La sete di una presenza
Siamo in pieno deserto, Mosè e il popolo hanno lasciato alle spalle l’Egitto, la condizione di schiavitù.
III domenica di Quaresima
Es 17,3-7; Sal 94 (95); Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42
La prima lettura di questa domenica è tratta dal libro dell’Esodo. Siamo in pieno deserto, Mosè e il popolo hanno lasciato alle spalle l’Egitto, la condizione di schiavitù, hanno sperimentato la liberazione da una situazione che sembrava non avere via di uscita e futuro.
Lungo il primo tratto di strada, però, quando le risorse per il lungo viaggio sono finite, iniziano i problemi, le proteste, la paura di morire e agli occhi del popolo il ricordo dell’Egitto si ribalta: quel luogo di oppressione e schiavitù ora viene descritto come un luogo dove «eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!» (Es 16,3). Si noti l’ironia del testo: non si dice che mangiavano la carne, ma che «mangiavano pane» davanti a una pentola di carne, che forse non era destinata a loro!
È vero, comunque, che la fame fa brutti scherzi e che il progetto di Dio non è certo quello di far morire il suo popolo nel deserto; da qui il suo primo intervento di aiuto: le quaglie e soprattutto la manna, che non mancherà mai fino all’entrata nella terra promessa. Ma oltre al cibo c’è bisogno di acqua, e anche questa non è facilmente reperibile nel deserto in cui si trovano.
La richiesta, di per sé comprensibile, si trasforma però in una vera protesta con toni accusatori e minacciosi, al punto tale che Mosè ha paura per la sua vita, ovvero ha paura di venire lapidato dal suo stesso popolo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
La risposta di Dio arriva immediata: ci sarà acqua per il popolo. Ma questa volta chiede a Mosè di portare con sé alcuni anziani: «Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”».
Davanti agli occhi degli anziani che fungono da testimoni, Mosè esegue il comando del Signore: dalla roccia l’acqua incomincia a sgorgare, ma ai suoi occhi tutto questo non è motivo di gioia, direi piuttosto di tristezza. Certo il popolo ora è contento, ma amara è la sua constatazione: «E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”. I termini «Massa» e «Meriba» significano infatti, letteralmente, «mettere alla prova» e «lite, contesa»; ora bisogna capire perché la protesta del popolo viene vista così negativamente.
Anche la minaccia di lapidare Mosè perché non hanno acqua e si trovano in un deserto inospitale e pieno di insidie può essere comprensibile, lo è meno se si tiene conto che fino a ora, nonostante tutte le asperità e i pericoli, il Signore ha accompagnato la loro marcia non facendo loro mancare nulla del necessario.
Ed è proprio qui il punto, ovvero la domanda che il popolo pone: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Secondo un’interpretazione del Midrash il senso di questa domanda è: «Se il Signore è in mezzo a noi, noi lo serviamo: ma se non è in mezzo a noi, noi non lo serviamo». L’atteggiamento dunque è quello di chi fa qualcosa solo se è sicuro di riceverne qualcosa in cambio, un modo di pensare che esprime una mentalità religiosa, ancora molto diffusa, e che si potrebbe ben definire «l’incredulità dei credenti», per cui si «prega» ponendo in anticipo le condizioni: quanto si chiede e si desidera deve realizzarsi, altrimenti è giustificato dubitare dell’esistenza di Dio e della sua presenza nella nostra vita.
Un particolare interessante è che questo episodio diventerà poi, nella memoria del popolo, proprio motivo di preghiera; nel Sal 98,8-9 infatti si legge: «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
La domanda successiva, considerando questo testo di Esodo all’interno della liturgia di oggi, è: come si articola questo episodio con quello evangelico della donna samaritana?
Partendo dal dato strettamente letterale, anche il brano di Giovanni inizia con una «questione» di «sete» e di richiesta di acqua: Gesù, stanco del viaggio, siede presso un pozzo e chiede a questa donna samaritana dell’acqua. Ma dal piano prettamente materiale, si passa subito a quello spirituale: chi è davvero in grado di dare dell’acqua che disseta per l’eternità? Il discorso va avanti [per un’analisi più dettagliata rimando al mio precedente commento] e la domanda successiva è «dove» adorare Dio, una domanda che, in qualche modo, ne implica un’altra: dov’è Dio? Domanda che non differisce di tanto da quella degli Israeliti nel deserto: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
E la risposta che traiamo sia dal racconto dell’Esodo che dal Vangelo è: dipende! Dipende da chi è Dio per noi, da cosa ci aspettiamo da lui, da quali pretese rappresentative abbiamo di lui, da quali sono le nostre richieste, da quali sono le risposte preconfezionate con cui vogliamo rivestirlo, «confezionarlo».
La risposta che Gesù dà nel Vangelo è che l’unico modo di adorare Dio – modo, non luogo – è di farlo in spirito e verità. Lo spirito indica la libertà di relazione, una relazione svincolata da ogni pretesa di «dare e ricevere», una relazione che sia puro desiderio dell’«Altro», della sua presenza, del suo «esserci».
E «verità», nella concezione biblico-giudaica, è proprio il risultato di tale relazione: una relazione stabile, permanente, affidabile, credibile e dunque «vera» ed è proprio questo il senso dell’espressione che Giovanni riporta nel suo Vangelo a proposito di Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,5): per adorare Dio in spirito e verità bisogna desiderare, aprirsi e sperimentare una relazione con lui.
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento «Sedeva presso il pozzo Gesù».
Jacopo Robusti detto Tintoretto, Mosè colpisce la roccia, 1555-1570 circa. Frankfurt am Main (Germania), Städel Museum.
