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La fedeltà del Signore per la sua vigna

La prima lettura di questa domenica è un bellissimo testo tratto dal Libro di Isaia. Si tratta di un mashal, cioè di una storia, che ha come fine quello di far sì che chi è «colpevole» si auto-giudichi.

 

XXVII domenica del tempo ordinario

Is 5,1-7; Sal 79 (80); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

 

La prima lettura di questa domenica è un bellissimo testo tratto dal Libro di Isaia. Si tratta di un mashal, cioè di una storia, che ha come fine quello di far sì che chi è «colpevole» si auto-giudichi.

Questa tecnica del mashal ricorre più volte nel testo biblico, ad esempio viene messa in pratica dal profeta Natan nei confronti di Davide. Questi aveva appena fatto uccidere Uria l’hittita per sollevarsi dall’accusa di adulterio e sposarne la vedova, Betsabea, che aveva messo incinta approfittando dell’assenza del marito impegnato in guerra.

Il profeta, dunque, si reca dal re, e anziché puntargli il dito addosso e accusarlo di quanto ha fatto, gli racconta una storia. Una storia totalmente inventata, i cui i personaggi sono un uomo ricco e uno povero. Quello povero aveva una pecorella a cui era molto affezionato, era il suo unico bene; l’uomo ricco decide di appropriarsene e trasformarla in un buon cibo da offrire a un suo ospite di passaggio. Un atto dunque non solo crudele, ma che esprime strapotere, violenza e nessun rispetto per quel povero proprietario di quell’unica pecora. Alla fine della storia Davide, indignatosi per tale manifesta ingiustizia, esclama che quell’uomo ricco è degno di morte. Solo a questo punto il profeta Natan gli risponde: «Tu sei quell’uomo!».

Ecco dunque lo scopo del mashal: fare in modo che chi ascolta, l’interlocutore, possa esprimere il suo giudizio su quanto è accaduto o accade senza che scattino quei meccanismi di difesa tipici di chi si sente sotto accusa.

La stessa cosa la troviamo nel passo di Isaia di questa domenica che andiamo ora ad analizzare. Il tutto inizia con queste parole del profeta: «Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna», che in una traduzione più letterale forse risulterebbe più chiaro: «Canterò per il mio amico il canto dell’amante per la sua vigna». I soggetti, allora, della canzone sono da una parte un vignaiolo, che è l’amante, e una vigna, che è l’amata.

Siamo dunque proiettati in un’atmosfera bucolica, dove si descrive con quale cura e amore questo «vignaiolo» fa crescere la sua vigna su un «colle fertile», dettaglio non indifferente perché pone le premesse di una buona riuscita del raccolto. Inoltre dissoda e sgombra dai sassi il terreno, pianta una torretta che funga sia da ripostiglio degli attrezzi che da torre di guardia, scava un tino per la pigiatura dell’uva e vi pianta non una semplice vigna ma un vitigno pregiato, che in ebraico si chiama sorek e che, secondo la tradizione ebraica, non solo è particolarmente pregiato, ma produce anche acini privi di semi.

A questo punto la canzone prosegue con l’immagine del vignaiolo che attende e spera che la sua vigna produca i suoi grappoli d’uva pregiata. C’è qui un particolare interessante: il verbo usato in ebraico per dire «aspettare» è lo stesso che si usa per dire «sperare». In un certo senso non si attende qualcosa se non si spera che avvenga e, nello stesso tempo, la speranza ha in sé la dimensione dell’attesa. Ma quanto avviene è il contrario di ciò che si era sperato/atteso: la vigna produce uva selvatica, aspra, non commestibile e non utilizzabile per la fermentazione e la produzione del vino.

A questo punto – ecco il mashal – c’è un cambio di soggetto, e a parlare è proprio il padrone della vigna, che si rivolge agli uditori invitandoli a essere giudici, cioè a esprimere un giudizio nei confronti di quanto è avvenuto: «E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?».

Viene quindi descritta la questione: l’attesa/speranza che la vigna producesse uva pregiata, il raccolto disastroso di uva acerba, aspra, e l’intenzione di reagire a tale disastro: togliere la siepe di recinzione, lasciare che il terreno venga calpestato dagli animali e che rovi e pruni prendano il sopravvento. Si aggiunge, inoltre, un particolare rivelatorio: «alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia». Si tratta di un dettaglio molto rilevante, dato che solo Dio – e non un semplice vignaiolo – può comandare alle nubi di non far piovere su quel terreno.

La reazione, comunque, del padrone della vigna è più che ragionevole, e nessuno degli uditori può senz’altro dire che sia ingiusta o ingiustificata; è arrivato il momento di svelare i veri soggetti messi sotto accusa, cioè chi sono «la vigna» e questo vignaiolo dalle caratteristiche divine: «Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita», cioè quegli stessi uditori a cui il profeta fin dall’inizio si era rivolto.

Segue, quindi, la vera accusa davanti a cui non ci si può più giustificare: «Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi». Si tratta di una denuncia di carattere sociale in cui si mette in evidenza il carattere violento, oppressivo di un sistema economico e sociale che sta distruggendo la possibilità di vita e di benessere dell’intero popolo.

Ma è questa l’ultima parola di Dio? Davvero Dio permetterà che la sua «amata» vigna venga distrutta date tutte le sue infedeltà e i mali commessi? Per trovare una risposta, rimanendo nel Primo Testamento, bisogna andare avanti di qualche capitolo e in Isaia 27, ad esempio, troviamo la risposta: «In quel giorno la vigna sarà deliziosa: cantàtela! Io, il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che la si danneggi, ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme» (Is 27,2-4).

Se, dopo aver considerato tutto questo, leggiamo il Vangelo di oggi, in cui viene proposto un altro mashal, comprendiamo con quale fedeltà e continuità Dio da una parte non chiuda gli occhi nei confronti del male, anzi lo manifesti e lo condanni, ma dall’altra non rinunci alla sua «vigna» – ovvero Israele –; sta ai nuovi contadini prendersene cura.

Il destino dell’umanità non è separato da quello di Israele, l’uno è legato all’altro nell’unico disegno di salvezza di Dio: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25-26).

 

Sul Vangelo si veda anche il precedente commento La vigna affidata.

Vincent van Gogh, Vigneti ad Auvers, 1890. Saint Louis, Saint Louis Art Museum. Pubblico dominio.

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