plurale «voi» – e un «io»: «i miei pensieri, le mie vie» e «i vostri pensieri», «le vostre vie». C’è dunque una tensione, che sicuramente dice distanza e diversità, ma allo stesso tempo dice relazione: il «non» più volte espresso non è motivo di preclusione, di chiusura, ma al contrario di apertura. È invito ad andare verso un «oltre» senza avere la pretesa di «arrivare».
Per secoli si è tentato di «descrivere» Dio, «i suoi pensieri», «le sue vie», e ancora oggi molte divisioni hanno alla base convinzioni diverse su come «declinare» Dio «circo-scrivendolo» nelle «nostre vie», nei «nostri pensieri».
Tutto ciò non è sbagliato in sé, proprio perché rappresenta lo sforzo di una relazione, il desiderio di viverla ed essere in questa relazione. Può però diventare un pericolo quando l’orizzonte si chiude, quando quell’apertura, data proprio da quei «non» di cui parlavamo prima, si chiude e si cristallizza la convinzione di essere «arrivati», di poter cioè descrivere e circoscrivere l’alterità, definendola in toto.
In altre parole, avere dei punti di riferimento è necessario e fondamentale per vivere una relazione con colui che è totalmente Altro (le cui vie e i cui pensieri sono costantemente «altri»), ma d’altra parte la vitalità di tale relazione è racchiusa proprio nella consapevolezza che l’alterità è ricerca, mai termine né, tanto meno, «verità de-clinabile», ovvero «piegabile» ai nostri pensieri e alle nostre vie. Acquisire e crescere in questa consapevolezza è l’antidoto migliore per ogni forma di rigidità religiosa, fideistica e fondamentalista, che si basa, al contrario, sulla pretesa di poter definire norme e di «piegare» Dio ai propri interessi, convinzioni e fini (buoni o cattivi che siano).
Non solo, queste stesse parole – le mie vie non sono le tue vie, i miei pensieri non sono i tuoi pensieri – dovrebbero anche insegnarci ad avere un diverso atteggiamento nei confronti della realtà e di quanto avviene attorno a noi. In un mondo governato da algoritmi, le informazioni che riceviamo sono sempre più unilaterali, veicolate al fine di produrre un giudizio o un altro ma che sia comunque radicale, netto, senza incrinature, dubbi o chiaroscuri. Siamo dunque portati a vedere il mondo, a giudicare gli avvenimenti, le situazioni come «bianco o nero», spinti a schierarci – come scriveva Alessandro Manzoni – «l’un contro l’altro armato».
Il risultato di un tale ordine di giudizio non può che essere sempre ingiusto, proprio perché viene annullata quella tensione, esemplificata quella complessità che la ricerca dell’altro e della sua alterità portano sempre con sé.
Un’immagine di quanto sto dicendo, senza andare a scomodare i numerosi esempi che si potrebbero elencare a partire dalla nostra attualità, è proprio data dalla scena evangelica che questa domenica ci propone. Il fatto che il padrone della vigna, a fine giornata, remuneri i lavoratori in egual modo viene giudicato negativamente a partire da un unico punto di vista, ovvero il rapporto ore di lavoro-guadagno; e tale visione viene assunta come unico criterio di giudizio, un criterio «numerico», inequivocabile potremmo dire, ma che non tiene per nulla conto dell’alterità, del fatto cioè che la realtà è sempre più complessa, che le situazioni, le azioni o reazioni sono sempre espressione di un «qualcos’altro» che non è a prima vista visibile, evidente e che, soprattutto, il risultato della ricerca di ciò che è vero o giusto non è mai «binario» e non può quindi mai piegarsi a una formulazione dettata da un algoritmo.
Ridurre la complessità nel nostro modo di pensare, di giudicare e di agire è in definitiva ridurre «i pensieri e le vie di Dio» ai nostri pensieri e alle nostre vie e tutto questo è davvero mortale. Non solo perché in questo modo chiudiamo l’unica strada possibile alla relazione con il totalmente «Altro», ma perché chiudiamo il nostro orizzonte, «spegniamo la luce» e ci incamminiamo verso un buio mortale: «l’un contro l’altro armato».
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento «Quello che è giusto ve lo darò».
Lawrence W. Ladd, Parabola degli operai nella vigna, 1880 circa. Washington DC, Smithsonian American Art Museum.
