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La vitalità dell'accoglienza

La prima lettura di questa domenica presenta una storia che ha per protagonisti una donna di Sunem e l’«uomo di Dio», ovvero il profeta, Eliseo.

XIII domenica del tempo ordinario

2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88 (89); Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

 

La prima lettura di questa domenica, tratta dal Secondo libro dei Re, presenta una storia che ha per protagonisti una donna di Sunem e l’«uomo di Dio», ovvero il profeta Eliseo.

In realtà questa storia si svolge in tre atti, ma la lettura liturgica presenta solo i primi due: l’incontro tra Eliseo e la donna, la promessa di avere un figlio; manca la terza scena, quella finale, in cui il profeta risusciterà il figlio morto. Probabilmente, se si guarda al Vangelo di oggi, la scelta di proporre solo una parte di questa storia è data dal fatto che si vuole porre l’accento sull’accoglienza che la donna fa al profeta e su come il profeta, grato di tale attenzione, desideri ricompensare la donna prendendosi a cuore la sua situazione di sterile.

Ma vediamo il racconto in dettaglio. Siamo nel Regno del Nord e precisamente a Sunem, un villaggio situato nella valle di Izreel, una delle zone, ancora oggi, più fertili di tutta la terra di Canaan. In questo villaggio vi è una donna che il testo presenta come «facoltosa». Il termine in ebraico è gedolah, che letteralmente significa «grande»; la CEI 2008 traduce questo aggettivo con «illustre», e non so per quale motivo il Lezionario liturgico riporta «facoltosa».

Certamente da quanto si vedrà in seguito la donna non vive nell’indigenza, ma credo che la sua «grandezza» non sia tanto di ordine materiale, quanto di cuore e generosità. Infatti è proprio questo ciò che si dice in seguito, dato che questa donna, di cui il testo continua a non riportare il nome, non solo invita Eliseo a fermarsi in casa e a mangiare, ma ripete tale invito ogni volta che il profeta passa in quel villaggio.

Questa donna non è sola, accanto a lei c’è un marito che sembra accettare tranquillamente l’ulteriore progetto di accoglienza che la donna ha in mente e che gli propone: «Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare».

L’espressione «uomo di Dio» è uno dei modi per indicare nel linguaggio biblico un profeta, che nel nostro caso viene anche percepito come «santo», cioè davvero degno di ogni rispetto. La donna vuole dunque fare qualcosa di più per lui, vuole costruirgli una camera sulla terrazza della casa, perché possa avere un luogo dove fermarsi e riposare. La cosa interessante è la cura dei particolari, dato che si descrive anche come la camera verrà arredata: un letto, una tavola, una sedia e un candelabro, tutti elementi che rendono l’ambiente confortevole.

Ma c’è ancora un particolare importante, nascosto nelle pieghe del testo, che, proprio perché non detto, risuona ancora più incisivo: l’accoglienza di questa donna è totalmente gratuita, senza nessuna finalità o desiderio di ricompensa.

Forse proprio questo particolare spinge il profeta a consultarsi con il suo servo Giezi e a chiedersi che cosa possa fare per lei. Interessante è la risposta di Giezi, che come tutti i servi nei racconti antichi è sempre al corrente di tutto, e quindi informa il profeta sull’età avanzata del marito – forse un modo gentile per dire che non è più in grado di generare – e sulla condizione di sterilità della donna. In modo delicato si sta dicendo che questa famiglia non ha futuro, che la loro condizione, seppur agiata, è in realtà senza possibilità di vita: non ci sarà una continuità per loro; senza figli non ci sarà ricordo, non ci sarà memoria.

Per quanto possa sembrarci strano, nella tradizione biblica (e anche ebraica) non avere figli è come una maledizione, è come essere morti in vita, non avere futuro, speranza, è come se il senso della propria esistenza venisse meno, non producesse frutti; e tutta la storia biblica è attraversata da questa condizione di sterilità, che però, grazie all’intervento di Dio, viene costantemente rovesciata perché ogni singola storia possa diventare un tassello della storia di salvezza.

Ed è proprio a questo punto che Eliseo, informato della situazione, prende l’iniziativa di parlare a questa donna donandole una speranza che – parola di profeta – si realizzerà: «L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio». La storia continua, ma purtroppo il brano «liturgico» si ferma qui, anche se è comunque sufficiente per alcune considerazioni.

La prima è riguardo alla mancanza del nome di questa donna. Di solito nella Bibbia una tale mancanza è un segno negativo, quasi che non menzionare il nome di un personaggio stia a significare la volontà di non preservarne il ricordo. Ma in questo caso è diverso. Il fatto che la donna di Sunem non abbia nome sta a indicare che è proprio in generale delle donne, di ogni donna, l’attitudine all’accoglienza, senza per questo escludere gli uomini, dato che il marito non si oppone a tale gesto, anzi silenziosamente lo appoggia.

Una seconda considerazione è proprio sul valore «vitale» dell’accoglienza come apertura al futuro e alla possibilità di una continuità di vita. Senza questa «apertura» non ci sarebbe stato futuro per quella famiglia, non ci sarebbe stato un seguito, tutto sarebbe andato perso: i loro beni, la loro storia, persino il ricordo della loro presenza in quel villaggio.

Accogliere l’«altro» – chiunque esso sia – non è solo una questione di ospitalità o di generosità, è questione di vita o di morte. Nell’accogliere o meno qualcuno non è solo in gioco la possibilità di dare a un «altro» un’alternativa di vita, ma anche la possibilità di mantenere in vita la propria storia, la propria terra, il proprio paese.

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Le implicazioni della sequela.

Gerbrand van den Eeckhout, Eliseo e la donna di Sunem, 1649. Varsavia, Museo nazionale. CC

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