La salutare misericordia
La prima lettura di questa domenica è tratta dal Libro del Siracide, il primo libro firmato in tutta la Bibbia.
XXIV domenica del tempo ordinario
Sir 27,33-28,9 (NV); Sal 102 (103); Rm 14,7-9; Mt 18,21-35
La prima lettura di questa domenica è tratta dal Libro del Siracide, il primo libro firmato in tutta la Bibbia, nel senso che sappiamo per certo il nome dell’autore, Gesù figlio di Sira, figlio di Eleazaro, e il luogo dove ha vissuto, Gerusalemme (Sir 50,27).
Il testo risale al II secolo a.C., ed è sorprendente come le parole di questo brano siano così familiari a chi conosce o legge in prevalenza solo il Nuovo Testamento. Nel testo, infatti, si parla di misericordia, di perdono, con parole tali che, se non fosse chiaramente dichiarata l’origine del testo, sembrerebbero passi del Vangelo; eppure sono parole che, dicevamo, risalgono almeno a due secoli prima della stesura dei Vangeli. Testimonianza, questa, che lo spirito evangelico e le stesse parole di Gesù (l’altro Gesù, il figlio di Maria e Giuseppe) scaturiscono da un background «familiare», da una cultura e un sentire giudaico già nell’aria, che lo stesso Gesù di Nazaret ha fatto propri, vivendoli fino alla loro «consumazione» nella sua carne terrena.
Quali sono dunque queste parole? Prima di tutto la messa in guardia sugli effetti devastanti di chi serba nel proprio cuore rancore e odio: «Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro». Portare rancore, serbare odio è qualcosa che fa ammalare chi ne soffre e la prima cosa da fare, per guarire, è proprio liberarsi da tali sentimenti: «Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?».
Dietro a questa domanda c’è infatti una sapienza antica, ma forse ancora non del tutto presa sul serio, che evidenzia come il nostro corpo è strettamente connesso con la nostra interiorità e i nostri pensieri negativi o positivi in un certo senso si somatizzano; per cui, a volte, per guarire non bastano le medicine o le preghiere, ma bisogna che tale processo di guarigione sia più profondo, analizzi il nostro vissuto e lo faccia emergere verso una consapevolezza che lo accolga, lo abbracci. In altre parole, forse non possiamo fare molto per la pace al di fuori di noi, ma è nelle nostre mani e nella nostra libertà poterla fare con noi stessi.
Non solo. Gesù ben Sira aggiunge che tale «misericordia» verso gli altri è una questione di umanità, è ciò che fonda una «sorta» di umanesimo solidale, dove l’altro è riconosciuto come «proprio simile» poiché vive la stessa condizione: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio?».
Il passaggio finale ha un rilievo ancora maggiore; è un passaggio quasi di stile ignaziano – se non fosse che sant’Ignazio è vissuto molti secoli dopo –, che pone davanti come metro di giudizio la propria fine: «Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti».
In altre parole Gesù ben Sira suggerisce di rivalutare ogni situazione di contrasto a partire dalla fine, cioè a partire da ciò che determina la nostra fine: la morte. Non perché la morte cancelli il nostro vissuto, ma perché tale fine ci offre il giusto metro di valutazione, ci aiuta a relativizzare il tutto, facendo emergere e distinguere ciò che conta fino in fondo da ciò che «alla fine» non ha valore.
Ed ecco quindi i tre cardini per una vita di senso: «Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui».
Come si diceva all’inizio, se queste parole non fossero state scritte da un giudeo del II secolo a.C., non ci stupiremmo di ritrovarle tra i testi del Nuovo Testamento, e leggendo il Vangelo di oggi la sintonia tra queste parole e il brano evangelico risulta più che evidente.
Tutto questo dovrebbe farci riflettere su due cose. La prima riguarda proprio il testo evangelico. Chi legge o «frequenta» praticamente solo il Nuovo Testamento finisce per ignorare il tesoro su cui poggia le sue radici, come chi contempla solo la sommità di una pianta e ne ignora la totalità vitale che affonda le sue radici nel terreno.
Il rischio è di avere una visione del tutto parziale, persino superficiale, che a lungo andare – ed è questo il rischio più grande – finisce per slegarsi, come se quella «sommità» potesse appartenere a qualsiasi pianta o radice, potesse fare a meno della sua pianta originaria, magari con un presunto spirito di inculturazione in ogni dove; con un risultato, possiamo proprio dire, mortale proprio perché quella «sommità» finisce per seccarsi, perdere identità e vitalità.
La seconda cosa è, invece, la consolazione che si dovrebbe avere nell’accorgersi che Gesù (quello di Nazaret), i Vangeli e tutto il Nuovo Testamento non provengono dal nulla o non si pongono in contraddizione con quanto li precede, ma ne sono espressione, voce dell’eredità di un popolo e di una fede che permane. Inserirsi come olivo selvatico nell’olivo buono – per parafrasare Paolo (Rm 11,24) e rimanere nella metafora della pianta – è fondamentale per continuare a esistere e per nutrirsi di quella linfa vitale che tutto sostiene e che è storia di salvezza per tutta l’umanità.
Sul Vangelo si veda anche il precedente commento Settanta volte sette.
Liber Floridus, MS Gent, fol 139; particolare con cedro e cipresso.
