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IV domenica di Avvento | Il giudizio del giusto

Is 7,10-14; Sal 23(24); Rm 1,1-7; Mt 1,18-24
Il giudizio del giusto

          Per trascrivere in termini comuni uno dei messaggi contenuti nel Vangelo di oggi, si potrebbe ripetere l’antica sentenza secondo la quale l’apparenza inganna. Sembra poco per riflettere su una delle più profonde verità della fede; ma forse non è così.

          Si fa sempre fatica a comprendere la difficile frase secondo la quale Giuseppe, «poiché era uomo giusto», non volle accusare pubblicamente la propria sposa e pensò perciò di ripudiarla in segreto (Mt 1,19). Che senso di giustizia vi è mai in ciò? Una possibile risposta sta proprio nel rifiuto di Giuseppe di scambiare quanto appare per quel che è. Quando non sa decifrare un avvenimento, la persona giusta, in luogo di condannare, sospende il giudizio: «Non giudicate per non esser giudicati» (Mt 7,1). All’essere umano, per quanto giusto sia, non è dato fare di più. Nella Scrittura vi è però spazio anche per colui che effettivamente non giudica secondo le apparenze: è il germoglio spuntato dal tronco di Iesse (Is 11,3, cf. prima lettura della II domenica di Avvento anno A), figura da sempre intesa, nella tradizione cristiana, come una promessa messianica compiutasi in Gesù.

          In base a un modello biblico, il Vangelo di Matteo inizia con una genealogia (Mt 1,1-17). Essa riguarda «Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo». Dopo aver preso le mosse da Abramo, la genealogia si snoda per 42 generazioni, divise in gruppi di 14. L’ultimo nome menzionato è quello di Giuseppe. Nella genealogia compaiono anche quattro donne – Tamar (Gen 38), Raab (Gs 2), Rut (Rt 3-4) e la moglie di Uria, Betsabea (2Sam 11,1-12,24) – le cui maternità furono contraddistinte da tratti «irregolari». Tuttavia, nonostante le apparenze, queste nascite furono tutte conformi alla giustizia di Dio; esse anticipano quanto sarebbe avvenuto in Maria, e interagiscono con l’anomalia di una genealogia che termina in Giuseppe, che pur non è presentato come padre naturale di Gesù.

          Tra i quattro episodi, il più pertinente in riferimento a Giuseppe è quello relativo a Tamar e a Giuda (il capostipite della tribù a cui appartenne lo sposo di Maria). Giuda, dopo aver violato la legge che lo obbligava a far sposare un suo figlio con la propria nuora rimasta vedova, ha rapporti sessuali con Tamar, da lui non riconosciuta perché travestitasi da prostituta. Quando la nuora rimane incinta, il suocero esige l’applicazione della pena capitale prevista per le adultere. Tamar gli fornisce però le prove inconfutabili della sua paternità; allora il suocero esclama: «Lei è più giusta di me» (Gen 38,26). Sotto la maschera di un rapporto sessuale con una prostituta si annida un’opera di giustizia. Giuda giudicò secondo le apparenze, non così il giusto suo discendente Giuseppe il quale, non sapendo capire, si astenne dal giudicare: in ciò sta la sua umana giustizia.

          Nel mondo dominato dalle immagini e quindi dall’apparire, il giusto Giuseppe ci invita da un lato a non giudicare in base a quanto appare in superficie, e dall’altro a essere aperti a credere che Dio opera persino in quella che ai nostri occhi sembra una colpa.

 

Commenti

  • 16/12/2016 marina_mocci@yahoo.it

    Bellissimi i commenti alla Parola, avete pensato di riservare uno spazietto per l'archivio? Sarebbe interessante. In cammino verso la Grotta.... marina

  • 14/12/2016 marina_mocci@yahoo.it

    Il pdf è della Solennità dell'Immacolata, grazie e buon lavoro

    Risponde l'autore

    Grazie, correggiamo subito!

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