La santità di un popolo sacerdotale e regale
Dopo l’uscita dall’Egitto e una marcia nel deserto, le tribù dei figli di Giacobbe arrivano e pongono l’accampamento alle pendici di una montagna considerata sacra.
XI domenica del tempo ordinario
Es 19,2-6a; Sal 99 (100); Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8
La prima lettura di questa domenica è tratta dal Libro dell’Esodo. Dopo l’uscita dall’Egitto e una marcia nel deserto, le tribù dei figli di Giacobbe arrivano e pongono l’accampamento alle pendici di una montagna considerata sacra.
È un momento importante, sta per compiersi un evento che non avrà fine e dal quale quelle tribù, quelle famiglie composte di uomini, donne e bambini, usciranno per sempre trasformate; ciò che sta per avvenire è la nascita di un popolo, il popolo di Israele. Una nascita del tutto particolare, unica al mondo nella storia dei popoli, dato che Israele riceve qui un’identità di popolo non legata a una lingua, a una cultura, a un territorio geografico, ma basata sull’adesione di ogni singolo membro all’alleanza con Dio.
Questa alleanza, infatti, non viene sancita in modo collettivo, ma singolarmente, e ogni singolo individuo è chiamato a «porre la sua firma», ad aderire al patto. Un patto che dura da millenni e che rende ciascun individuo parte di un corpo, costituito proprio dal legame tra Dio e il suo popolo. Non è un caso, infatti, che una delle parole che in ebraico indica il concetto di popolo sia «goy», la cui radice etimologica è «gew» che significa «corpo».
Israele riceve la sua identità di popolo qui, nel deserto, nel momento solenne in cui singolarmente è chiamato a «firmare» la propria adesione al patto che Dio gli propone. Si tratta di un contratto «societario» di cui ogni singolo membro, prima di aderirvi, è chiamato a conoscere i dettagli, gli «statuti».
A proporre il patto è Dio stesso ma, prima di presentare «il contratto» che lo legherà per sempre a questo popolo – «Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!», come scriverà più tardi Paolo (Rm 11,29) –, il Signore presenta a Mosè quelle che potremmo definire oggi le sue «garanzie»: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me”».
Personalmente trovo questo punto davvero strabiliante: Dio non usa la sua autorità o la sua forza, il suo potere per convincere queste famiglie di fuggiaschi a «firmare» il suo patto, a diventare il suo popolo, ma presenta loro dei fatti, quanto egli concretamente ha attuato per loro gratuitamente, senza aspettarsi nulla in cambio. Non solo, ma per descrivere il modo con cui ha liberato questa gente utilizza un’immagine alquanto particolare: «Ho sollevato voi su ali di aquile».
Il commentatore medievale Rashi di Troyes così spiegava: «Come un’aquila che trasporta i suoi piccoli sulle sue ali. Poiché tutti gli altri uccelli mettono i loro piccoli tra le loro zampe, in quanto temono gli altri uccelli che volano sopra di loro. L’aquila, invece, non teme nessun uccello, poiché nessun uccello vola sopra di essa; teme solo l’uomo, nel timore che questi possa scagliarle contro una freccia, poiché nessun uccello può volare sopra di lei. Per questo motivo la posiziona [la sua prole] sulle sue ali, dicendo: “È meglio che la freccia colpisca me piuttosto che colpire i miei figli”».
Solo dopo aver dimostrato la sua «affidabilità» Dio chiede alla «casa di Giacobbe» di aderire al patto, un patto che la renderà «suo» popolo, «proprietà» particolare, tesoro prezioso. Non solo. Aggiunge infatti: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Una frase di grande intensità e profondità, che andrebbe declinata parola per parola.
Mi limito qui solo a qualche spunto. Il primo è che si tratta di un «regno» di eguali: anche se dopo, nella storia, Israele cederà alla tentazione di voler «essere come gli altri popoli» (cf. 1Sam 8,5) e quindi di avere un re e, di conseguenza, di diventare sudditi, il suo statuto costitutivo pone ogni membro del popolo in posizione regale: nessuno è subordinato a un altro, ma ciascuno è legato al patto con colui che è l’unico re di tutto il popolo.
Il secondo elemento è dato dall’essere «sacerdoti». Nel contesto del mondo antico la figura del sacerdote coincideva essenzialmente con l’élite che deteneva il monopolio della scrittura e della lettura. Di conseguenza la promessa divina di trasformare Israele in «un regno di sacerdoti» implica che la comprensione e attuazione della Torah, rivelata al Sinai, non deve essere un’imposizione calata dall’alto da un sovrano distante, né un segreto esoterico custodito da una casta di dotti. Al contrario la Torah è stata concepita come un patrimonio accessibile a chiunque: ogni uomo e ogni donna deve avere gli strumenti per leggerla, comprenderla e interiorizzarla.
Il terzo elemento è dato dalla «santità». Una santità che significa trasparenza e testimonianza di colui che unicamente è santo. La santità del popolo è la partecipazione all’unica santità possibile, la santità di Dio, di cui ogni membro è chiamato a essere testimone attraverso la sua vita, in quella trasparenza che, come un vetro, rende possibile alla luce di colui che è il santo di essere visibile a tutti. Questa è la «santificazione» del suo Nome, l’unica possibilità per il fedele di vivere e partecipare alla santità di Dio.
Ora, come scrive Pietro, per virtù della radice santa di Israele (Rm 11,6), anche i cristiani sono chiamati a divenire «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9). E Pietro, come gli altri apostoli, era ebreo, formato cioè a quella tipologia di popolo che, come abbiamo visto, prende vita alle pendici del Sinai.
Una delle intuizioni profetiche del concilio Vaticano II è stata proprio quella di definire, in conformità alle Scritture, la Chiesa «popolo di Dio» (Lumen gentium II).
Ma dove è finita quell’uguaglianza «sacerdotale» e «regale» che pone consapevolmente tutti i membri dell’unico corpo (cf. 1Cor 10,17) alla pari sul piano della testimonianza, della responsabilità, della cura vicendevole e della lode all’unico Dio, Signore del cielo e della terra?
