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In piedi a testa alta

I domenica di Avvento

Ger 33,14-16; Sal 25 (24); 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

Nel corso della 34a settimana dell’anno liturgico il lezionario romano feriale di questo anno presenta Lc 21 in lettura continua fino al v. 36. La parte conclusiva del capitolo (vv. 2-28.34-36) è ripresa nella prima domenica d’Avvento; pertanto chi abbia seguito le letture settimanali ha una visione d’insieme e lo sfondo, contemporaneamente, entro cui collocare la pericope di questa domenica. Pericope peraltro dalla quale sono stati espunti i vv. 29-33.

          Com’è noto si tratta dell’ultimo discorso di Gesù prima della passione e si svolge nel Tempio.

          Gesù è entrato in Gerusalemme (19,35ss) e da lì nel Tempio, nel quale insegna ogni giorno, uscendone solo per pernottare all’aperto (Lc 21,37) sul monte degli Ulivi. Proprio questo particolare induce a fermarsi su un verbo raro, che compare in 21,36.

          Si tratta dell’imperativo agrupneite, che viene tradotto con «vegliate». È un verbo singolare, che nel Nuovo Testamento compare in Mc 13,33, testo parallelo a questo di Luca, in Ef 6,18 e Eb 13,17. Propriamente vorrebbe evocare l’insonnia volontaria di chi dorme all’addiaccio, anzi sarebbe «un’immagine tratta dai pastori» (Thayer).

          L’esortazione di Gesù potrebbe quindi rimandare persino alla sua personale esperienza, perché dormire all’addiaccio non rende facile il poter godere di un sonno prolungato e profondo, semmai si «cattura» (agreuo) il sonno (upnos) quando sia possibile. Il credente dunque deve essere come naturalmente sveglio per «stare in piedi» (stathenai, v. 33) davanti al Figlio dell’uomo. Il verbo indica infatti propriamente la stazione eretta di chi sia di fronte a un giudice o al re – posizione che non s’improvvisa con un risveglio repentino.

          Del resto tutti gli eventi elencati da Gesù inducono a non indulgere al sonno: drammi storici e sociali (21,9-10), cataclismi cosmici (21,11), persecuzione come un vero trauma interno al giudaismo stesso, famiglia per famiglia (21,12-19). Al culmine sta la distruzione di Gerusalemme e del Tempio.

          Quando il redattore lucano scrive, questo ultimo dramma si è già probabilmente consumato: i romani non hanno avuto riguardi, almeno stando a Giuseppe Flavio (De bello jud. VI, 4), hanno ucciso saccheggiato distrutto e profanato (21,20-24), ma tutto questo sarà come l’anticipo di altri incombenti segni cosmici (21,25-33), attraversati tuttavia da un segno di speranza.

          Ancora una volta si tratta di stare in piedi (anakupsate, v. 28 – anche questo è un verbo raro, che a volte indica l’emergere dall’acqua) e a testa alta, che, alla fine, sembrano le naturali posture del credente.

          Infine torna in campo il fico (cf. Mc 13,28), qui accompagnato dagli altri alberi come prodromi della buona stagione. Si tratta di un segno fragile, ma leggibile soprattutto per un pubblico di piccoli agricoltori, pastori, gente di villaggio: accadranno certo cose tremende, ma qualcosa indicherà che l’avvento del Regno è vicino, anzi imminente.

          Tali indizi sono forse piccola cosa, come le prime foglie e le prime gemme, ma racchiudono comunque una promessa.

          Questa affermazione innesca un’esortazione conclusiva (21,34-36) in cui si parla di un’insonnia non casuale, ma decisa e per questo decisiva: l’esatto contrario delle conseguenze dell’ubriachezza o dalla depressione prodotta dalle ansie che possono generare gli affari e la sete del potere (si veda per esempio in proposito la vicenda di Antioco Epifane come raccontata in 1Mac 6,8ss).

          Vale la pena guardare da vicino il v. 32. Vi si dichiara solennemente (amen lego umin) che non passerà questa generazione prima che avvengano tali cose. A ben guardare il contesto immediato è quello della distruzione di Gerusalemme, che quella generazione vedrà certamente o ha appena visto. I vv. 32-33 giocano però sul verbo «passare» (parelthein), che investe nell’ordine la generazione, i cieli e la terra e le parole di Gesù, con la sequenza negativo-positivo-negativo. Vengono così evocate una dimensione temporale contemporanea (la generazione) e una spaziale (la totalità della creazione), che sono superate dalla perennità delle parole di Gesù che vanno oltre il tempo e lo spazio.

 

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