Il problema è o non è il diaconato?
Ripensare la questione dell’accesso femminile all’ordine sacro in un orizzonte strutturale: quello della gestione del potere
Un articolo di Miriam Francesca Bianchi (Il problema non è il diaconato femminile, il problema è la nostra idea di Chiesa) richiama l’attenzione su come la questione dell’accesso femminile all’ordine sacro nasconda un problema più complesso e strutturale: quello del potere. Un potere che, pur essendo nominato nei termini del servizio, come sottolinea la teologa e filosofa, continua a rimanere profondamente asimmetrico. Il suo contributo è parte di un dibattito teologico sul tema che, mai sopito, si è riacceso dopo la pubblicazione della Sintesi della seconda Commissione di studio sul diaconato femminile, ma intercetta anche i femminismi – certo molti e articolati – e muove gli animi, in un confronto acceso e, speriamo, rispettoso.
Pierre Bourdieu definisce potere simbolico quello che non viene nominato e che opera proprio in quanto non è percepito come tale. Nel campo religioso, infatti, l’autorità non si presenta come potere, ma come servizio; il linguaggio dominante è quello del ministero e della diakonia, non del comando. Proprio per questa ragione il potere resta invisibile: esso è incorporato nei riti, inscritto nei ruoli istituzionali (sacerdote, vescovo, papa) e sostenuto da un consistente capitale simbolico.
La genesi e struttura del campo religioso descrive così l’emergere della religione come realtà sociale autonoma, organizzata attorno a un sistema di credenze, pratiche rituali e istituzioni, e strutturata da rapporti di forza tra diversi agenti (teologi, autorità magisteriali). All’interno di questo campo circola una specifica forma di capitale – il capitale religioso – che consente al campo stesso d’esercitare una profonda influenza sulla società, pur mantenendo una propria logica interna.
Investimento critico e non mimetico
Come può allora una donna muoversi all’interno di questo campo? Riprendendo un’immagine proposta da Virginia Woolf in Le tre ghinee – testo divenuto manifesto del pensiero femminista – l’autrice afferma che avrebbe sostenuto una scuola di istruzione superiore per le ragazze solo a condizione che essa non fosse la copia di quella maschile. La ghinea, moneta d’oro inglese in uso tra il XVII e il XIX secolo, diventa così simbolo di un investimento critico, non mimetico.
Il rischio, infatti, è che il femminismo finisca per rovesciare i poli senza mettere in discussione la struttura stessa del potere, trasformandosi nel semplice contrario del maschilismo. Di questo pericolo Woolf era già pienamente consapevole: l’emancipazione non può consistere nell’accesso a un modello già dato, ma esige una trasformazione delle logiche che lo sostengono.
Per far risuonare l’articolo di Miriam Francesca Bianchi, la voce di un’altra donna può esserle utile eco: Carla Lonzi, figura cruciale del femminismo della differenza (al centro dell'immagine). Lonzi rifiuta l’idea di uguaglianza intesa come annullamento della differenza e, con essa, ogni concezione dell’emancipazione femminile che implichi l’assimilazione a un modello maschile. L’uguaglianza, quando si limita a includere le donne in strutture già date, non fa che confermare l’ordine simbolico che quelle strutture sostengono.
Occorre dunque un processo di trasformazione radicale delle istituzioni patriarcali, capace di generare spazi e forme di vita nuovi e autentici. L’invito di Lonzi è andare oltre la mera rivendicazione dei diritti: non una redistribuzione del potere né una maggiore rappresentanza istituzionale, ma una rottura simbolica. Le forme di potere esistenti, infatti, sono per lei intrinsecamente maschili e non riformabili dall’interno. La parola chiave è autocoscienza: un processo di soggettivazione che precede e eccede ogni riconoscimento giuridico.
In questa prospettiva, Lonzi afferma che l’uguaglianza rappresenta ciò che viene concesso ai popoli colonizzati sul piano dei diritti, mentre sul piano culturale viene loro imposto come criterio d’assimilazione. È attraverso l’uguaglianza che il potere dominante continua a esercitare la propria influenza su chi non lo può esercitare. Il mondo fondato sull’uguaglianza diventa così uno spazio di dominio legittimato dalla legge, un universo che riduce la complessità dell’esistenza a un’unica misura.
Al contrario, il mondo della differenza è quello in cui la violenza depone le armi e il dominio lascia il posto al riconoscimento della verità plurale dell’esistenza. In questa luce, l’odierna rivendicazione dell’uguaglianza tra uomini e donne rischia di funzionare ancora una volta come dispositivo ambivalente: rende visibile la subordinazione femminile, ma al tempo stesso la maschera, riproducendola sotto nuove forme.
Negare la disuguaglianza anche nell’accesso al ministero
Accanto a questa posizione, com’è avvenuto storicamente all’interno del femminismo, ne stanno emergendo molte altre, che si dispongono in maniera ampia nello spettro delle impostazioni ecclesiologiche e dunque ministeriali, così come dei femminismi. Si tratta di prospettive che risuonano nel solco del femminismo emancipatorio, o femminismo dell’uguaglianza, il quale muove una critica esplicita al femminismo della differenza.
Il femminismo emancipatorio sostiene che, finché le donne non godono degli stessi diritti civili, politici, economici e sociali degli uomini, il richiamo alla differenza risulta insufficiente e, in alcuni contesti, persino rischioso. In assenza di diritti fondamentali, infatti, la differenza non si configura come libera espressione della soggettività, ma può facilmente trasformarsi in una giustificazione della disuguaglianza.
Da questa prospettiva, la priorità è la parità giuridica e – in ambito ecclesiale – la parità di diritti concreti, come l’accesso al ministero ordinato. Solo a partire da un terreno comune di diritti riconosciuti è possibile parlare di differenza come valore e non come marchio di subordinazione.
Il femminismo emancipatorio critica dunque il pensiero della differenza considerandolo poco pragmatico e scarsamente efficace sul piano delle lotte concrete, soprattutto in contesti in cui le donne sono ancora escluse dai diritti fondamentali. L’uguaglianza viene intesa come uno strumento politico indispensabile, sebbene imperfetto, per scardinare rapporti di potere storicamente radicati.
Quando non sono garantiti diritti di base, il richiamo alla differenza e alla complessità rischia d’apparire prematuro o astratto. In tali condizioni, la priorità diventa l’ottenimento di un’uguaglianza giuridica e politica minima, senza la quale non è possibile nemmeno esercitare pienamente la differenza. Senza diritti, senza l’accesso delle donne al ministero ordinato, senza un più ampio e trasparente accesso delle donne all’insegnamento nei seminari e nelle facoltà teologiche ogni prospettiva di trasformazione del sistema resta inevitabilmente bloccata.
Così, il dibattito oggi acceso in ambito teologico ritrova nel pensiero filosofico femminista delle sorelle maggiori, un luogo di risonanza e d’apprendimento. È opportuno che questo confronto resti vivo e non venga ricomposto frettolosamente, perché nella tensione tra femminismi – di differenza o di uguaglianza e molti altri – si gioca una questione decisiva.
Se il femminismo della differenza denuncia i rischi d’omologazione impliciti nell’uguaglianza e ricorda, con Carla Lonzi, che la liberazione delle donne non si esaurisce nell’uguaglianza ma prosegue oltre l’uguaglianza, il femminismo emancipatorio risponde che senza una reale uguaglianza nei diritti non può esistere alcuna differenza autenticamente libera.
Importante dunque proseguire nel dibattito, riconducendolo alle questioni di fondo, senza ridurre le diverse posizioni alle rispettive caricature.